ANACREONTE
Poeta greco, nato a Teo, sulla costa ionica dell’Asia Minore, intorno al 570 a.C. Quando Teo fu conquistata dai persiani, Anacreonte fu costretto ad emigrare ad Abdera, sulla costa trace. Agli anni di quel soggiorno difficile per le frequenti azioni di guerra contro i traci, appartengono alcuni frammenti poetici, nei quali l’esplicito riferimento alla Tracia è suggerito da motivi allusivi e polemici. Ma non meno vivo doveva essere il ricordo della sua patria, spesso rievocata nel canto.
L’ascesa di Policrate al potere nell’isola di Samo (537 o 535 a.C.) determinò una svolta decisiva nel suo iter poetico. Invitato alla corte del tiranno, Anacreonte vi rimase sino al 522, quando l’astuzia del satrapo persiano Orete pose fine a un periodo fortunato e felice della storia di Samo.
La tradizione colloca qui l’acme del poeta, non a torto, se consideriamo gli impulsi che le vicende politiche dell’isola e le iniziative culturali promosse dal tiranno dovettero imprimere alla sua arte e l’influenza che egli esercitò sulle forme della cultura samia. Una conferma della posizione di rilievo e della familiarità di cui Anacreonte godette presso il tiranno, sino al punto da intervenire direttamente negli affari politici del governo, è offerta dalla testimonianza di Erodoto sulla sua presenza durante un colloquio di Policrate con l’inviato di Orete. La morte di Policrate portò il poeta ad Atene alla corte di Ipparco. Illustrativo della sua attività ateniese è l’entusiastico elogio che, alcuni decenni dopo, Crizia il giovane, nipote del Crizia amico di Anacreonte e dedicatario di alcuni dei suoi carmi, scrisse quando, dopo le guerre persiane, soltanto un lontano ricordo sopravviveva di quella raffinata spiritualità che aveva animato i simposi dell’Atene di Ipparco. Con la morte di Ipparco (514 a.C.) perdiamo le sue tracce; forse Anacreonte si recò in Tessaglia presso gli Alevadi, come lasciano supporre due epigrammi attribuitigli nell’Antologia Palatina. Visse sino all’età di 85 anni; quasi certamente morì a Teo, dove era la sua tomba e dove una statua ne celebrava la memoria. Non minori il favore e la popolarità nell’Atene del sec. V, come documentano la statuaria e la ceramica attica raffigurante il poeta e i suoi amici in festose scene di banchetti.
La poesia
Ampio e vario il panorama tematico delle sue Odi, ma privilegiato il tema dell’amore: un amore raffinato, che trasforma la polarità del contrasto in una dimensione emotiva sapiente e sfumata; un amore immaginoso, bizzarro, come mostrano le simboliche raffigurazioni di Eros (pugile, fabbro, alato), riflettenti gli esiti di reali esperienze nei simposi e nei banchetti. Quale sia il senso del simposio anacreontico s’intende da alcuni versi programmatici: non gozzoviglia, non ebbrezza sfrenata, ma radunanza lieta di amici capaci di esprimere le gioie più intense senza oltrepassare i limiti di una civile urbanità. Un atteggiamento conviviale aperto a una più viva socialità nella quale, come nell’amore efebico e nell’arte, l’idealità aristocratica si contempera con le esigenze della nuova società borghese del tempo di Pisistrato e dei suoi eredi. Per intendere nella giusta prospettiva culturale quest’arte del tardo arcaismo è necessario considerare l’influenza che esercitò su essa un elemento nuovo, l’elemento dionisiaco, entrato nel mondo religioso e artistico del poeta accanto ad Eros e Afrodite. Questa sana mescolanza di gioia dionisiaca e di limpida saggezza è esplicita nei polemici versi di un’elegia: “non mi è caro chi bevendo da un cratere colmo narra le risse e le guerre lagrimevoli, ma solo chi associando i bei doni di Afrodite e delle Muse canta l’amabile gioia”. Figure femminili e tipi umani di diversa indole sono caratterizzati sullo sfondo