LA GENETTA
Genetta genetta
Famiglia: Viverridi
Caratteristiche: Lunghezza senza coda 40-55 cm, lunghezza coda 38-48 cm, peso 1-2,3 kg. Grande quanto un gatto domestico, corpo allungato, slanciato con arti brevi; pelo da giallastro a grigio-bruno con file di macchie nere nel senso della lunghezza; coda lunga e folta con 8-10 anelli neri; sotto gli occhi e vicino alla punta del naso macchie bianche.
Diffusione: penisola iberica, Francia meridionale, Baleari; Africa.
Habitat: savana arida, foresta tropicale aperta, pendii rocciosi fino a 2500 m di altezza.
Abitudini: notturna; solitaria, tranne nel periodo dell’accoppiamento; si arrampica bene, scendendo velocemente anche a testa in giù; si muove di soppiatto senza far rumore quando va a caccia; si pulisce spesso e abbondantemente leccandosi.
Alimentazione: piccoli animali, prevalentemente topi a altri Roditori.
Riproduzione: periodo di accoppiamento II-III e VII-VIII; gestazione 10-11 settimane; 2-4 piccoli inetti, ma già coperti di pelo; le orecchie si aprono a 5 giorni e gli occhi a 8; vengono allattati per 6 mesi e rimangono 1 anno con la madre.
La genetta non è un gatto, ma appartiene, come la mangusta, alla famiglia dei Viverridi, un gruppo di Mammiferi filogeneticamente molto antico. Essendo un tipico animale notturno, ha occhi particolarmente grandi, con i quali riesce a percepire i movimenti della preda anche con una luce molto fioca. Nella completa oscurità, però, neanche la genetta vede più nulla e inoltre, come molti animali notturni, è daltonica. Questo animale grazioso ed elegante sa muoversi perfettamente di soppiatto: rannicchiata su se stessa, scivola silenziosa sui sentieri di caccia nella macchia, agile e sicura si arrampica sugli alberi, scendendo anche a testa in giù. Agguanta la preda – per lo più topi e altri Roditori – con un balzo preciso e la trattiene poi con le zampe anteriori come fanno i nostri gatti domestici. Come i gatti può ritrarre profondamente le unghie e tiene accuratamente pulito il pelo leccandolo abbondantemente.
Nell’Europa meridionale l’uomo ha tenuto a lungo in casa genette addomesticate perché catturassero topi e ratti, prima che nel corso del Medioevo fossero soppiantate dai “moderni” gatti domestici.
La maggior parte dei Viverridi emette, da ghiandole odorifere vicine all’ano, una secrezione che ha forte odore di muschio. Questa sostanza era un tempo apprezzata e pagata a caro prezzo in Europa come componente di medicinali e soprattutto come materia prima per la produzione di profumi. Diversamente da quanto accade in Oriente, la sostanza odorosa della genetta da noi non ha più alcuna importanza economica.
LA MEGATTERA
Megaptera novaeangliae
Famiglia: Balenotteridi
Caratteristiche: Lunghezza senza coda 12-18 m, peso 25-33 t. La femmina è un po’ più grande del maschio. Colorazione nera nella parte superiore, da grigio maculata a bianca in quella inferiore; pinne pettorali strette e molto lunghe; capo e margine delle pinne pettorali con numerose protuberanze; pinna caudale irregolarmente dentellata sul margine posteriore; 15-40 solchi golari; fanoni neri; soffio molto ampio, alto solo 2 m.
Diffusione: in tutto il mondo nei grandi oceani.
Habitat: acque costiere ricche di cibo.
Abitudini: vive in gruppi familiari composti da 3 a 20 individui al massimo; nuota molto lentamente; a volte salta fuori dall’acqua con tutto il corpo; migrazioni stagionali regolari tra zone polari ricche di cibo e zone tropicali e sub-tropicali in cui sverna; emette vari suoni sott’acqua.
Alimentazione: piccoli gamberi del plancton, anche piccoli pesci di branco.
Riproduzione: periodo di accoppiamento (nell’emisfero settentrionale) IV; gestazione 10 mesi; ogni 2 anni 1 piccolo (rari i gemelli), che viene allattato per almeno 6 mesi.
A confronto con gli altri Balenotteridi, la megattera appare tozza e pesante. La sua velocità, di soli 3-8 km/h, è una delle più basse tra i Cetacei e poiché staziona in prevalenza vicino alla costa è sempre stata una preda particolarmente facile per i balenieri. Un tempo era tra le specie animali maggiormente minacciate di estinzione.
