la fortuna del romanzo d’appendice
Nel gennaio 1891 morì Francesco Mastriani, notissimo autore di romanzi d’appendice, il genere letterario ideato da due giornali francesi, “La Presse” e “Le Siècle”, intorno al 1835.
Scrittori famosi che pubblicavano i loro romanzi a puntate sui giornali, furono, in Francia, Eugène Sue (i cui Misteri di Parigi comparvero in appendice sul serissimo “Journal des Débats” negli anni 1842-1843), Alexandre Dumas padre, Frédéric Soulié.
In Italia il roman feuilleton (romanzo a puntate) si affermò nella seconda metà del secolo, con la crescente diffusione delle opere dei francesi (divulgate principalmente dalle case editrici Sonzogno, Salani, Bietti) e con la fortuna di autori quali Mastriani (La cieca di Sorrento, Sepolta viva, I misteri di Napoli fecero parlare di lui come del vero erede di Sue in Italia) e la piemontese Carolina Invernizio.
Nei romanzi di Mastriani si fondevano impegno didascalico e umanitarismo socialista ed evangelico, in quelli della Invernizio si rispecchiava invece soprattutto un’ideologia della famiglia come depositaria di ogni valore.
Le trame cariche di colpi di scena e di elementi tratti dalla tradizione del “romanzo nero”, tipiche dei romanzi di appendice, attingevano nel caso della Invernizio anche alle cronache giudiziarie di processi clamorosi, molto seguite dal pubblico negli ultimi decenni dell’Ottocento.
Etichette: 1891, autori, giornali, giornalismo, LIBRI, romanzi, romanzi d'appendice, scrittori
PIRANDELLO FASCISTA
L’adesione di Luigi Pirandello al fascismo trovò le sue ragioni profonde nel sentimento di sfiducia da lui sempre ostentato verso i presupposti e, più ancora, verso le concrete realizzazioni dello Stato liberale democratico postunitario. All’interno della pagina pirandelliana e nella fitta corrispondenza epistolare frequenti furono i momenti in cui l’autore si abbandonò a invettive feroci contro i rappresentanti della politica italiana di fine Ottocento e inizio Novecento. E altrettanto frequenti furono le dichiarazioni di segno evidentemente antidemocratico: “La causa di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? – proclamava un personaggio del Fu Mattia Pascal – La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza”. E, altrove, in un articolo del 1909, scritto per il giornale “La Preparazione”, Pirandello, osservando la negatività della situazione presente, affermava: “Chi può salvarci è l’Uno”, un individuo eccezionale le cui caratteristiche si condensavano nell’essere “un grande statista”, “un grande capitano”. Alla luce di questi presupposti, la comparsa di Mussolini poté apparirgli come lo sbocco di un lungo periodo di attesa. Il capo del fascismo veniva e essere colui che era riuscito a imporre, anche all’impetuosa e convulsa situazione italiana del dopoguerra, un ordine, una “forma”. Era “il formidabile creatore”, il “superbo animatore” della vita della nazione, secondo quanto il drammaturgo dichiarava al giornale “L’Impero” pochi giorni dopo la sua iscrizione al fascismo. In realtà, un’adesione tanto entusiastica avrebbe con il tempo dovuto scontrarsi con non poche delusioni e si sarebbe stemperata in un atteggiamento solitario e disincantato. Ciononostante Pirandello avrebbe continuato fino al momento della sua morte, avvenuta nel 1936, a farsi alfiere dell’Italia fascista durante le sue frequenti peregrinazioni in giro per il mondo, al seguito dei suoi personaggi teatrali.
Etichette: autori, EDITORIA, fascismo, ITALIANO, LIBRI, luigi pirandello, poesia, scrittori, STORIA, storia d'italia
1842 - IL GIANNETTO
Pubblicato per la prima volta nel 1836, e riedito molte volte negli anni successivi, il Giannetto divenne il primo manuale scolastico largamente adottato nelle scuole elementari di tutta Italia. Autore era il pedagogista milanese Luigi Alessandro Parravicini (Milano 1800 – Vittorio, Treviso, 1880), direttore dal 1826 della scuola elementare di Como e incaricato dal 1837 al 1839 come professore di metodica e consulente della pubblica istruzione nel Canton Ticino. Dopo un viaggio nell’impero asburgico per studiare il funzionamento degli istituti tecnici, Parravicini venne chiamato nel 1842 alla direzione della scuola tecnica di Venezia dove rimase per tutta la vita e dove compose nel 1842 la sua opera più importante, il Manuale di pedagogia e di metodica. Il Giannetto è un libro per ragazzi in cui si espongono le nozioni elementari di storia, geografia, scienze naturali, igiene, macchine e mestieri, alternate con racconti edificanti. Giannetto, il narratore, è il bambino povero che riesce, con l’istruzione e la buona volontà, a imparare un mestiere e a diventare agiato. L’ideologia che stava dietro alle sue peripezie era quella dei liberali moderati toscani, convinti sostenitori della necessità di un’istruzione del popolo nel nome dei valori della famiglia, della proprietà e del lavoro e fautori di una modernizzazione dell’agricoltura nel rispetto della tradizione. Il libro di Parravicini diede origine a una lunga serie di Giannetti e Giannettini che culminarono, dopo l’unità, nelle figure infantili del celebre Cuore di Edmondo De Amicis.
Etichette: 1842, ITALIANO, letteratura, LIBRI
1965 – IL LIBRO IN EDICOLA: GLI OSCAR
Il 27 aprile 1965 apparve nelle librerie, cartolibrerie ed edicole una nuova edizione di Addio alle armi di Ernest Hemingway. Aveva un formato tascabile, costava solo 350 lire, era il primo di una serie di volumi pubblicati settimanalmente, che potevano essere acquistati dappertutto, come qualsiasi altro periodico. Apparvero poi La ragazza di Bube di Carlo Cassola, Un amore di Dino Buzzati e tanti altri romanzi contemporanei. Facevano parte di una nuova collana di Mondadori, gli Oscar, nella quale era prevista la pubblicazione integrale di romanzi e poi anche di saggi, la cui prima edizione risalisse ad almeno tre anni prima. Non era la prima volta che una casa editrice italiana lanciava sul mercato libri tascabili: nel 1949 la Rizzoli aveva dato il via alla BUR, che da allora andava pubblicando classici della letteratura di ogni epoca. Ma gli Oscar Mondadori costituivano una fondamentale novità, perché per la prima volta il libro si adattava alle forme dei mass media più moderni, tanto che uno degli slogan della campagna pubblicitaria era: “I libri transistor che fanno biblioteca”. Gli Oscar riservavano inoltre particolare attenzione all’aspetto esteriore del libro, che, a differenza della copertina grigia dei volumetti della BUR, si caratterizzava per la vivacità dei colori e delle soluzioni grafiche. Per le giovani generazioni gli Oscar costituirono uno stimolo notevolissimo alla lettura, come testimoniavano le tirature: a ottobre, i 23 volumi già usciti avevano già avuto una tiratura complessiva di oltre 5 milioni di copie, oltre 250.000 in media per volume. Erano tirature sconosciute all’editoria italiana. A giugno uscirono anche i Garzanti per tutti con La paga del soldato di William Faulkner, Moll Flanders di Daniel Defoe, Un amore di Swann di Marcel Proust, e la serie di Angelica di Anne e Serge Golon, che ebbe un grande successo popolare e ispirò una serie di fortunati film. In seguito molti editori lanciarono collane tascabili che si rivolgevano al nuovo pubblico di massa delle edicole.
Etichette: 1965, letteratura, LIBRI
GUERRA E PACE – LEONE TOLSTOJ
Leone Tolstoj, uno dei maggiori romanzieri russi dell’Ottocento, scrisse un libro bellissimo e molto famoso, Guerra e pace, ambientato nell’età napoleonica.
Il libro narra la storia di tre famiglie aristocratiche, i Rostov, i Bolkonskij, i Bezuchov, legate fra loro da parentele e amicizie, la cui storia si intreccia con quella di altri personaggi sullo sfondo della Russia di inizio secolo.
Nel 1805 il principe Andreij Bolkonskij, bello, intelligente, orgoglioso, viene ferito nella battaglia di Austerlitz: la sua avversione nei confronti di Napoleone è attenuata da una sorta di ammirazione per l’eroe vittorioso. Ritornato a Mosca, conosce a un ballo la giovanissima e affascinante Natascia Rostova, che si innamora perdutamente di lui. Attratto dalla freschezza e dall’ingenuità della ragazza, Andreij si fidanza con lei, poco prima di partire per la guerra: Napoleone sta per invadere la Russia e il generale Kutuzov chiama intorno a sé i migliori ufficiali.