del loro ambiente. A volte una beffarda icasticità emerge nel linguaggio e nelle metafore che ora si adeguano al tipo umano, ora rilevano per contrasto, attraverso epiteti ed espressioni dell’epica, la comicità delle situazioni e delle persone. La poesia di Anacreonte offre sotto il profilo delle strutture linguistiche gli aspetti propri di un fenomeno culturale altamente ritualizzato tipico di una cultura orale, ma ha una sua cifra specifica nella paratattica struttura trimembre del periodo, nella simmetrica disposizione degli aggettivi, nelle ricorrenti apostrofi e nelle frequenti anafore uditive e visive, nella frequenza di verbi espressivi e di parole del linguaggio conversativo e, infine, nella multiforme simbologia amorosa che tende a creare l’atmosfera momentanea di una situazione piuttosto che ad esprimere l’intensità di uno stato emotivo. Se escludiamo i papiri di Ossirinco che ci hanno restituito 14 frammenti, l’opera di Anacreonte ci è stata conservata in stato frammentario dalla tradizione medievale attraverso citazioni di scrittori e di grammatici della tarda grecità. La prime edizioni antiche furono quelle alessandrine di Aristofane di Bisanzio e di Aristarco.
DEI DELLA MESOPOTAMIA
In Mesopotamia (Terra tra i fiumi, il Tigri e l’Eufrate) si stanziarono varie popolazioni: la prima di cui si hanno notizie certe è quella dei Sumeri, che diedero vita alla civiltà più antica del mondo, almeno di quelle finora conosciute, e inventarono intorno al 3200 a.C., due secoli prima degli Egizi, la scrittura.
Ai Sumeri succedettero gli Accadi, i Babilonesi e gli Assiri, popoli che assimilarono e arricchirono la civiltà sumerica. Ognuna delle popolazioni che dominava sul territorio impose propri dèi: tra quelli dei Sumeri (un centinaio), uno dei più amati era Enki, il signore della Terra, protettore di Eridu, probabilmente la città più antica della Mesopotamia. Con la madre Nammu, decise un giorno di creare con l’argilla l’uomo. La dea Ninmah, invidiosa, cercò di imitarlo, ma creò soltanto esseri brutti, deformi e, talvolta, anche malvagi. Enki vi pose rimedio trovando anche per loro uno spazio nel mondo (per esempio, stabilì che i deboli nel fisico facessero i funzionari del re, che i ciechi diventassero poeti, ecc.). Il bene e il male, secondo i Sumeri, venivano dunque dagli dèi e il destino di ognuno era deciso da Enki, dio buono e civilizzatore, che partecipava alle gioie degli uomini, proteggendo anche la loro vita.
Tra gli altri dèi, nella città di Uruk, si venerava Inanna, dea del cielo; a Ur la divinità lunare Nanna; a Lagash il dio della fertilità Ningirsu.
Gli Accadi, che assoggettarono i Sumeri verso il 2300 a.C., adoravano Ea, dio molto potente dotato di grande intelligenza e saggezza. Ea era considerato il padre di Marduk, il dio più venerato presso i Babilonesi, che lo ritenevano giusto, sovrano e organizzatore dell’Universo. Rappresentava la vita, la civiltà e il progresso. Marduk aveva creato la volta celeste e la Terra, i fiumi Tigri ed Eufrate, sgorgati dai suoi occhi, e infine l’uomo.
Il diluvio presso i Sumeri
Mille anni prima della Bibbia, i Sumeri tramandavano già, nelle loro tavolette d’argilla, la vicenda del diluvio universale. Secondo le loro leggende era stato il dio malvagio Enlil, che aveva deciso di sterminare la razza umana. Ma il dio Enki aveva avvertito il re Ziusudra, che costruì una nave con la quale riuscì a salvarsi navigando per settimane sulle acque tempestose che avevano invaso tutta la Terra. Alla fine l’imbarcazione approdò sulla cima di una montagna e il primo essere vivente a uscirne fu, proprio come nella Bibbia, una colomba. Il diluvio, se non riuscì a sterminare l’uomo, ottenne comunque un risultato: da quel momento i re sumeri persero l’immortalità.