Nelle loro migrazioni da Nord a Sud le megattere si mantengono “tradizionalmente” su percorsi fissi. Le megattere dell’Atlantico settentrionale migrano in primavera nel Mar Glaciale Artico passando tra la Groenlandia e l’Islanda e aggirando le Spritzbergen, e in autunno si spostano nuovamente verso Sud lungo le coste norvegesi oltrepassando le isole britanniche per arrivare al largo della costa occidentale spagnola. I grandi Misticeti non dispongono di un sistema di ecolocalizzazione come gli Odontoceti, tuttavia non sono muti. Nelle zone in cui si riproducono le megattere “cantano” sott’acqua lunghe canzoni che, registrate con microfoni subacquei, sono perfino entrate in commercio su disco. Assomigliano a musica elettronica mista ad un russare, a grida di gabbiani e rumore di porte che scricchiolano. I Cetacei non riproducono sempre meglio una stessa melodia appresa una volta per tutte, come fanno gli uccelli canori, ma “compongono” ogni anno nuove canzoni. Probabilmente questi canti servono a stabilire contatti tra conspecifici o per la ricerca del partner. Di solito i Cetacei non cantano tutti contemporaneamente, ma lasciano, come cortesi interlocutori, che ciascuno abbia terminato.
Il quercino
Eliomys quercinus
Famiglia: Gliridi
Caratteristiche: Lunghezza senza cosa 11-17 cm, lunghezza coda 9-13 cm, peso 50-120 gr, in autunno fino a 180 gr. Parte superiore bruno-rossiccia, parte inferiore bianca, disegno nero sul muso, coda con ciuffi di setole bianco-nere; orecchie grandi, membranose.
Diffusione: Europa meridionale e centrale, zone dell’Europa orientale; Asia Minore.
Habitat: boschi di latifoglie, di conifere e misti, boscaglia, vigneti, in montagna fino a 220 m.
Abitudini: notturno; corre agilmente tra i rami, spesso anche a terra; costruisce il nido nelle cavità dei tronchi, in anfratti delle rocce o in nidi artificiali; di solito si nasconde sotto terra per il letargo.
Alimentazione: prevalentemente animali (farfalle, bruchi, Coleotteri, cavallette, ragni, lumache, piccoli uccelli, uova, nidiacei, topi giovani); in autunno soprattutto frutti, semi, bacche.
Riproduzione: periodo di accoppiamento IV-IX; gestazione 23 giorni; 3-7 piccoli nudi e ciechi, che a 18 giorni aprono gli occhi, vengono allattati per 4 settimane e abbandonano il nido per la prima volta a 30 giorni.
Il quercino costruisce il nido estivo sia sugli alberi sia a terra e non lo imbottisce di foglie, come il ghiro, ma di erba e muschio. A volte più quercini si riuniscono in comunità che tuttavia hanno scarsa coesione, perché di solito ognuno mantiene il proprio nido. La femmina in attesa dei piccoli impregna del proprio odore il suo nido e lo difende accanitamente. I piccoli, partoriti dopo una breve gestazione, sono ancora molto immaturi, come nella maggior parte dei Roditori. Solo dopo 18 giorni aprono gli occhi ed acquistano la capacità uditiva. Leccano avidamente dalla bocca della madre la saliva, che contiene probabilmente, come il latte materno, sostanze importanti per lo sviluppo. Crescono poi in fretta e presto abbandonano il nido. A volte la femmina guida i piccoli in un modo simile a quello dei toporagni: i piccoli formano una catena attaccandosi uno all’altro come gli elefanti al circo e la madre sta in testa alla carovana. A 4-6 settimane i piccoli sono indipendenti. Devono, a quel punto, badare ad accumulare grasso sufficiente per l’inverno, per superare bene il loro primo letargo, poiché come tutti i Gliridi anche i quercini non approntano provviste per l’inverno.
Mentre in estate si nutrono prevalentemente di piccoli animali e di frutti succosi maturi, in autunno passano a un’alimentazione ad alto contenuto calorico costituita da noci, ghiande, faggiole o castagne. All’arrivo del gelo di solito più animali occupano un nido invernale comune, preparato in spaccature del terreno o in cunicoli di altri Roditori.
Il procione
Procyon lotor
Famiglia: Procionidi
Caratteristiche: Lunghezza senza coda 50-70 cm, lunghezza coda 20-30 cm, peso 5-10 kg. Grande quanto una volpe, ma più tarchiato: pelliccia bruno-grigia, muso con maschera bianco-nera, coda folta con 4-5 anelli scuri.
Diffusione: America settentrionale e centrale; in Germania e in Unione Sovietica deliberatamente messo in libertà o fuggito da allevamenti di animali da pelliccia, oggi diffuso fino alla Francia nord-occidentale e all’Olanda.
Habitat: boschi di latifoglie e misti, parchi, vicino all’acqua.
Abitudini: notturno; solitario; si arrampica e nuota bene; dimora diurna e allevamento dei piccoli in cavità dei tronchi, spesso a 10-12 m di altezza; tasta e ispeziona il cibo con le zampe anteriori; riposo invernale in regioni fredde.