Natascia, benché protetta dalla famiglia, si sente sperduta e accetta la corte di Anatol, un cinico dongiovanni che la convince a fuggire con lui. Il progetto non si realizza, ma la notizia si diffonde e Natascia, nella sua lealtà, rompe il fidanzamento con Andreij. Ha inizio la penetrazione in Russia delle truppe napoleoniche: la difesa del Paese richiede uno sforzo gigantesco cui concorre tutta la popolazione. I contadini abbandonano i villaggi dopo averli incendiati e si dirigono verso l’interno, ma i nemici incalzano e la fuga si trasforma in esodo. Anche Natascia e la sua famiglia lasciano Mosca con una folla di feriti: riconosciuto Andreij in uno di questi, ella si dedica in modo esclusivo a curare l’antico innamorato che però muore dopo una lunga agonia.
Napoleone arriva a Mosca: nella città che brucia, una amara riflessione lo persuade della necessità di ritirarsi. Spinto da un vago progetto di uccidere l’imperatore francese, Pierre Bezuchov, un amico di Andreij, da sempre segretamente innamorato di Natascia, mentre vaga nel caos della capitale in fiamme viene arrestato dai francesi e incolonnato con gli altri prigionieri russi sulla strada della ritirata. Qui Pierre viene in contatto con un’umanità prima sconosciuta: quella dei contadini poveri e rassegnati, le vere vittime della guerra.
Per una serie di casi imprevisti, Pierre riesce a far ritorno a Mosca. Ormai il pericolo è lontano, Napoleone sconfitto, la Russia salva. Con il matrimonio di Pierre e Natascia si conclude il romanzo (denso di personaggi e storie collaterali) in cui Tolstoj riesce stupendamente a esprimere e a comunicare tutta la pietà che la guerra gli ispira, tutta la speranza che la pace gli infonde.
Etichette: guerra e pace, letteratura, lev tolstoj, LIBRI
ANACREONTE
Poeta greco, nato a Teo, sulla costa ionica dell’Asia Minore, intorno al 570 a.C. Quando Teo fu conquistata dai persiani, Anacreonte fu costretto ad emigrare ad Abdera, sulla costa trace. Agli anni di quel soggiorno difficile per le frequenti azioni di guerra contro i traci, appartengono alcuni frammenti poetici, nei quali l’esplicito riferimento alla Tracia è suggerito da motivi allusivi e polemici. Ma non meno vivo doveva essere il ricordo della sua patria, spesso rievocata nel canto.
L’ascesa di Policrate al potere nell’isola di Samo (537 o 535 a.C.) determinò una svolta decisiva nel suo iter poetico. Invitato alla corte del tiranno, Anacreonte vi rimase sino al 522, quando l’astuzia del satrapo persiano Orete pose fine a un periodo fortunato e felice della storia di Samo.
La tradizione colloca qui l’acme del poeta, non a torto, se consideriamo gli impulsi che le vicende politiche dell’isola e le iniziative culturali promosse dal tiranno dovettero imprimere alla sua arte e l’influenza che egli esercitò sulle forme della cultura samia. Una conferma della posizione di rilievo e della familiarità di cui Anacreonte godette presso il tiranno, sino al punto da intervenire direttamente negli affari politici del governo, è offerta dalla testimonianza di Erodoto sulla sua presenza durante un colloquio di Policrate con l’inviato di Orete. La morte di Policrate portò il poeta ad Atene alla corte di Ipparco. Illustrativo della sua attività ateniese è l’entusiastico elogio che, alcuni decenni dopo, Crizia il giovane, nipote del Crizia amico di Anacreonte e dedicatario di alcuni dei suoi carmi, scrisse quando, dopo le guerre persiane, soltanto un lontano ricordo sopravviveva di quella raffinata spiritualità che aveva animato i simposi dell’Atene di Ipparco. Con la morte di Ipparco (514 a.C.) perdiamo le sue tracce; forse Anacreonte si recò in Tessaglia presso gli Alevadi, come lasciano supporre due epigrammi attribuitigli nell’Antologia Palatina. Visse sino all’età di 85 anni; quasi certamente morì a Teo, dove era la sua tomba e dove una statua ne celebrava la memoria. Non minori il favore e la popolarità nell’Atene del sec. V, come documentano la statuaria e la ceramica attica raffigurante il poeta e i suoi amici in festose scene di banchetti.
La poesia
Ampio e vario il panorama tematico delle sue Odi, ma privilegiato il tema dell’amore: un amore raffinato, che trasforma la polarità del contrasto in una dimensione emotiva sapiente e sfumata; un amore immaginoso, bizzarro, come mostrano le simboliche raffigurazioni di Eros (pugile, fabbro, alato), riflettenti gli esiti di reali esperienze nei simposi e nei banchetti. Quale sia il senso del simposio anacreontico s’intende da alcuni versi programmatici: non gozzoviglia, non ebbrezza sfrenata, ma radunanza lieta di amici capaci di esprimere le gioie più intense senza oltrepassare i limiti di una civile urbanità. Un atteggiamento conviviale aperto a una più viva socialità nella quale, come nell’amore efebico e nell’arte, l’idealità aristocratica si contempera con le esigenze della nuova società borghese del tempo di Pisistrato e dei suoi eredi. Per intendere nella giusta prospettiva culturale quest’arte del tardo arcaismo è necessario considerare l’influenza che esercitò su essa un elemento nuovo, l’elemento dionisiaco, entrato nel mondo religioso e artistico del poeta accanto ad Eros e Afrodite. Questa sana mescolanza di gioia dionisiaca e di limpida saggezza è esplicita nei polemici versi di un’elegia: “non mi è caro chi bevendo da un cratere colmo narra le risse e le guerre lagrimevoli, ma solo chi associando i bei doni di Afrodite e delle Muse canta l’amabile gioia”. Figure femminili e tipi umani di diversa indole sono caratterizzati sullo sfondo del loro ambiente. A volte una beffarda icasticità emerge nel linguaggio e nelle metafore che ora si adeguano al tipo umano, ora rilevano per contrasto, attraverso epiteti ed espressioni dell’epica, la comicità delle situazioni e delle persone. La poesia di Anacreonte offre sotto il profilo delle strutture linguistiche gli aspetti propri di un fenomeno culturale altamente ritualizzato tipico di una cultura orale, ma ha una sua cifra specifica nella paratattica struttura trimembre del periodo, nella simmetrica disposizione degli aggettivi, nelle ricorrenti apostrofi e nelle frequenti anafore uditive e visive, nella frequenza di verbi espressivi e di parole del linguaggio conversativo e, infine, nella multiforme simbologia amorosa che tende a creare l’atmosfera momentanea di una situazione piuttosto che ad esprimere l’intensità di uno stato emotivo. Se escludiamo i papiri di Ossirinco che ci hanno restituito 14 frammenti, l’opera di Anacreonte ci è stata conservata in stato frammentario dalla tradizione medievale attraverso citazioni di scrittori e di grammatici della tarda grecità. La prime edizioni antiche furono quelle alessandrine di Aristofane di Bisanzio e di Aristarco.
L’ANTOLOGIA
Il mensile fiorentino nasceva per iniziativa dell’editore e libraio Giovan Pietro Vieusseux (1779-1863), un ligure di famiglia ginevrina, di formazione protestante e di cultura cosmopolita.
Nel Gabinetto scientifico e letterario, da lui fondato nel 1812, riunì a Firenze scrittori di vario orientamento e provenienza, alcuni dei quali erano sfuggiti alla repressione dei moti del 1820 e 1821, offrendo loro nella sede di Palazzo Buondelmonti un centro nazionale di incontri e discussioni.
L’Antologia era strettamente collegata alle attività del Gabinetto e stampava oltre 700 copie, un buon numero delle quali veniva diffuso al di fuori della Toscana. Vi collaboravano alcuni degli intellettuali liberali più attivi fra il 1821 e il 1831: gli esuli napoletani Giuseppe Poerio, Gabriele Pepe, Pietro Colletta; Pietro Giordani, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Montani, provenienti dall’esperienza del Conciliatore; i cattolici fiorentini Raffaele Lambruschini e Gino Capponi. Garantivano un apporto culturale e finanziario proprietari terrieri, aristocratici e uomini d’affari liberali, come Cosimo Ridolfi, Bettino Ricasoli, Enrico Mayer. Fautori del liberismo in economia, impegnati nella ricerca e nella divulgazione di nuove tecniche agrarie, promotori di asili e di scuole di mutuo insegnamento, i redattori del giornale cercarono di dare all’Antologia un’impronta illuministica moderata, caratterizzando il mensile in funzione pedagogica e riservando alla letteratura un posto marginale rispetto all’economia, alla statistica, al diritto, alle scienze. Nello sforzo di giungere fino ai contadini, alcuni dei collaboratori ripresero e divulgarono, attraverso giornali agrari e almanacchi popolari, le tematiche riformatrici del mensile di Vieusseux.
L’Antologia cessò le pubblicazioni nel 1833 a causa delle pesanti pressioni esercitate dall’Austria sul granduca di Toscana Leopoldo II dopo il fallimento dei moti del 1831.