Atrakhasis come Noè
I Babilonesi l’episodio del diluvio universale lo raccontavano così.
I primi uomini una volta creati, generarono molti figli, ma questi facevano un tal baccano da impedire al dio della Terra di dormire. Questi progettò di mettere fine al fracasso, ma si vide ostacolato, allorchè Atrakhasis, un uomo giusto, chiese l’aiuto del dio che aveva creato l’uomo. Alla fine gli dèi decisero di scatenare un’inondazione catastrofica e giurarono di mantenere segreto il progetto. Ma anche questa volta Atrakhasis fu avvertito, il dio gli apparve in sogno e gli disse di costruire un’imbarcazione, di prendere a bordo la famiglia e alcuni animali e di spiegare alla gente che quel che stava facendo era un castigo inflitto a lui, un castigo che avrebbe procurato loro dei benefici. Poi, quando tutti furono a bordo, la tempesta si scatenò e tutta l’umanità venne spazzata via.
Persino gli dèi ne ebbero a soffrire. Con la distruzione dell’umanità essi persero il cibo e le bevande offerte nei sacrifici e se ne rimasero miseramente seduti in cielo, finchè i sette giorni di tempesta non cessarono. Quindi Atrakhasis mandò fuori degli uccelli per accertarsi che la Terra fosse di nuovo abitabile e offrì un sacrificio sulla montagna su cui la sua imbarcazione si era fermata. Attratti dal profumo delle offerte, gli dèi si radunarono avidi “come le mosche” e giurarono di non provocare più una simile distruzione. La dea madre offrì in pegno una collana di pietre blu. Ma il dio, il cui sonno era stato disturbato, non era ancora soddisfatto. Così, dopo aver discusso sull’ingiustizia di una punizione indiscriminata, si adottò un altro sistema: alcune donne sarebbero entrate in ordini religiosi e non avrebbero avuto figli, mentre altre avrebbero perso i loro piccoli in seguito a malattie, con la conseguente limitazione della popolazione.
Come Caino e Abele
Poco tempo dopo il diluvio universale, narrano i Sumeri, due fratelli vengono a lite per amore della dea Inanna. Il primo dei due fratelli si chiama Dumuzi e fa il guardiano delle greggi; il secondo, Enkimdu, è un contadino. Dumuzi è buono, Enkimdu è malvagio. La dea non solo sceglie Dumuzi, ma lo rende quasi immortale come un dio. Furente, Enkimdu cerca in tutti i modi di vendicarsi, ma alla fine è conquistato dalla bontà del fratello, si riconcilia, si pente e ne diventa inseparabile amico. La vicenda ricorda per molti aspetti il racconto biblico di Caino e Abele, anche se il finale è molto diverso.
GIANO, IL DIO BIFRONTE
I romani lo chiamavano “Pater”, creatore dell’universo. Erano tempi antichissimi, quando sulla terra vivevano le divinità. Là, dove in un futuro ancora lontano sarebbe stata fondata Roma, si ergeva verde di boschi e di selve il monte Gianicolo, o Camesene, dal nome degli dèi che vi abitavano: Giano e sua moglie Camese. Un monte ricco di acque. Figli dei due dèi erano Fontus, alla cui protezione erano affidate le sorgenti, e Tiberinus (Tevere), il maestoso fiume. Un luogo pacifico. Ma un giorno, grida dal cielo sconvolsero il silenzio delle foreste: Saturno era stato scacciato dal trono di re degli dèi dal figlio Giove. Saturno chiese protezione a Giano che lo accolse e lo ospitò nella sua casa. “Puoi restare con me”, disse Giano. “So che presto qui si raduneranno gli uomini: insegnerai loro l’arte di coltivare la terra. Io insegnerò l’amore per la pace”. E così fu: per lungo tempo il fuggiasco Saturno visse nascosto nelle terre di Giano che, da allora, furono dette Latium (Lazio, dal verbo latino latère, “nascondere”). I romani poi avrebbero venerato Saturno come dio delle semine e avrebbero onorato Giano come dio di tutti gli inizi, che vede ogni cosa perchè ha due volti e guarda in tutte le direzioni. E il loro re Numa Pompilio gli avrebbe innalzato un tempio nel Foro, le cui porte rimanevano chiuse in tempo di guerra e venivano aperte in tempo di pace.