Alimentazione: piccoli animali acquatici, insetti, lombrichi, uova di uccelli e nidiacei; in autunno prevalentemente bacche, frutti e prodotti agricoli.
Riproduzione: periodo di accoppiamento I-III; gestazione 63 giorni; 2-5 piccoli ciechi e sordi con il pelo rado; le orecchie si aprono il 13° giorno e gli occhi il 22°; a 6 mesi sono indipendenti.
Nella ricerca del cibo i procioni usano le zampe come mani e nelle acque poco profonde cercano le loro prede sotto i sassi o nel fango, spesso con lo sguardo perso nel vuoto. Questo comportamento è per loro istintivo e gli animali tenuti in cattività lo manifestano gettando in acqua i pezzi di pane loro lanciati per ripescarli subito. Questi “gesti sostitutivi” hanno portato all’opinione, scorretta, che i procioni “lavassero” il cibo per pulirlo prima di mangiare e per questo sono noti anche come orsetti lavatori. In primavera e in estate il procione si nutre principalmente di lombrichi, lumache e altri invertebrati e animali acquatici. Di solito non riesce a catturare animali veloci e non rappresenta perciò un grosso pericolo per la selvaggina minuta di un terreno di caccia; il danno causato dall’occasionale saccheggio di qualche nido è di solito sopravvalutato. Questi simpatici animali, che furono portati in Europa circa 50 anni fa per la loro pelliccia, si sono nel frattempo moltiplicati nei nostri boschi fino ad arrivare approssimativamente a qualche decina di migliaia. Per contenerne la diffusione, la caccia al procione è permessa senza eccezioni ma i suoi esiti sono irrilevanti a causa delle abitudini notturne e molto furtive di questo animale.
Mangiando ghiande, prodotti agricoli e tutto ciò che trovano, i procioni accumulano in autunno uno strato di grasso il più spesso possibile, per poter sopravvivere nei magri mesi invernali. In caso di gelo prolungato osservano, come gli orsi bruni, un periodo di riposo invernale.
CINGHIALE
Sus scrofa
Famiglia: Suidi
Caratteristiche: Il maschio è più grande e pesante della femmina. Corporatura massiccia con grosso capo a forma di cuneo, pelame setoloso, d’inverno con fitta lanugine; colorazione da bruno-nera a color ocra, cuccioli con striature nel senso della lunghezza, orecchie dritte; nel maschio adulto lunghi canini visibili dall’esterno.
Diffusione: tutta l’Europa tranne la Scandinavia e l’Islanda (estinto nelle isole britanniche); Asia centrale e meridionale; Africa settentrionale; acclimatato nell’America del Nord e del Sud nonché in Australia.
Habitat: boschi di latifoglie e misti con prati e zone paludose, in montagna fino fino al limite della vegetazione arborea, al seguito degli insediamenti umani anche in territori rimboscati.
Abitudini: diurno e notturno; vive in gruppi familiari, maschi adulti solitari al di fuori del periodo di accoppiamento; sedi fisse; si voltola volentieri nel fango.
Alimentazione: onnivoro. Radici, tuberi, predilige ghiande e faggiole, prodotti agricoli, piante erbacee; vermi, insetti, uova di uccelli, roditori, carogne.
Riproduzione: gestazione 4-5 mesi; 4-6 (fino a 12) piccoli, che dopo una settimana abbandonano il luogo del parto, seguono la madre e vengono allattati per 3 mesi.
Il cinghiale compare in numerose sottospecie nei boschi dell’Europa e dell’Asia ed è stato introdotto anche in America come selvaggina di caccia. Le dimensioni ed il peso di questi animali aumentano sensibilmente passando dalle zone più calde a quelle più fredde secondo una regola valida per molte specie animali; un cinghiale dei Carpazi può diventare cinque volte più pesante di uno della Sardegna.
I cinghiali vivono per lo più in gruppi di 6-10 animali (branchi) composti da femmine e cuccioli di diversa età. I maschi adulti vagano solitari nel bosco per la maggior parte dell’anno e d’estate lasciano il loro giaciglio di solito solo al crepuscolo, per andare in cerca di cibo, e all’alba vi si ritirano di nuovo. D’inverno invece si muovono spesso di giorno e dormono nelle fredde ore notturne gli uni stretti agli altri in un avvallamento del terreno al riparo dal vento. Una fitta lanugine sotto le setole li progette dal freddo. Nella neve alta i cinghiali si muovono a fatica, perché, essendo molto pesanti, sprofondano ad ogni passo; in questo caso tutto il branco procede in fila indiana seguendo la stessa traccia.