LA BIBLIOTECA ITALIANA
La rivista mensile “Biblioteca italiana” nacque a Milano per iniziativa del conte Heinrich von Bellegarde, governatore della Lombardia e luogotenente del viceré fino al marzo del 1816, impegnato a creare intorno all’Austria il consenso degli ambienti intellettuali italiani. Originariamente Bellegarde aveva pensato di affidarne la direzione a Ugo Foscolo, la figura di maggior prestigio fra i letterati italiani, facendo leva sull’ostilità manifestata dal poeta veneziano nei confronti della politica napoleonica. Dopo il rifiuto di Foscolo, che alla collaborazione con gli austriaci preferì la via dell’esilio, e quello successivo di Vincenzo Monti, che declinò l’incarico dopo alcuni mesi di lavoro, Bellegarde nominò direttore Giuseppe Acerbi, diplomatico, viaggiatore e geografo, che divenne l’uomo di fiducia del governo austriaco.
Il primo numero apparve nel gennaio del 1816. Le pubblicazioni sarebbero proseguite, con rigorosa scadenza mensile, fino al 1840, quando la rivista assunse il nuovo titolo di “Giornale dell’Istituto regio lombardo di lettere e arti” con cui continuò a uscire fino al 1859. Vi collaborarono alcuni dei più illustri letterati del tempo, da Vincenzo Monti a Pietro Giordani. Finanziata, anche in modo diretto, dalle casse dello Stato, la rivista riuscì a raggiungere e a mantenere la ragguardevole cifra di oltre 700 abbonati. Secondo il programma iniziale, essa avrebbe dovuto accogliere le aspirazioni di una cultura “moderna”, al di sopra delle frontiere nazionali, ma dietro le dichiarazioni ufficiali si nascondeva l’obiettivo non meno importante di mostrare i vantaggi che derivavano alla Lombardia dall’appartenenza all’impero asburgico.
IL CONCILIATORE
Il progetto di un periodico contrapposto alla “Biblioteca italiana” nacque negli ambienti intellettuali milanesi che avvertivano l’esigenza di un giornale libero da legami con il governo austriaco e impegnato nella prospettiva politica di una nazione italiana indipendente.
Dopo una lunga fase di discussione, l’iniziativa si concretizzò nel settembre del 1818. Il Conciliatore uscì con cadenza bisettimanale, fino alla chiusura per ordine del governo austriaco nell’ottobre del 1819. Ne furono promotori Federico Confalonieri e Luigi Porro Lambertenghi, esponenti dell’aristocrazia milanese, liberali e convinti fautori delle riforme economiche e del progresso tecnologico.
Vi collaborarono soprattutto letterati che si autodefinivano romantici e si contrapponevano polemicamente ai classicisti della “Biblioteca italiana”: Ludovico di Breme, Silvio Pellico, Pietro Borsieri, Giovanni Berchet, Ermes Visconti. A loro si unirono Melchiorre Gioia, Giandomenico Romagnosi, Giuseppe Pecchio, Giovanni Rasori. Esplicito era il richiamo al precedente settecentesco del “Caffè”, il periodico degli illuministi lombardi, di cui Il Conciliatore riprendeva la tensione etico-politica, l’apertura alla cultura europea, l’intenzione di superare le sterili polemiche letterarie per rafforzare l’impegno civile nella società. Alle recensioni letterarie il giornale milanese affiancava la trattazione di questioni legate allo sviluppo della tecnica o di interesse sociale (come l’istruzione elementare, l’illuminazione a gas, l’organizzazione carceraria) e novelle finalizzate all’educazione popolare. La circolazione del “foglio azzurro”, come venne chiamato per il colore delle sue pagine, rimase comunque ristretta: 240 abbonati, quasi tutti concentrati a Milano. Cessate le pubblicazioni, gli esponenti più rappresentativi del gruppo passarono all’attività clandestina, finendo coinvolti nella repressione del 1821. Anche per queste successive vicende, Il Conciliatore divenne un simbolo e un mito del risorgimento italiano.
SILVIO PELLICO E LE MIE PRIGIONI
Nato a Saluzzo nel 1789, Silvio Pellico si stabilì a Milano, dove divenne precettore in casa del conte Luigi Porro Lambertenghi e si legò di amicizia con Ugo Foscolo, Vincenzo Monti e altri letterati italiani e stranieri residenti o di passaggio a Milano. Nel capoluogo lombardo Pellico conobbe il primo importante successo con la tragedia Francesca da Rimini, rappresentata per la prima volta nel 1815, ed ebbe modo di frequentare i circoli romantici e di diventare uno dei più assidui collaboratori del “Conciliatore”. Introdotto nella Carboneria da Pietro Maroncelli, Pellico venne arrestato dalla polizia austriaca il 13 ottobre 1820. Processato e condannato a morte nel 1822, venne graziato dall’imperatore che commutò la condanna in quindici anni di carcere duro, da scontarsi nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Graziato nel 1830, ritornò a Torino, dove visse come bibliotecario dei marchesi di Barolo e riprese l’attività letteraria componendo tragedie, liriche di ispirazione religiosa e trattati morali. Morì nella capitale sabauda nel 1854. La sua fortuna letteraria è essenzialmente legata al libro di memorie Le mie prigioni, pubblicato nel 1832, nel quale Pellico rievocava la sua esperienza del carcere e della conversione religiosa. Non era intento dell’autore scrivere un’opera di propaganda antiaustriaca, ma Le mie prigioni furono lette, nel clima di repressione degli anni Trenta, come un atto di accusa nei confronti del duro regime carcerario dello Spielberg. Metternich lo definì un “libro di preghiere convertito in un libro di calunnie” più dannoso per l’Austria di una battaglia perduta.
CESARE LOMBROSO
Le teorie di Cesare Lombroso (Verona 1835 – Torino 1909) segnarono profondamente il pensiero medico e criminologico negli anni del positivismo. Laureato in medicina nel 1858, si arruolò come ufficiale medico e, dopo l’unità, partecipò a una spedizione contro il brigantaggio in Calabria, dove iniziò i suoi studi antropologici sui delinquenti.
Dopo un periodo di insegnamento universitario a Pavia, interrotto nel 1871-1872 dall’attività di direttore del manicomio di Pesaro, nella quale Lombroso si distinse per la battaglia in favore dell’istituzione dei “manicomi criminali”, intesi come ospedali speciali per i delinquenti malati di mente, vinse la cattedra di medicina legale a Torino, dove si trasferì nel 1876. In quell’anno pubblicò il Trattamento antropologico-sperimentale dell’uomo delinquente, in seguito riedito e tradotto in diverse lingue, accrescendo notevolmente la sua fama italiana e internazionale. Le teorie lombrosiane, basate in una prima fase su un esame quasi esclusivamente fisico e “morfologico” dei delinquenti volto a delineare le diverse “specie” devianti, divennero in seguito più complesse grazie alla maggiore attenzione prestata agli aspetti psicologici e sociali della personalità dei soggetti studiati, per influsso soprattutto dell’impostazione sociologica del socialista Enrico Ferri. I critici non gli perdonarono però alcune idee cardine delle sue dottrine, fra cui l’esistenza di un “tipo criminale”, originato da fattori degenerativi ereditari, l’identificazione fra epilessia e delinquenza congenita, la poca considerazione per i fattori ambientali. Dal 1880 Lombroso pubblicò l’Archivio di psichiatria, antropologia criminale e scienze penali. Negli ultimi anni si iscrisse al PSI, occupando per un breve periodo la carica di consigliere comunale a Torino.
THOMAS EDWARD LAWRENCE: I SETTE PILASTRI DELLA SAGGEZZA
Autore: Thomas Edward Lawrence
Lingua originale: inglese
Data di uscita: 1926
Genere: opera storica
Epoca: prima guerra mondiale, rivolta araba
L’AUTORE
Nato nel 1888 nel Galles, Lawrence si appassionò da ragazzo all’archeologia. Dopo gli studi in Scozia, Francia e all’Università di Oxford, la passione per gli antichi castelli costruiti dai Crociati lo portò in Siria, dove si impadronì rapidamente del linguaggio e delle usanze locali. Dopo la guerra contro i turchi, rimase molto deluso dalla decisione del Congresso di Versailles, che negava l’indipendenza araba, da restituire tutte le sue decorazioni e arruolarsi sotto falso nome nella Raf, come semplice aviere. Morì nel 1935 in un incidente motociclistico, che a qualcuno parve sospetto. Dopo la sua scomparsa la sua leggenda si è ingigantita. Per i molti è conosciuto come Lawrence d’Arabia.
LA TRAMA
All’inizio della prima guerra mondiale l’Impero ottomano, in via di disfacimento ma ancora potente, è alleato della Germania. I suoi territori si stendono in quello che oggi viene chiamato il Medio Oriente, e costituiscono una minaccia per gli inglesi. Lawrence è un giovane archeologo, addetto all’Ufficio Arabia del comando britannico al Cairo, e conosce a perfezione le lingue e i dialetti del luogo. E’ dunque a lui che le autorità di Londra ricorrono, pensando di poter indurre le tribù arabe a sollevarsi contro il dominio turco. Le azioni di guerriglia si svolgono dal 1916 al 1918, e questo libro ne è l’affascinante narrazione.