| Dèi “romani” | |
| Giano | creatore dell’universo |
| Bellona | malvagia dea della guerra |
| Marte | dio dei campi e della guerra |
| Pomona | dea dei frutti autunnali |
| Anna Perenna | dea del ciclo delle stagioni |
| Flora | dea della primavera e della bellezza |
| Silvano | dio dei boschi |
| Priapo | protettore degli orti |
| Fauno | dio dei monti |
| Termine | dio dei confini dei campi |
| Quirino | dio della primavera |
| Padre Tiberino | dio del Tevere |
| Penati | simboli della casa |
| Lari | spiriti degli antenati |
| Mani | anime dei morti |
Fauno, il genio dei monti
Fra i pastori dell’antichissima Roma godeva di grande culto Fauno, il genio benefico dei monti e delle campagne, che veniva raffigurato peloso, con le corna, la coda e i piedi caprini. Suonava la zampogna e aveva per sposa Bona Dea, adorata esclusivamente dalle donne in un tempio sull’Aventino. Fauno si divertiva a spaventare la gente e si diceva che penetrasse nelle case per tormentare gli uomini con cattivi sogni e con apparizioni paurose. Aveva pure il dono di predire il futuro attraverso rumori nei boschi e voli di uccelli. Questo dio amava cacciare sui monti e nei boschi e si diceva che il suo divertimento maggiore era quello di inseguire e spaventare le ninfe.
Esculapio, l’inventore della medicina
I greci lo chiamavano Asclepio, i romani lo ribattezzarono Esculapio. Figlio di Apollo, Esculapio era stato educato dal centauro Chirone, espertissimo nel preparare decotti e pomate. Anzi Esculapio l’aveva superato in abilità e non c’era malato che lui non guarisse. Nessuno moriva più. Una situazione felicissima per gli uomini, ma non altrettanto gradevole per Plutone, il dio dell’oltretomba. E un giorno il dio tenebroso si recò sull’Olimpo a protestare con Giove. Il quale saputo che Esculapio non si limitava a guarire gli ammalati ma resuscitava anche i morti intervenne drasticamente: afferrò una folgore e incenerì Esculapio. Questo almeno raccontavano i Greci. I romani sostenevano che Esculapio giunse a Roma intorno al 300 avanti Cristo e si stabilì nell’isola Tiberina, in mezzo al Tevere. In quel periodo su Roma si era abbattuta una terribile pestilenza. Con l’arrivo del dio-medico l’epidemia fu debellata. E i romani costruirono per lui un tempio.