Nel periodo d’accoppiamento, che dura da novembre fino all’inizio di febbraio, i maschi emanano un odore penetrante proveniente da una sostanza odorosa concentrata nel tessuto adiposo e nella saliva.
Con i lunghi canini possono procurarsi a vicenda ferite profonde durante i frequenti e violenti combattimenti per le femmine, che non di rado si concluderebbero con la morte di uno dei contendenti se gli animali non fossero protetti da un ispessimento sottocutaneo del tessuto connettivo sulle spalle e sul petto, che si sviluppa prima del periodo riproduttivo. Solo i maschi più forti si accoppiano con le femmine, che 4-5 mesi più tardi partoriscono i cuccioli in un vero e proprio nido foderato di muschio e rami.
Di solio i piccoli cinghiali sono 4-6, di meno se le femmine sono giovani, ma si verificano anche parti di 12 piccoli. Inizialmente i cuccioli hanno bisogno di molto calore e restano stretti gli uni agli altri nel nido quando la madre si allontana. A volte questa li copre addirittura con una parte del rivestimento del nido. Dopo 1 settimana circa i piccoli cinghiali seguono già la madre in cerca di cibo e in questo periodo la femmina è particolarmente aggressiva e difende i suoi piccoli da nemici e intrusi di ogni tipo, anche dall’uomo. In caso di pericolo i piccoli cinghiali si separano velocemente e rimangono immobili nella boscaglia fitta. Il loro manto a strisce ha in questo caso un ottimo effetto mimetico. Quando la prole ha 2-3 settimane, la madre si aggrega nuovamente al branco. I piccoli cinghiali vengono allattati fino all’età di circa 3 mesi, poi vanno autonomamente alla ricerca del cibo. A poco a poco cambiano anche il manto a strisce dei primi mesi con quello di setola tipico degli adulti.
Moltissimi cinghiali giovani muoiono per il freddo e l’umido oppure uccisi da predatori o in seguito a verminosi. Nelle annate peggiori nemmeno il 20% degli esemplari giovani sopravvive fino alla primavera successiva. Ciò nonostante in alcune regioni dell’Europa centrale, dove da tempo mancano i loro nemici naturali come il lupo e la lince, i cinghiali aumenterebbero massicciamente se l’uomo non intervenisse a limitarne il numero. Nella ricerca del cibo i cinghiali scavano in profondità nel terreno e possono arrecare in questo modo seri danni all’agricoltura.
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GATTO SELVATICO
Felis s. silvestris
Famiglia: Felidi
Caratteristiche: La femmina è più piccola e più leggera del maschio. Simile al gatto domestico; pelo da bruno-grigio a bruno-giallastro tigrato di scuro, parte inferiore spesso bianca; coda folta con anelli neri e mozza; occhi verde-giallo con pupille verticali a fessura; rinario color carne.
Diffusione: Europa (tranne Scandinavia, Islanda, Irlanda); Asia Minore, Caucaso.
Habitat: boschi di latifoglie e misti, vasti e chiusi.
Abitudini: prevalentemente crepuscolare e notturno; solitario al di fuori del periodo di accoppiamento; terreno di caccia fisso, marcato con secrezione delle ghiandole odorifere; caccia di solito a terra, ma si arrampica anche bene; giaciglio in tronchi d’albero cavi o spaccature nella roccia.
Alimentazione: prevalentemente topi, anche uccelli e piccoli Mammiferi fino alle dimensioni di un coniglio.
Riproduzione: gestazione 63-68 giorni; 2-6 piccoli ciechi, con un rado pelo giallastro a macchie scure, che dopo 10 giorni aprono gli occhi e a 3-4 mesi diventano autonomi.
Fino a 150 anni fa il gatto selvatico era comunemente diffuso nei boschi dell’Europa centrale; nei decenni successivi è stato sterminato quasi completamente dai cacciatori che lo consideravano un predatore dannoso. Oggi, invece, si sa che il gatto selvatico non minaccia la selvaggina minuta e lo si protegge. Sia il maschio sia la femmina marcano ciascuno il proprio territorio con tracce odorose.
Quando graffiano i tronchi degli alberi, non si affilano solo le unghie, ma vi lasciano una secrezione proveniente da ghiandole poste sui polpastrelli; anche sulla coda e intorno all’ano sono presenti delle ghiandole, le cui secrezioni odorose vengono strofinate su rami, pietre e simili per segnalare la propria presenza.
Nel periodo di accoppiamento emettono, come i gatti domestici, forti grida. Solo allora la femmina accetta il maschio sul proprio territorio. I piccoli, per lo più 2-6, nascono a maggio. Il nido è ben nascosto a volte nella tana abbandonata di una volpe o di un tasso, di solito in un tronco cavo o sotto le radici e sul fondo duro viene sistemata un’imbottitura d’erba o di piume. A 4-5 settimane i gattini abbandonano già temporaneamente la tana e si esercitano giocando a catturare prede e a lottare. A 2 mesi incominciano ad accompagnare la madre nelle battute di caccia.