Lawrence d’Arabia è stato trasferito anche al cinema, e il famoso film di David Lean, protagonista Peter O’Toole, ne è una versione abbastanza fedele. Qualche dubbio riguarda peraltro la veridicità del racconto di Lawrence, e più ancora i suoi reali intenti. Questo singolare personaggio, amatissimo nel suo Paese, ha sempre sostenuto di volersi battere pressochè esclusivamente per la causa araba. Ciò in parte è vero, ma studi d’epoca recente hanno potuto accertare che egli, in realtà, ha fatto sempre e in modo primario gli interessi inglesi. Il che nulla toglie tuttavia alla grandiosità e all’interesse dell’opera letteraria.
Lawrence si muove dunque fra le irrequiete genti del deserto, spesso travestito da arabo. Va a visitare i capi-tribù, li scarta uno alla volta e pensa di aver trovato il condottiero ideale in re Feisal. Armati dagli inglesi, i suoi compiono numerosi attentati ai treni, disturbando le retrovie ottomane. Però la maggior impresa viene compiuta in collaborazione con Auda Abu Tayi, indomabile guerriero con il quale Lawrence marcia verso Akaba. La città portuale, imprendibile dal mare, viene conquistata dopo una lunga marcia fra le dune.
Se però Lawrence ha ottenuto ottimi risultati con i suoi irregolari, ben presto gli arabi si trovano in disaccordo fra loro. Ma un’ultima azione consente di interrompere le linee turche, e i reparti inglesi, comandati dal generale Allenby, entrano a Damasco. Lawrence può tornare in patria, pieno di gloria.
I PROTAGONISTI
Re Feisal
Scrive Lawrence: “Subito, al primo sguardo, capii che quello era l’uomo che cercavo in Arabia, il capo che avrebbe portato la rivolta araba al pieno successo”. Alto, sottile, maestoso in una veste di seta bianca, con il “burnus” bruno, Feisal ha la calma di una statua. Quando Lawrence gli dice che vuole arrivare a Damasco, risponde sorridendo: “Ci sono ancora dei turchi più vicini a noi”. E dà ordine di iniziare la guerriglia.
Auda
Auda Abu Tayi compare per la prima volta nella tenda di Feisal. E’ un uomo alto e forte, “magro in viso, di aspetto appassionato e tragico”. E’ un guerriero nato ma anche un abile diplomatico, che misura ogni parola e sa valutare le persone alla prima occhiata. Percorre il deserto come un cavaliere errante, ansioso di battersi per la libertà araba. Scrive Lawrence: “Se le sue azioni avessero realizzato una metà dei suoi desideri, saremmo stati felici e fortunati”. Ma anche Auda – impersonato da Anthony Quinn nel film di David Lean – resterà deluso dalla condotta degli inglesi.
Allenby
Soldato inglese di grandi qualità, nato nel 1861 a Londra. Edmund Henry Allenby andò a comandare l’esercito operante in Palestina dopo essersi distinto nel fronte francese. Entrato a Gerusalemme nel novembre 1917, conquistò l’anno successivo Damasco, Beirut e Aleppo. Promosso a maresciallo e onorato dal re con il titolo di visconte, rimase poi in Egitto fino al 1925 come alto commissario britannico. Morì nel ‘36 lo stesso anno in cui le truppe italiane occupavano l’Etiopia.
Etichette: LIBRI, STORIA, thomas edward lawrence
KARL BRUCKNER: IL GRAN SOLE DI HIROSHIMA
L'AUTORE
Lo scrittore Karl Bruckner è nato in Austria il 9 gennaio 1908. Tra i suoi numerosi libri per ragazzi ricordiamo Il faraone d'oro e Viva Mexico. Per Il gran sole di Hiroshima ha ricevuto nel 1961 il Premio di Stato austriaco e il Premio città di Vienna.
LA TRAMA
Il 6 agosto 1945 un grosso aereo americano, un B-29, sta volando sull'Oceano Pacifico verso il Giappone. Quando le stazioni costiere l'avvistano nessuno ordina l'allarme. E' un apparecchio solo, inutile turbare il lavoro delle fabbriche di armi. Dopo anni di vittorie militari i giapponesi sono ormai accerchiati, ma continuano a combattere. Se gli americani tenteranno di sbarcare, sarà un bagno di sangue. Lo stesso calcolo è stato fatto a Washington: invece che all'invasione si ricorrerà alla bomba atomica, che un gruppo di scienziati ha appena messo a punto. L'obiettivo del B-29 è un importante centro industriale, Hiroshima, che fino a quel giorno non è mai stato bombardato. Mentre l'aereo si avvicina, nella città continua la vita di tutti i giorni. Ci sono due bambini, Shigheo Saski e la sorellina Sadako, che ha appena 4 anni. Sadako sopravvive alla terribile bomba ma morirà 10 anni dopo, per le radiazioni che le hanno avvelenato il sangue.
LA PROTAGONISTA
A Hiroshima i bambini giocano, i loro genitori faticano in fabbrica o combattono nell'esercito, gli studenti aiutano nel lavoro. Qualche affarista approfitta della povera gente. Fra tanti personaggi, però, il vero protagonista è un altro: è la bomba custodita nel ventre del B-29, che sta per essere sganciata sulla città. Sembra un ordigno come gli altri; ma quando la palla di fuoco esplode, niente resiste. L'hanno attaccata a un paracadute, per dare il tempo all'aereo di allontanarsi. I piloti vedono in un attimo un'intera città spazzata via: 86 mila persone arse vive. Altre 72 mila ferite gravemente. Diecimila case distrutte.
MILLE GRU DORATE
Sadako, la sorella di Shigheo, ha 14 anni. Il giorno della bomba è ormai un ricordo remoto. Nel momento dell'esplosione si è sentita come bruciare dentro, ma è rimasta viva. Suo padre ha ripreso l'antico lavoro di barbiere e guadagna bene; tutti lavorano per ricostruire la città. Nella primavera del 1955 si tiene la grande staffetta ciclistica delle scuole, su due ruote da Tokio a Hiroshima. Sadako è forte è bene allenata; correrà l'ultima frazione, una decina di chilometri.
A darle la bandierina per il cambio è una ragazzotta pesante, molto in ritardo sugli altri. Sadako mette il fazzoletto triangolare fra i denti e parte furiosa. Vuole vincere, o almeno, non sfigurare. Stacca due maschi, ne raggiunge un altro, poi un altro ancora. Gli spettatori applaudono questa ragazza che corre come un uomo. Alla fine Sadako ha superato nove avversari. Era partita al ventottesimo posto, arriva diaciannovesima. E' felice, si complimentano tutti. Ma si sente esausta.
La fatica della corsa ha messo in moto un tremendo meccanismo interno. Molte persone sono già morte a Hiroshima anni dopo la bomba, a causa delle radiazioni. E' come un veleno annidato nell'organismo, che d'improvviso dilaga senza che i medici possano fare nulla. Sadako viene portata all'ospedale. Dice un medico americano: "Vedo nei suoi occhi le macchioline grigie che mi danno la certezza che questa bimba è segnata dalla morte. La sua forma è acuta: non c'è rimedio".
I medici sanno che è inutile iniettare sangue sano nelle vene di chi è stato colpito dalle radiazioni. E' malato il midollo dentro le ossa; non si riesce che a prolungare l'agonia. Shigheo pensa di poter ugualmente aiutare la sorella. Le porta della carta dorata, e ritaglia un uccello dalle ali aperte, una gru. Il giorno in cui Sadako ne avrà ritagliate mille sarà guarita. La ragazza è stanca, senza forze; ma tenta. A una a una le gru dorate vengono appese con fili intorno al suo letto. Lo stesso sta facendo un suo amico, Shighetomo, che arriva a costruire un pò più di quattrocento; poi muore. Sadako resiste. Cinque, sei, novecento gru. Ha fede, anche se le braccia non reggono più. Ha in mano la gru 910. Vede solo un leggero chiarore. Presto avrà mille gru, si ritroverà guarita. D'improvviso una luce. I genitori piangono vicino alla figlia morta. Le gru ondeggiano sul letto, come volessero volare via e ne fossero impedite soltanto dai fili che le tengono prigioniere.
Etichette: hiroshima, karl bruckner, LIBRI
ERNEST HEMINGWAY: PER CHI SUONA LA CAMPANA
Autore: Ernest Hemingway
Lingua originale: inglese-americano
Data di uscita: 1940
Genere: romanzo storico
Epoca: guerra civile in Spagna ( 1935)
L’AUTORE
Alto e grosso, con un fisico da pugile, Ernest Hemingway è stato uno degli scrittori americani più letti e ammirati in questo secolo. Dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, anche sul fronte italiano dove rimase ferito, ebbe una intensa attività giornalistica, nel suo Paese e a Parigi. Frequentò molti famosi autori, come Scott Fitzgerald: la “generazione perduta”, come più tardi furono definiti. Il suo primo grande successo, Il sole sorge ancora, è del 1926, quando l’artista aveva appena 27 anni. Poi Addio alle armi, ambientato in Italia, Verdi colline d’Africa (famosa la sua passione per la caccia grossa), Avere e non avere, numerosi racconti di grande bellezza e, nel 1940, Per chi suona la campana. Nel ‘56 Il vecchio e il mare gli valse il premio Nobel: ma ormai Hemingway era stanco e soffriva di depressioni. Si uccise nel 1961 con un colpo di fucile.