Poiché spesso i gatti selvatici si accoppiano con gatti domestici rinselvatichiti, nell’Europa centrale sono molto diminuiti quelli di razza pura. I nostri gatti domestici, invece, discendono probabilmente dal gatto selvatico fulvo (Felis s. lybica) d’Egitto.
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TOPOLINO DOMESTICO
Mus musculus
Famiglia: Muridi
Caratteristiche: Colore grigio “topo” o da bruno-grigio a bruno-giallastro con parte inferiore grigio-bianca; coda quasi priva di peli, lunga quasi quanto il corpo; orecchie grandi, arrotondate, membranose. Intenso odore sgradevole.
Diffusione: terra d’origine Asia orientale, diffuso in tutto il mondo al seguito degli insediamenti umani.
Habitat: esclusivamente o temporaneamente in abitazioni dell’uomo, stalle, fienili, cantine; all’aperto linee di confine dei campi, prati, siepi, giardini.
Abitudini: diurno e notturno; si arrampica e nuota bene; vive in gruppi familiari; negli edifici nidi di carta rosicchiata, tessuto e simili, all’aperto tane sotterranee scavate da lui stesso.
Alimentazione: onnivoro. Preferisce semi, cereali, anche grasso.
Riproduzione: accoppiamento durante tutto l’anno; gestazione 20-24 giorni; 4-8 cucciolate l’anno, ciascuna di 4-9 piccoli nudi e ciechi, che a 13 giorni aprono gli occhi, vengono allattati per circa 3 settimane e dopo 6-7 settimane sono atti alla riproduzione.
Delle infinite sottospecie del topolino domestico sono presenti in Europa soprattutto due tipi: quello occidentale, grigio, che vive esclusivamente in edifici, e quello orientale, dal dorso bruno, che trascorre l’estate in prati e campi e si ritira nelle abitazioni dell’uomo solo d’inverno.
Mentre gli individui allo stato “selvatico” preparano spesso nelle loro tane grandi provviste, quelli “di casa” hanno perso l’istinto dell’accaparramento e vivono di preferenza vicino o proprio in mezzo alle provviste dell’uomo.
Nei gruppi di topolini domestici vige una stretta gerarchia. E’ un maschio forte ed esperto a guidare la famiglia e solo questo può accoppiarsi con le femmine in calore; deve però difendere costantemente la propria posizione nei confronti dei maschi di rango inferiore in lotte furiose, finché gli subentra come capo un altro individuo, di solito più giovane. Come succede tra i ratti, spesso più femmine allevano i piccoli in comune in un unico nido. In questo modo possono meglio riscaldarsi a vicenda, visto che i minuscoli neonati nudi hanno bisogno di una temperatura di circa 30°C nel nido per crescere bene. Se in seguito ad una veloce riproduzione si arriva alla sovrappopolazione, interviene un’efficace forma di controllo delle nascite: le femmine di basso rango non vanno più in calore e, se le femmine giovani sono presenti in numero consistente, i loro organi genitali si atrofizzano fino alla sterilità.
Da sempre il topolino domestico è inquilino sgradito delle nostre case in quanto parassita dei generi alimentari e portatore di malattie.
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LA VOLPE
Non è un caso che alla volpe si attribuiscano da sempre astuzia e furbizia; grazie alla sua enorme capacità di adattamento e alla sua prudenza, come pure all’alto tasso di riproduzione, è sempre riuscita a sopravvivere, anche a persecuzioni intense, e a colonizzare habitat sempre nuovi. E’ perfino possibile incontrarla, a volte, nei parchi delle grandi città. Durante il periodo riproduttivo, in pieno inverno, tra gli ululati e un forte abbaiare, si formano le coppie; il maschio segue poi passo passo la femmina, spesso per settimane intere, finché è disposta all’accoppiamento. Verso la fine della gestazione e per alcuni giorni dopo la nascita dei piccoli la femmina non lascia più la tana e viene rifornita di cibo dal maschio. A 2 settimane i cuccioli aprono gli occhi e spuntano i denti da latte. Vengono quindi a poco a poco abituati dalla madre anche al cibo solido, prima con un rigurgito predigerito, poi con diverse prede riportate.
A 1-2 mesi le volpi giovani incominciano ad esplorare il mondo al di fuori dalla tana e perdono gradualmente il loro primo pelo, scuro e lanuginoso, assumendo la caratteristica colorazione fulva. Nei loro giochi sempre più vivaci acquistano destrezza e vista d’occhio e provano molti comportamenti utili per la sopravvivenza futura. Nel tardo autunno, infine, sono scacciati dai genitori e devono cercarsi un proprio territorio.