LA TRAMA
Durante la guerra civile spagnola, un giovane professore americano si unisce alle bande che lottano contro i falangisti del generale Franco. Conosce perfettamente la lingua, crede nelle idee di libertà. Non è però un illuso. Sa che anche tra gli antifascisti ci sono figure dubbie: Marty, il fanatico per il quale ordinare un’esecuzione è cosa normale; il campesino (contadino) che usa i medesimi, spietati metodi degli avversari. Ma Robert Jordan, l’americano, pensa che alla fine i comunisti capiranno i valori democratici. E comunque la prima esigenza è di fermare le truppe di Franco.
Nella sua vita fra le montagne, Robert conosce Maria, che ha subìto violenze dai falangisti: una ragazza bella e smarrita, che fatica a ritrovare un’identità. Un altro personaggio vivissimo è Pilar, una zingara che impone a tutti il suo carattere pieno di forza. A capo dei partigiani è Pablo, che un pò pensa di utilizzare Jordan, un pò lo considera come un intruso. L’americano è un esperto di esplosivi, e a valle c’è un ponte da far saltare. Non è un’azione decisiva per le sorti della guerra, ma almeno il nemico avrà qualche problema in più.
Mentre si prepara l’attentato, fra Robert e Maria nasce un amore intenso e tanto più appassionato perchè, come temono entrambi, privo di un futuro. Pilar guarda la coppia con simpatia, gli altri con diffidenza. Ma è il momento di agire. Non conta più il cinismo dei politici i quali, da una parte e dall’altra, fanno pagare prezzi terribili alle popolazioni civili. Ormani c’è solo da combattere. Il ponte viene fatto crollare con la dinamite, i falangisti sono costretti a fermarsi. Ma la banda deve ancora attraversare un terreno aperto, sotto il tiro nemico. Tutti riescono a passare, solo Jordan resta ferito. Non può muoversi, sa che se verrà fatto prigioniero lo aspetta la tortura. Così convince Maria ad allontanarsi con gli altri e, da solo, protegge gli amici con le sue ultime pallottole. Il suo sacrificio è valso a qualcosa.
I PROTAGONISTI
Robert Jordan
Non è il solito idealista americano, figura sulla quale si è spesso esercitata l’ironia di scrittori come Graham Greene. Vede tutti i complicati aspetti della realtà, e molti lo disgustano. Ma, come lo stesso Hemingway, sa due cose: bisogna impegnarsi e, una volta fatta una scelta, bisogna portarla avanti sino in fondo. Così Robert, anche se si innamora di Maria, anche se non gli piacciono alcuni uomini della sua banda, pensa essenzialmente al ponte da far saltare. Ha scritto il poeta John Donne: se muore un uomo, la sua perdita riguarda l’intero genere umano. “Per cui non domandare mai per chi suona a morto la campana, suona anche per te”. Quando sente che è arrivata la sua ora, Robert non si tira indietro.
Maria
Travolta dalla ferocia della guerra, convinta che si debba combattere ma logicamente impaurita, Maria spera fino all’ultimo che Robert si salvi. Fra le tante azioni militari, tra la ferocia degli uomini, il suo pensiero costante è per lo straniero che ha cambiato la sua povera vita. Ma sa che le cose sono più forti di lei, e non possono essere cambiate. Quando Jordan resta da solo a difendere la ritirata della banda, Maria si dispera ma non si stupisce. La campana ha suonato anche per lei.
Pilar
Rustica e beffarda, ma con una segreta vena di umanità, la zingara Pilar sa mettere in riga i più duri guerriglieri, i quali temono la sua autorità e anche la sua lingua. Parla e agisce come un uomo, imponendosi anche a un mezzo selvaggio come è Pablo. Nobile e plebea, sdegnosa e capace di grandi affetti, Pilar è la Spagna.
Etichette: ernest hemingway, LIBRI
HANS CHRISTIAN ANDERSEN: LE FIABE
L'AUTORE
Capita spesso che uno scrittore, dopo avere cercato la gloria attraverso libri che considera importanti, debba la sua celebrità a una produzione apparentemente minore: nel nostro caso, appunto, le fiabe. In Danimarca c'è ancora chi legge i romanzi di Hans Christian Andersen, la sua autobiografia, le descrizioni dei viaggi; e spesso si tratta effettivamente di opere di livello, altamente stimate dai contemporanei. Ma se Andersen teneva al giudizio della critica, tanto da amareggiarsi per alcuni giudizi meno favorevoli, è proprio alle fiabe che deve l'immortalità. La loro stesura è durata dal 1835, anno della prima raccolta, fino al 1872: in tutto 156 racconti, che sono altrettanti gioielli. Curioso che, in gioventù, Andersen si sentisse ispirato da filosofi e pensatori danesi e tedeschi, componendo non solo poesie ma perfino una serie di salmi, tuttora cantati in Danimarca. Ma del resto del mondo, se non fosse stato per le fiabe, il suo nome sarebbe rimasto ignoto.
LA TRAMA
C'è qualcosa di comune fra la Sirenetta e il soldatino di stagno, il brutto anatroccolo e la piccola fiammiferaia, gli elfi che vivono sui monti e i cigni che portano in volo le principesse? A prima vista l'unico legame è costituito dalla fantasia: ma questo, a ben pensarci, vale per tutti i libri di fiabe. Accade però qualche volta che, in una serie di racconti, le sensazioni che il lettore ricava dipendano dalla mano magica dell'autore. Può essere l'immaginazione sfrenata, oppure la leggerezza della frase, o ancora la vitalità dei personaggi e il fascino dell'ambiente. Ingredienti che, in Andersen, si ritrovano tutti insieme.
Certo, fra tanti spunti, alcuni più di altri sono rimasti nella memoria dei ragazzi - e degli adulti - di tutto il mondo. Non tutte le storie di Andersen si concludono bene, "..e vissero felici e contenti". Spesso, anzi, il finale è rattristante: se l'anatroccolo sgraziato diventa il più bello dei cigni, la piccola venditrice di fiammiferi muore nel gelo. E quando il soldatino senza una gamba si innamora, della ballerina di carta, ritta anch'essa sulla punta di un solo piede, basta una fiammata per consumarli entrambi, come bolle d'aria. Una nazione intera infine, la Danimarca, si è commossa per la Sirenetta, la cui stata guarda il mare dal porto di Copenaghen, ammirata da tutti i turisti.
IL PROTAGONISTA
Dovendo scegliere uno solo fra i personaggi creati da Andersen, non si può sbagliare: è la Sirenetta che vive nel palazzo sottomarino del padre, il Re del mare, e sogna il giorno in cui potrà vedere gli abitanti e le cose della terra. Di anno in anno le sue sorelle meno giovani salgono in superficie, tornando con descrizioni affascinanti. Una resta incantata dalla bellezza dei tramonti sulle città, un'altra dai palazzi e castelli che sorgono sui prati; e quella che emerge d'inverno si ritrova fra i grandi blocchi di ghiaccio, rilucenti come diamanti. Quando compie 15 anni, sui 300 di vita che sono concessi a questi esseri marini, la Sirenetta corre in alto, leggera. Tutto è calmo, un magnifico bastimento galleggia sull'acqua. Si vedono luci, si odono musiche: è la festa di un giovane principe, del quale la piccola sirena subito si innamora. Scoppia una tempesta, la nave va a fondo, tutti annegano: ma è lei che salva l'amato, depositandolo su una spiaggia. Per poterlo rivedere, la Sirenetta si fa aiutare da una strega: dovrà morire giovane, soffrirà tremendi dolori per la comparsa delle gambe al posto della coda, perderà la sua bellissima voce ma diventerà una donna. Così avviene. Il principino la vede, è colpito dalla sua straordinaria bellezza, la ospita nel suo palazzo: però dovrà sposare un'altra. Mentre egli torna per mare nella sua terra, con la futura sposa, le sorelle danno alla Sirenetta un pugnale: se con quello ucciderà il suo amore, sarà salva e tornerà come prima. Ma lei getta il coltello in mare e si trasforma in spuma salata sulla cresta delle onde, da dove 300 anni più tardi volerà in cielo.
IL VESTITO NUOVO DELL'IMPERATORE
C'è un modo di dire che si usa anche nella politica moderna, "il re è nudo". Significa che certi potenti, o certi loro metodi poco onesti, vengano smascherati dalla gente comune, che si può ingannare ma solo fino a un certo punto. Questo concetto deriva da una famosa fiaba di Andersen - forse la più famosa - intitolata Il vestito dell'imperatore. E' la storia di un re pieno di vanità, il quale non si cura che dei suoi abiti: e di questa mania approfittano due bricconi promettendogli non solo il più bel vestito che si sia mai visto, ma dei tessuti dotati di una mirabile proprietà. Solo le persone intelligenti potevano coglierne trame e colori, invisibili invece per gli stupidi.