Questo è demarcato con segnali odorosi costituiti da urina, da una secrezione delle ghiandole anali, depositati in punti particolari. Le ghiandole odorifere tra i polpastrelli delle dita lasciano sul terreno delle tracce odorose che informano i conspecifici sugli spostamenti e facilitano l’orientamento di notte. Tutte le volpi hanno poi una tipica macchiolina nera sulla parte superiore della coda dove sbocca una ghiandola cutanea, la cui funzione non è ancora stata spiegata chiaramente: è possibile che serva anch’essa alla demarcazione del territorio tramite l’odore. Oltre all’olfatto, pure l’udito è particolarmente ben sviluppato e la volpe riesce a sentire lo squittio di un topo anche a 100 m di distanza.
Nutrendosi per lo più proprio di topi, arreca fra l’altro grandi vantaggi all’agricoltura. Se invece cattura un fagiano, una lepre, un coniglio selvatico o, in casi più rari, addirittura un capriolo, viene bollata dai cacciatori come animale da preda. Gli animali che cadono vittima della volpe, tuttavia, sono soprattutto quelli deboli e malati, per cui la sua caccia mantiene l’equilibrio biologico dei boschi.
Come si può, comunque, disapprovarla se in certe occasioni si imbatte anche in un comodo animale da cortile, raggiungibile quasi senza fatica? Se talvolta la tavola non è così imbandita, si accontenta peraltro anche di larve di insetti, cavallette, lombrichi o vegetali, come bacche, frutta e prodotti agricoli.
Da secoli la volpe è accanitamente perseguitata: un tempo come predatore e per la sua preziosa e folta pelliccia invernale, in epoca più recente soprattutto perché il principale propagatore della rabbia.
Negli ultimi 50 anni questa malattia virale, pericolosa anche per l’uomo, in Europa ha assunto le dimensioni di un’epidemia di grandi proporzioni. L’infezione avviene solo se il virus penetra in una ferita tramite la saliva di un animale rabbioso, cioè di solito a causa di un morso. Durante la caccia le volpi vengono a volte morsicate sulle labbra da topi, spesso portatori del virus, e così sono infettate; una volpe rabbiosa aggredisce di solito mordendo altri animali e trasmettendo in questo modo la malattia.
Nel tentativo di arginare il contagio sono state abbattute (o uccise nella tana con il gas) milioni di volpi, ma inutilmente. Ci si ripromette oggi di ottenere risultati migliori tramite una vaccinazione per via orale, esponendo cioè nei boschi esche di carne con il vaccino. Sempre più cacciatori hanno nel frattempo riconosciuto l’utilità delle volpi e le tollerano di nuovo – in numero limitato – sul loro terreno di caccia.
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PERCHE’ LE MARMOTTE FISCHIANO
Quando sente avvicinarsi un pericolo, la marmotta, in posizione eretta, con le zampe anteriori ciondoloni, emette un fischio acuto e prolungato. E’ come se una sentinella avesse dato l’allarme nell’accampamento: in pochi istanti tutte le marmotte che si trovano nei paraggi corrono a nascondersi nella loro tana. E l’allarme raggiunge anche altri animali: topi, scoiattoli, camosci. Per tutti loro la marmotta è una sentinella preziosa.
Tra i nemici delle marmotte, un posto di rilievo spetta alle aquile e alle volpi e, per i piccoli, ai gufi e ai corvi. Naturalmente anche l’uomo è un pericolo. In un solo anno, nel 1944, in Svizzera furono uccise 16 mila marmotte, ricercate soprattutto per la loro pelliccia e il loro grasso. Oggi, fortunatamente, in tutto l’arco alpino sono in vigore norme che proteggono questa simpatica “sentinella” di montagna.
PERCHE’ GLI ANIMALI NON PIANGONO
Nell’uomo il pianto, quando non è una semplice reazione automatica (come avviene alle massaie quando tagliano la cipolla), è un linguaggio, un modo per comunicare. Gli animali invece lanciano messaggi con linguaggi diversi: lamenti, segni di minaccia, aggressioni e così via.
Ci sono però animali che “piangono”, ma è una reazione fisiologica. I coccodrilli “piangono” per riflesso condizionato quando inghiottono un boccone voluminoso. Sembra abbiano una digestione difficoltosa.
Anche le tartarughe marine “piangono”, ma lo fanno per eliminare il sale in eccesso accumulato rimanendo nell’acqua del mare.
I MOSTRI DEGLI ABISSI
Nel fondo degli oceani vivono animali dalle forme strane: la forte pressione alla quale sono sottoposti e l’assenza completa o quasi di luce sono i fatti che hanno condotto gli esseri che vivono negli abissi marini ad assumere aspetti quasi mostruosi. Queste difficili condizioni comportano una ridotta possibilità di vita e perciò gli animali presenti alle alte profondità sono poco numerosi sia come numero di specie sia come quantità totale.