L'imperatore pensa che in questo modo potrà sapere subito quanta gente capace c'è nel suo regno, e quanta inetta. Ma quando i due lestofanti gli presentano l'abito, descrivendone le meraviglie, non vede nulla: e difatti quelli si erano intascati il filo e gli ori, senza tessere nessun drappo. Temendo di essere scambiato per uno sciocco, il sovrano finge di ammirare tinte e sfumature; e dopo di lui fanno lo stesso i cortigiani incaricati di verificare. Nessuno vuole passare per stupido e venire così scacciato dalla reggia.
Poichè l'intero Paese viene informato della faccenda, quando il re sfila per strada con l'abito nuovo tutti i cittadini si profondono in elogi: ma quanto è bello, come gli sta bene, che bravi quei sarti. Solo un bambino strilla d'improvviso: "Ma non ha niente addosso!.."; e dopo un pò, udita la voce dell'innocenza, l'intera popolazione ripete lo stesso grido, mentre l'imperatore sprofonda nella vergogna.
Qui, nella versione moderna, dovrebbe terminare la favola del "re nudo", usata, come dicevamo, ancor oggi per smascherare i lati negativi del potere. Senonchè vanno lette anche le ultime righe di Andersen: "L'imperatore si rodeva, perchè anche a lui sembrava veramente che il popolo avesse ragione. Ma pensava: "Qui non c'è scampo! Qui ne va del decoro della processione, se non si rimane imperterriti". E prese un'andatura ancora più maestosa; e i paggi continuarono a camminare chini, reggendo lo strascico che non c'era". Dove la morale è pessimistica: nudo o no, è il potente che continua a comandare, trovando sempre servi sciocchi.
Etichette: hans christian andersen, LIBRI
HENRYK SIENKIEWICZ: QUO VADIS?
Autore: Henryk Sienkiewicz (1846-1916)
Lingua originale: polacco
Data di uscita: 1896
Genere: romanzo storico
Epoca storica: primo secolo dopo Cristo, a Roma
L'AUTORE
Nobile polacco di campagna, nato nel 1846 e morto a settant'anni, Sienkiewicz cominciò la sua carriera come giornalista, pubblicando intanto romanzi e racconti. Appassionato di viaggi, visitò i più avanzati Stati europei, varcando poi l'oceano fino alla California. Dopo le opere di ambiente contadino, e descrizioni degli ambienti stranieri in cui era vissuto, lo scrittore si orientò verso il genere storico. Il suo Quo vadis?, che lo rese famoso in tutto il mondo, è del 1894. Il libro gli valse nel 1905 il Premio Nobel, e fu grazie alla celebrità raggiunta che Sienkiewicz ebbe un ruolo importante nella difesa della sua Polonia dalle pressioni tedesche. Ma la morte lo colse nel 1916, terzo anno della guerra sferrata dalla Germania.
LA TRAMA
L'apostolo Pietro, che si sta allontanando da Roma per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani, incontra sulla strada il Redentore che cammina nella direzione opposta. Stupito gli chiede: "Quo vadis, Domine?", "Dove vai, o Signore?". E Gesù gli risponde che va a farsi crocifiggere un'altra volta, visto che i suoi fedeli lo abbandonano. Pietro capisce l'altissima lezione, torna sui suoi passi e subisce il martirio.
La sofferenza cristiana, le spietate regole della città imperiale, sono lo sfondo di questo romanzo, uno fra i più letti nel mondo. Siamo all'epoca di Nerone. Un giovane nobile, Vinicio, è innamorato di Licia, figlia di un re straniero che è stata affidata a una famiglia cristiana. Uno dei consiglieri dell'imperatore è Petronio, raffinato e cinico: grazie al suo intervento, Vinicio ottiene che Licia gli venga consegnata. A salvare la ragazza è però il suo schiavo, un gigante di nome Ursus, fedelissimo verso la padroncina. I due si rifugiano presso una comunità di seguaci della neonata Chiesa, ma il patrizio riesce a rintracciarli.
Parrebbe il trionfo del vizio sulla virtù: sennonchè Vinicio subisce il fascino di questa religione per lui ignota e rinuncia ai suoi propositi. Ma sta per accadere il peggio perchè Roma va a fuoco e Nerone incolpa dell'incendio i cristiani. Comincia la caccia, Licia e molti suoi compagni di fede vengono portati al Circo per essere sbranati dalle belve. Proprio Licia compare sull'arena, legata al dorso di un bufalo selvaggio. E' una scena grandiosa, poi riprodotta in innumerevoli quadri e film: il fortissimo Ursus afferra la bestia per le corna, la blocca, la schianta al suolo. La folla, colpita dall'incredibile spettacolo, chiede che la fanciulla e il suo salvatore vengano liberati. Nerone è costretto a consentire. Sono, del resto, gli ultimi giorni del suo regno. Il folle imperatore viene detronizzato e ucciso. Vinicio e Licia possono finalmente unirsi in matrimonio.
I PROTAGONISTI
Licia
Di stirpe reale, bella come l'aurora, anche Licia ama Vinicio: ma non potrebbe vivere con un pagano. Tutta la sua vita, i suoi pensieri sono ispirati all'insegnamento cristiano. Anche quando Vinicio resta ferito, la giovane lo cura con passione ma respinge le sue offerte. Solo quando il suo innamorato si fa cristiano, Licia si abbandona alla pienezza dei sentimenti. Nel grande romanzo la sua figura non viene approfondita, e finisce con l'assomigliare ad altre eroine del medesimo stampo. Ma la sua freschezza, la sua purezza rimangono nel ricordo.
Ursus
Questo gigante impersona la forza, la fedeltà. Se ha dei pensieri, questi rimangono nascosti dietro la sua fronte taurina. L'unico dato sempre presente è che lo schiavo, insieme mite e terribile, deve difendere in ogni occasione la padrona che il destino gli ha assegnato. Come Licia è tutta sentimento e fede, così Ursus è tutto muscoli e azione. Si dice che la fede sposta le montagne, e spesso è vero. Ma se in nome della fede si batte anche qualche robusto guerriero, è meglio.
Nerone
Qualche studioso sta cercando di riabilitare, almeno in parte, questo imperatore rimasto nella storia come un pazzo criminale, che si esibiva come mediocre artista e suonava la lira mentre Roma era divorata dall'incendio. Sono stati soprattutto Tacito e Svetonio a costruire questa fama, che nel Quo vadis? in realtà appare più sfumata. Per l'autore polacco, Nerone sarebbe migliore della sua leggenda, e avrebbe il torto di farsi influenzare da consiglieri come Tigellino, l'incendiario, e dallo scettico Petronio. Sulla figura di questo discusso imperatore si sono esercitati molti artisti, da Racine a Goldoni e Dumas.
Etichette: henryk sienkiewicz, LIBRI, quo vadis
HARRIET BEECHER-STOWE: LA CAPANNA DELLO ZIO TOM
Autrice: Harriet Beecher-Stowe (1811-1896)
Lingua originale: inglese-americano
Data di uscita: 1851
Genere: romanzo storico sociale
Epoca storica: prima metà dell'Ottocento americano
L'AUTRICE
Disse di lei Abramo Lincoln, il presidente americano che dopo la guerra civile abolì la schiavitù negli Stati Uniti: "E' la piccola donna che ha vinto la guerra". Enorme fu infatti l'influenza che La capanna dello zio Tom ebbe sull'opinione pubblica americana. Oggi le comunità di colore giudicano in modo negativo la figura dell'antico schiavo, nel quale vedono troppa rassegnazione e nessun impulso di lotta contro il potere bianco. Ma un secolo e mezzo fa questioni simili non si ponevano, e il romanzo servì anzi a far considerare gli schiavi come degli esseri umani, meritevoli di un trattamento cristiano, anzichè degli oggetti di vendita e scambio. Nata nel 1811, morta a 85 anni, la Beecher-Stowe era figlia di un pastore protestante. Grazie al successo mondiale del suo libro, fu invitata ripetutamente in Europa. Scrisse anche altri romanzi, il cui ricordo rimane però oscurato da quello immortale, delo zio Tom.
LA TRAMA
Lo zio Tom è uno schiavo negro, che vive in una piantagione americana nella pirma metà dell'Ottocento. Ha un buon padrone che però, per un dissesto finanziario, è costretto a vendere tutte le sue proprietà. Fra questi esseri umani trattati come merce c'è anche un bambino, Enrico, che al pari di tanti altri rischia di venire strappato alla famiglia. Ma sua madre, la coraggiosa meticcia Elisa, lo strappa ai mercanti e fugge con lui. Quando sta per essere catturata, in pieno inverno, sbalordisce gli inseguitori saltando fra i blocchi di ghiaccio del grande fiume Ohio, e raggiungendo in questo modo la riva opposta. E' una scena che è stata dipinta da innumerevoli pittori, tanto da diventare familiare in tutti gli Stati Uniti.