Mancanza di luce significa assenza di vegetazione: come tutti sanno, infatti, le piante possono svilupparsi solo grazie alla luce solare, essendo questa la fonte insostituibile di quella sintesi clorofilliana che regola le funzioni vitali dei vegetali. L’elemento fondamentale per la vita negli abissi è quindi sostituito con i resti di organismi che vivono più in alto e che precipitano sul fondo.
Gli animali abissali si suddividono perciò in due sole categorie: i consumatori di detriti e i loro predatori.
I primi trovano il loro alimento nella “pioggia” di sostanze organiche morte che cade dagli strati superficiali del mare.
I secondi si nutrono dei primi. Al di sopra di tutti, i calamari giganti, che qualcuno considerava frutto della fantasia umana e quindi personaggi degni di figurare solo nei romanzi di avventure, ma la cui esistenza è stata realmente dimostrata.
SENSIBILITA’ DI UN ELEFANTE
Quando si parla di una persona incapace di avvertire i piccoli problemi psicologici del prossimo, si dice che ha la “sensibilità di un elefante”. Niente di più errato, almeno a giudicare dal comportamento in natura degli elefanti, specie nei riguardi dei loro piccoli. Quando nasce un piccolo elefante, la madre è assistita da un’amica che si presta a far da ostetrica, mentre i maschi si dispongono intorno, in circolo, con le zanne rivolte all’esterno per scoraggiare ogni intruso. Per i primi tempi la madre si tiene l’elefantino fra le zampe per assicurargli la massima protezione, e quando il branco si sposta il piccolo viene sempre aiutato a guadare un fiume o a oltre passare un dirupo. Ma può succedere che la madre muoia: in questo caso c’è sempre un’altra femmina pronta ad adottare il giovane orfano e ad allattarlo come un proprio figlio. Più sensibili di così.
OCCHIO DI LINCE
Si dice avere l’occhio di lince perchè la lince ha una vista formidabile. I suoi occhi giallo-verdastri fecero pensare, nel Medioevo, a una vista tanto penetrante da poter trafiggere le pietre. Come quella di Linceo, pilota degli Argonauti e figlio di Afareo, che secondo il mito era in grado di vedere oltre gli oggetti opachi. E’ stato questo eroe mitologico a dare alle linci il nome e la leggenda. La vista di questi animali è straordinaria ed è in grado di distinguere gli oggetti anche quando c’è poca luce. Un biologo tedesco ha dedicato molti anni allo studio di questi animali ed ha stabilito che la lince distingue un topo alla distanza di 75 metri, un coniglio a 300 metri e un capriolo a 500 metri.
La lince, chiamata anche “la grande cacciatrice”, vive su alcuni monti della Penisola iberica. Oltre alla vista, ha anche un udito eccezionale. Le orecchie di questo animale portano all’estremità un ciuffetto di peli, che ha la funzione di scacciare gli insetti. Durante la siesta dei pomeriggi afosi, non potendo usare la coda per allontanare tafani e zanzare, perchè troppo corta, se ne libera voltando la testa e agitando le orecchie.
GLI ANIMALI E IL LETARGO
Il letargo è lo stratagemma con cui la natura aiuta certi animali a superare il periodo più freddo dell’anno. Non è però semplicemente un lungo sonno invernale. Il vero letargo è qualcosa di più: la respirazione si fa decisamente più lenta, il battito cardiaco è quasi impercettibile, la temperatura del corpo si abbassa a 10-15 gradi, l’apparato digerente è praticamente inattivo e anche la sensibilità ridotta al minimo.
Al momento di cadere in letargo l’animale ha accumulato nel suo corpo notevoli riserve di grasso, da cui attinge le energie necessarie per sopravvivere, perchè il grande sonno può durare parecchie settimane durante le quali l’animale non mangia nulla.
Il record di durata del letargo spetta al ghiro, che dorme per sei mesi filati. Quando il clima si fa mite, il piccolo roditore si sveglia, mangia una buona quantità di gemme e frutti e si riaddormenta ancora per qualche tempo.
Tra i mammiferi, vanno in letargo anche le marmotte e i ricci. Gli orsi, gli scoiattoli e i pipistrelli, invece, trascorrono l’inverno in uno stato di semiletargo: dormono molto, ma di tanto in tanto si svegliano e vanno in cerca di cibo.
Nei paesi freddi sono molti gli animali che cadono in letargo nel periodo invernale: serpenti, lucertole, chiocciole terrestri, tartarughe, rospi, rane, tritoni, vermi, farfalle e tanti altri insetti.