Se però Elisa si salva, e riesce a raggiungere il Canada dove non c'è schiavitù, ben più triste è la sorte di Tom. Va in mano a un brutale coltivatore di cotone, Simon Legree, che vuol fare di lui un sorvegliante, o meglio ancora un aguzzino. Per qualche tempo il vecchio negro, alta figura di cristiano, aveva creduto di poter finire in pace i suoi giorni nella casa del Saint-Clare dove la figlia del proprietario, Evangelina, è una ragazzina di grande e tenera dolcezza. Ma Evangelina muore, suo padre viene ucciso in una rissa ed è lo spietato Legree a imporre la sua legge.
Lo zio Tom non fa il ribelle, non capeggia rivolte. Semplicemente si rifiuta di compiere il male che gli viene chiesto. Furibondo, il padrone lo fa percuotere a morte. Se avesse guadagnato un pò di tempo, se avesse almeno in parte obbedito agli ordini, forse Tom si sarebbe salvato. Infatti il figlio del suo primo padrone, che ha ricostruito la sua ricchezza, lo sta cercando per riportarlo nella vecchia casa. Ma è troppo tardi. Quando il giovane riesce a rintracciarlo, lo zio Tom è in agonia e può solo dire qualche parola, con un filo di voce. Ed è, ancora una volta, una parola di perdono e di pace.
I PROTAGONISTI
Zio Tom
Più che uno schiavo, o di un uomo, quella dello zio Tom è la figura di un santo, forse fin troppo idealizzata. Mai esce dalla sua bocca una parola che non sia di amore e di rassegnazione. Quando vive nella famiglia Saint-Clare, diventa praticamente il consigliere spirituale di Evangelina. Quando si trova nell'inferno della piantagione, con Simon Legree, la sua vocazione è quella del martire. Un autentico patriarca, come si trovano nell'Antico Testamento.
Evangelina
Anche Evangelina, personaggio che ha fatto piangere milioni di lettrici, ha la grazia e la soavità di un'immagine mitologica. Svelta, attiva, con un passo talmente rapido che sembra di vederla volare, la piccola non sopporta le sofferenze altrui. A rattristarla sono specialmente le condizioni di vita degli schiavi negri, che a loro volta l'adorano. Quando sente che la vita le sfugge, si augura che la propria morte possa por fine alle miserie della povera gente.
Topsy
Figura minore, Topsy è una negretta di carattere irrefrenabile, figlia di nessuno, capace solo di dire bugie e creare guai. Ma basta che Evangelina le posi una mano sulla spalla e le dice: "Ti voglio bene", e la creaturina selvaggia si sente sconvolta. Nessuno le aveva mai rivolto una parola d'amore. Quando la padroncina muore, Topsy si rotola a terra e grida: "Non vorrei mai essere nata".
Etichette: harriet beecher-stowe, la capanna dello zio tom, LIBRI
I NIBELUNGHI
Autore: ignoto.
Lingua originale: tedesco
Data di uscita: verso il 1200
Genere: poema epico
Epoca storica: 473, corte di Worms, regno dei Burgundi.
LA TRAMA
I Nibelunghi sono un popolo di nani, che custodivano un favoloso tesoro. Uno di loro, Alberico, è anche in possesso di un cappuccio che rende invisibili. La loro sorte è segnata quando Sigfrido, mitico eroe dell'antica Germania, li affronta in guerra. Sigfrido è un principe, figlio del re di una prospera città chiamata Xanten. Oltre ad impadronirsi del tesoro e del cappuccio fatato, ha compiuto altre straordinarie imprese. Lottando contro il drago, e dopo averlo ucciso a colpi di spada, si è bagnato con il suo sangue diventando invulnerabile. Come Achille nel poema di Omero, egli ha però un punto debole. Dopo la lotta con la belva, una foglia di tiglio si è posata dietro una sua spalla, e il sangue non l'ha ricoperta. E' un segreto che nessuno conosce.
Il giovane principe ha sentito parlare di una bellissima nobile di nome Crimilde, sorella del re burgundo Gunther. Va a Worms, sulle rive del Reno, e annuncia di portare battaglia: sfida tutti i guerrieri e minaccia di prendersi tutto, terre e castelli. Gunther però lo rabbonisce. I due diventano amici e Sigfrido accompagna Gunther nel reame di Brunilde, formidabile donna che nessun uomo è mai riuscito a sconfiggere. La regina accoglie amabilmente i visitatori, non si scompone alla notizia che il sovrano burgundo la chiede in sposa. Tanti altri l'hanno fatto, uscendone distrutti. Se Gunther perderà nel duello, non saprà scagliare più lontano un enorme masso, non farà un salto più lungo, verrà messo a morte insieme alla sua scorta.
Gunther non avrebbe speranza alcuna se Sigfrido, invisibile grazie al cappuccio del nano Alberico, non lo aiutasse. Con grande suo stupore, Brunilde viene sconfitta. Deve sposare il burgundo, e con lui va a Worms dove, finalmente, anche Sigfrido può riunirsi a Crimilde. Per una decina d'anni le due coppie vivono felici nel loro regno: ma il destino incombe.
Al fianco di re Gunther c'è sempre stato Hagen, fiero e indomabile soldato che odia Sigfrido. Con un inganno si fa rivelare da Crimilde il punto in cui l'eroe può essere colpito e, dopo una battuta di caccia, lo uccide con un colpo di lancia al dorso. Un altro tranello gli consente poi di farsi consegnare dall'ingenua regina l'oro dei Nibelunghi, che nasconde sotto le acque del Reno. Ma Crimilde medita la vendetta. Accetta l'offerta di matrimonio del re unno Attila e invita tanto Gunther quanto Hagen. Sebbene tutti i presagi siano nefasti, i due partono. Dopo cruenti scontri, nei quali muoiono centinaia di guerrieri, Crimilde riesce a catturarli. Tronca la testa al fratello, impone ad Hagen di rivelare il nascondiglio del tesoro. Al rifiuto decapita anche lui, ma viene a sua volta uccisa da un vassallo. La grande tragedia tedesca si è conclusa.
I PROTAGONISTI
Sigfrido
Sigfrido ha tutte le virtù di un re guerriero, ma anche, ai nostri occhi moderni, imperdonabili difetti. Alla grandezza d'animo accompagna infatti una innegabile arroganza. Vuole essere primo in tutto, e lo è: ma poichè è convinto che nessuno possa ucciderlo, sa anche di non correre rischi. Ovvio comunque che nel grande libro dei Nibelunghi, ambientato in una Germania di fantasia, i valori siano quelli comunemente accettati nell'epoca medievale. Tutti sfidano tutti, il migliore è quello che stermina i nemici. E se qualcuno sa esercitare il perdono, alla fine, implacabile, si impone la vendetta.
Crimilde
E' una natura sdoppiata, tutta dolcezza in gioventù, mentre la morte di Sigfrido la trasforma in una donna pronta a qualunque crudeltà. Se dal fratello Gunther e da Hagen ha subito inganni, li ricambia allo stesso modo. E' anche pronta a mandare i suoi a morire, fuggendo tuttavia quando è lei a trovarsi in pericolo. Anche questo è un segno del suo tempo: la regina ordina, i sudditi eseguono senza discutere.
Hagen
Come Gano di Maganza, che fa uccidere il paladino Orlando, anche Hagen impersona il tradimento. E' vero però che questo forte guerriero si batte per le fortune del suo re contro quello che considera un estraneo. Malvagio, astuto, pieno di risorse, Hagen non trema quando capisce che il destino gli è avverso. Muore impavido sotto la spada di Crimilde, rifiutandosi di rivelarle il nascondiglio del tesoro, che rimarrà sepolto per sempre sul fondo del Reno.
Brunilde
Anche questa regina nordica, sebbene in modo diverso, è rosa dall'invidia e dal rancore. Credeva che Sigfrido fosse un semplice scudiero del re burgundo, e quando Gunther gli concede in moglie la sorella si sente umiliata. E' colta poi da furore quando, al termine di una lite. Crimilde le spiattella che è stato Sigfrido a batteria. Di tutto ciò Brunilde si lamenta amaramente con Gunther: ed è a questo punto che comincia a maturare la manovra di Hagen.
Etichette: LIBRI, nibelunghi
FERENC MOLNAR: I RAGAZZI DELLA VIA PAL
L'AUTORE
Quando scrive la commovente storia di un gruppo di adolescenti di Budapest, l'ungherese Ferenc Molnar ha 29 anni. Nato a Budapest nel 1878, completa i suoi studi universitari in Svizzera, poi, tornato in patria, abbraccia la carriera del giornalismo. Durante la guerra mondiale è corrispondente di guerra. I ragazzi della via Pal è sicuramente una delle sue migliori opere. Nel romanzo si raffigura con semplicità poetica il romanticismo della vita dei ragazzi di scuola. Pervaso da profonda umanità e ricco di rari pregi artistici, questo romanzo, in apparenza modesto raggiunge altezze epiche. In Italia viene tradotto nel 1929 e diventa subito un classico della letteratura per ragazzi. Molnar si trasferisce poi in America dove muore, a New York, nel 1952.
LA TRAMA
La via Pal, in una Budapest di settant'anni fa, è al centro di una guerra fra bande. Niente di sanguinoso, sono bande di ragazzi. Poichè nella via Pal c'è un largo spiazzo dove si può giocare, fra palizzate e cataste di legname, la bande delle Camicie Rosse comandata da Feri Ats vuole conquistarla. I ragazzi della via Pal, capitanati da un quattordicenne calmo e autorevole che si chiama Boka, sono tutti ufficiali; l'unico soldato è il più piccolo, Ernesto Nèmecsek. Sarà proprio Nèmecsek, nella battaglia decisiva, a dare la vittoria ai suoi atterrando il capo avversario. Ma è malato e muore. Tutto è inutile, perchè lo spiazzo libero di via Pal scompare. Il proprietario l'ha venduto, vi costruiscono un palazzo. Non si gioca più.
IL PROTAGONISTA
Per i ragazzi di oggi è probabilmente difficile capire lo spirito di questo libro: esortazione al coraggio, all'obbedienza, alla realtà, anche allo scontro fisico. Nèmecsek, il protagonista, parte svantaggiato perchè è piccolo e fragile. Essere più intelligente serve a poco: quel che conta è la forza. Fra compagni nerboruti e prepotenti, Nèmecsek trova il riscatto affrontando proprio il più robusto dei nemici, e vincendo. Era soldato a vita, tutti potevano dargli ordini e prenderlo in giro: da un momento all'altro diventa "capitano". Un eroe. Nemmeno lui sembra sfiorato dall'idea che esista qualcosa di più importante della guerra e della vittoria. Ma tutta una generazione, tanti anni fa, è cresciuta così.
La banda delle Camicie Rosse è riunita all'Orto Botanico. Il capo è Feri Ats, bello e ardimentoso. Tempo prima ha conquistato una bandiera sul campo di via Pal. Ora la bandiera è sparita. Si sa che l'ha portata via un ragazzo molto piccolo; si vedono delle orme minuscole nella sabbia sparsa nel deposito delle armi. Chi sarà stato?
Feri Ats sta parlando con Gerèb, un ragazzo della via Pal che si appresta a tradire i suoi amici. Ats lo ingaggia e lo incarica di aprire la porta di via Pal quando le Camicie Rosse attaccheranno. "Noi abbiamo bisogno di quel campo", dice. Gerèb lo rassicura: in via Pal non c'è nessuno che abbia coraggio.
"Invece c'è", grida una voce infantile. Un biondino piccolo e pallido scende da un albero. Era nascosto tra le foglie e non solo ha sentito tutto, ma è lui che si è preso, per sfida, la bandiera di Ats. "Nèmecsek!", gridano gli avversari. Nèmecsek non mostra paura. Nessuno l'aveva visto. Quando ha sentito Gerèb accusare i suoi amici di vigliaccheria è scoppiato di indignazione. "Ti farò vedere io di che cosa sono capaci i ragazzi di via Pal". Le Camicie Rosse sono interdette. Afferrano in due il biondino quando Ats grida: "Lasciatelo!". E' ammirato, non pensava che si potesse avere tanto coraggio. Invita Nèmecsek, che rifiuta, a entrare nella sua banda. Insiste. Un nuovo no. Le Camicie Rosse aspettano che il loro capo scelga la punizione. Ats è clemente; si limita a ordinare che gli facciano fare un tuffo nello stagno. Non sa che Nèmecsek ha già addosso un brutto raffreddore. Dopo questo bagno forzato, il piccolo deve mettersi a letto. Si alzerà per affrontare in battaglia proprio Ats, segnando la sconfitta delle Camicie Rosse. Morirà pochi giorni dopo, di polmonite.
Etichette: ferenc molnar, i ragazzi della via pal, LIBRI
JOHANNA SPYRI: HEIDI
L'AUTRICE
Il personaggio di Heidi, la dolce bambina che all'agiatezza in città preferisce la vita a contatto con la natura, è stato inventato da Johanna Spyri. Nata nel 1829 a Hirzel, un villaggio vicino a Zurigo, Spyri si dedica ai racconti per la gioventù. Ha 51 anni quando termina il suo primo libro su Heidi e ne scriverà poi un secondo (Ancora Heidi). Questi due libri superano i sessanta milioni di copie vendute e sono tradotti in quaranta lingue. Spyri scrive anche Storie per bambini (1879-89) e Sulle montagne svizzere (1889). La scrittrice muore nel 1901, a Zurigo.
LA TRAMA
Non ci sono automobili nè villeggianti, per spostarsi si va a piedi oppure, d'inverno, si usa la slitta. E' una buona giornata se, assieme a un pò di pane, si riesce a rimediare anche del formaggio. La carne, i dolci sono soltanto per i ricchi. Heidi, una bambina orfana, è stata affidata al nonno, un vecchio solitario che vive in una capanna sotto la vetta della montagna. Tutti lo temono e lo scansano. Con Heidi però questo grosso uomo barbuto e ruvido è pieno di una riservata tenerezza, che la bambina capisce.
Quando è un pò cresciuta, Heidi viene portata a Francoforte, in una casa splendida, per far compagnia a Clara che ha la sua età ma è quasi paralizzata. Heidi si sente soffocata in quell'ambiente senza montagne, ma vuol bene a Clara, con la quale torna in vacanza dal nonno in Svizzera. Il vecchio la accoglie con gioia. Clara comincia a camminare. Heidi diventerà grande distribuendo felicità e buon senso: anche il nonno accetta di vivere in mezzo alla gente. Alla fine tutto è pace, in quella Svizzera dell'Ottocento patriarcale e senza problemi.
LA PROTAGONISTA
Il fatto di vivere un secolo fa non impedisce ad Heidi di sentirsi una persona libera, capace di decidere da sola e di intervenire in autonomia anche nella vita dei grandi. Sente malinconia quando è lontana dai suoi monti e dal nonno; però allegria e vitalità fanno presto a tornare. Quando il nonno l'accoglie, un pò intenerito e un pò disturbato da questa insolita presenza, Heidi ha appena 5 anni; ma pensa da sola ad ispezionare la capanna cercando il posto più adatto per dormire. Si prepara il letto con il fieno, chiedendo soltanto un lenzuolo e una coperta. A Francoforte diventa subito pratica delle strade, con grande spavento della famiglia che la ospita: credono che si sia perduta, ma Heidi sa sempre dove andare, matura come un'adulta.
LA NOSTALGIA DEI MONTI
A Francoforte Heidi trascorre giorni tristi. Ha nostalgia dei suoi monti, ma non lo dice a nessuno per timore che la giudichino un'ingrata. Nella nuova casa tutti le vogliono bene: la bambina Clara, suo padre, la nonna, i domestici e quello che chiamano il Signor Laureando: uno studente che tenta inutilmente di insegnarle a leggere. Pur con tutta la sua intelligenza, Heidi è convinta che non ce la farà mai. Anche Peter, un amico con il quale trascorreva in passato le giornate in alta montagna, aveva le stesse difficoltà.
Un giorno la nonna di Clara le mostra un libro illustrato. Improvvisamente la bambina scoppia a piangere. Ha visto il disegno di un prato verde con gli animali che pascolano e il pastore che vigila, appoggiato a un lungo bastone. E' la sua vita perduta. La nonna capisce, "Vedi", le dice, "questa illustrazione ti ha fatto venire in mente qualcosa; però nel libro c'è una bella storia che riguarda questa figura. E ci sono tante altre storie che si possono leggere e raccontare".
Fino a quel momento Heidi aveva visto le lettere dell'alfabeto come segni estranei e misteriosi. Lo dice all'anziana signora: "Non si può imparare a leggere, è troppo difficile". La nonna insiste: "Appena avrai imparato, avrai questo libro tutto per te, così potrai leggere tutta la storia come se qualcuno te la raccontasse: quello che succede alle pecore e alle capre, una storia vera". Heidi tenta, ma è inutile. Finalmente la nonna capisce che c'è qualcos'altro che la turba. Heidi si confida. Pensa al nonno e alle vallate verdi, e teme che nessuno la possa aiutare. Si sente sola: ma nessuno, risponde la signora, è veramente solo. "Se preghi e ti rivolgi al buon Dio, Egli può sempre aiutarti e ridarti la serenità" Heidi domanda: "Posso dirgli veramente tutto?". "Tutto, Heidi; tutto".
Passa qualche giorno. La nonna incontra il signor Laureando e gli chiede notizie. Lo studente è sbalordito. Stava ormai per rinunciare, convinto che la piccola non avrebbe mai imparato. "E' straordinario", dice. "Non solo ha capito di colpo, ma legge con una correttezza rara fra i principianti". La vecchia signora sorride. Ha compreso. Heidi aveva finalmente uno scopo; da quel momento tutto è stato diverso".
Etichette: heidi, johanna spyri, LIBRI