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PERCHE’ LE ZANZARE PUNGONO
Ogni volta che arriva il caldo rispunta il problema delle zanzare. La zanzara è un insetto che appartiene all’ordine dei ditteri. Si dice che ce ne siano duemila specie sparse in tutto il mondo. Fra le più pericolose, quelle del genere Stegomya, che sono responsabili della trasmissione della febbre gialla, e le famigerate Anopheles, portatrici della malaria.
Quelle italiane sono in maggioranza “zanzare pigolanti”, così chiamate per la nota acuta che emettono. Suono che nasce dal movimento rapido delle ali (tremila vibrazioni al secondo). E’ una zanzara abbastanza innocua: si limita a succhiare qualche goccia di sangue e a provocare prurito.
Chi punge è soltanto la femmina. I maschi sono inoffensivi. Inoltre hanno vita breve. Si nutrono di succhi vegetali.
Perchè la zanzara punge? Perchè solo nel sangue l’insetto femmina trova il nutrimento necessario per deporre uova sane e robuste.
La zanzara cerca una zona dove la pelle ricopre un vaso sanguigno. Qui applica la sua corta e larga proboscide che contiene tutti i “ferri chirurgici” necessari per anestetizzare, incidere la pelle, iniettare una goccia di saliva mista a sostanze anticoagulanti (quella che poi provocherà prurito), infine aspirare il sangue.
Le zanzare hanno bisogno dell’acqua per compiere il ciclo vitale. Solo sull’acqua, purchè stagnante, le femmine depongono le uova (dalle 200 alle 400 per volta) sapendo che qui le larve troveranno il cibo necessario. Acqua vuol dire uno stagno, ma anche soltanto una pozzanghera o poche gocce rimaste sul fondo di un vaso.
Come difenderci? I medici dicono che si può fare ben poco, se non cercare di prevenire l’assalto di questi insetti con sistemi in commercio che tutti conoscono. Ottimi sono i liquidi protettori da spalmare sulla pelle.
PERCHE’ GLI OCCHI DEI GATTI CAMBIANO COLORE
I gatti quando sono piccoli hanno gli occhi azzurri, poi crescendo gli occhi diventano gialli o verde chiaro. C’è da precisare che alcune razze di gatti conservano gli occhi azzurri anche in età adulta.
Si tratta di un fenomeno che non è esclusivo dei gatti: anche nei bambini spesso gli occhi sono blu al momento della nascita e poi cambiano colore con il passare del tempo.
La parte colorata dell’occhio si chiama iride ed è una membrana circolare con uno spessore di pochissimi millimetri. La superficie posteriore di questa membrana è sempre molto scura, mentre quella anteriore può essere più o meno chiara. Quando, come succede nei neonati, la superficie anteriore è particolarmente povera di pigmenti (le sostanze che determinano il colore delle cellule), prende il sopravvento la colorazione della superficie posteriore e, per un particolare fenomeno ottico, l’iride appare azzurra. Spesso, poi, con la crescita la superficie anteriore dell’iride acquista una maggiore pigmentazione e di conseguenza l’occhio diventa di un colore diverso.
PERCHE’ GLI UCCELLI RAPACI SONO IN PERICOLO
Gli uccelli rapaci sono oggi in via di estinzione in varie parti del mondo. Il motivo è semplice: l’inquinamento ha distrutto il loro ambiente naturale e la persecuzione insensata dei cacciatori li ha decimati. Sebbene la parola rapace richiami alla mente l’immagine dell’aquila con un agnellino fra gli artigli, la maggior parte degli uccelli predatori si nutre di animali nocivi all’uomo (serpenti, topi, insetti) o di animali già morti ( come fanno gli avvoltoi).
Le ali dei rapaci sono diverse a seconda del tipo di caccia da essi esercitata. Gli avvoltoi, nella loro ricerca di animali morti, devono a volte percorrere oltre 300 chilometri in una giornata. Essi hanno quindi ali molto lunghe e ampie che consentono di veleggiare muovendole pochissimo; queste ali, mentre permettono di risparmiare energie durante il volo, sono ingombranti nell’atterraggio, che è molto lento, ma questo non è importante, dal momento che la preda su cui devono piombare è già morta.
Le aquile hanno le ali più corte e strette a una coda molto robusta che consente di girare e atterrare molto rapidamente quando devono afferrare una preda in movimento.
I falchi, che catturano uccelli in volo, hanno ali strette e sfruttano la velocità della picchiata.
I piedi, di cui i rapaci si servono per afferrare le prede, sono molto sviluppati, hanno una grande capacità di presa e sono muniti di artigli. Il becco, sempre molto forte e robusto, serve per lacerare le vittime.
I rapaci hanno un’esistenza abbastanza lunga: le aquile possono vivere anche 100 anni, i grandi avvoltoi 60 anni.