| Divinità greco-romane | |
| Zeus | Giove |
| Era | Giunone |
| Atena | Minerva |
| Afrodite | Venere |
| Posidone | Nettuno |
| Ades | Plutone |
| Ares | Marte |
| Apollo | Apollo |
| Ermes | Mercurio |
| Estia | Vesta |
| Demetra | Cerere |
| Eros | Cupido |
| Rea | Cibele |
| Dioniso | Bacco |
| Pan | Sileno |
| Crono | Saturno |
| Asclepio | Esculapio |
DIVINITA’ DEL CIELO
Elios, il dio del Sole
Elios, figlio dei titai Iperione e Tea, aveva per sorelle Selene, la luna, e Eos, l’aurora. Il suo compito era quello di portare la luce agli uomini e tutti i giorni attraversava la volta celeste con il suo cocchio trainato da quattro cavalli alati. Sua moglie era Perse, che gli diede due figli, i maghi Eeta e Circe. Un altro figlio si chiamava Fetonte, che Elios aveva avuto dalla ninfa Climene. Un giorno Fetonte convinse il padre a lasciargli guidare il suo carro d’oro, che spandeva luce e calore. Ma Fetonte, inesperto, non riuscì a governare i cavalli, che piegarono verso il basso avvicinandosi paurosamente alla terra. Successero molti guai: le montagne si incendiarono, gli abitanti dell’Africa diventarono neri, i fiumi si prosciugarono. Nell’Olimpo, Zeus vide tutta questa rovina e udì le grida degli uomini che imploravano la fine del flagello. Zeus non poteva permettere che il mondo bruciasse e scagliò una folgore. Fetonte precipitò dal carro e i cavalli di Elios, non più irritati dalla guida inesperta, riportarono il cocchio alla giusta distanza dalla terra. Fetonte scomparve nella corrente dell’Eridano, dove le sue sorelle, le dolci Eliadi, lo piansero quattro mesi di seguito. Zeus, non sopportando tanto dolore, le trasformò in pioppi. E le lacrime delle Eliadi divennero ambra.
Divinità secondarie del cielo
Elios – il Sole
Selene – la Luna
Eos – l’Aurora
Eolo – il re dei Venti
Niche – la Vittoria
Iride – l’Arcobaleno
Ebe – la Gioventù
Ganimede – il coppiere degli dèi
Eros – l’Amore
Asclepio – il dio della Salute
Nemesi – La Vendetta
Tiche – la Fortuna
Mnemosine – la Memoria
Divinità minori del cielo
Ore: figlie di Zeus e di Temi, custodi dell’Olimpo e divinità delle stagioni. Si chiamavano Tallo, Auso e Carpo.
Grazie: figlie di Zeus e di Eurinome, dee della grazia e dell’avvenenza. Dopo Omero il loro numero fu fissato a tre. Si chiamavano Aglaia, Eufrosine e Talia.
Muse: divinità ispiratrici del canto, della musica e della danza. Nell’Iliade si parla di una o più muse, mentre il numero tradizionale di nove (Clio, Euterpe, Talia, Melpomne, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania, Calliope) compare solo nell’Odissea.
Ilitie: le dee del parto, figlie di Era.
Venti: figli del Cielo e della Terra. I principali erano Borea, Euro, Noto, Zefiro, Favonio, Africo; loro re era Eolo che li teneva incatenati nelle caverne.
Parche: secondo Omero sono le dee del destino che filano agli uomini le sorti della vita. Secondo altri poeti sono tre: Cloto, la filatrice; Lachesi, la dispensiera della sorte; Atropo, l’inevitabile.
Eos, l’Aurora
Eos, l’aurora, era una dea molto bella che si alzava presto al mattino per precedere il carro del Sole. Indossava uno sfarzoso mantello d’oro, preparava i suoi cavalli, Lampo (splendore) e Faetonte (scintillio), e partiva, spargendo di profumate rose il suo cammino. Non ebbe molta fortuna con i mariti. Il primo fu il titano Astreo, dal quale ebbe quattro figli, i venti Borea, Euro, Noto e Zefiro. Quanto Astreo con altri titani fu cacciato nel Tartaro, l’inferno degli dèi, Eos sposò Orione, un cacciatore che oltre ad essere abile con l’arco era anche molto bello. Ma su Orione aveva posato gli occhi anche Dania, la quale gelosa lo uccise con le sue infallibili frecce. Allora Eos sposò Titone, re dei Troiani. Ma per evitare di rimanere nuovamente vedova, ottenne da Zeus l’immortalità per il marito. Pensava di avere così risolto per sempre i suoi problemi affettivi, ma si era dimenticata di chiedere per Titone anche l’eterna giovinezza. Per cui Titone invecchiò perdendo ogni bellezza e attrattiva: le sue membra si disseccarono e la sua voce si spense. Allora la dea lo mutò in una cicala.
Selene, l’occhio della notte
Selene, la luna, era chiamata anche l’occhio della notte. Quando il fratello Elios, il sole, aveva concluso il suo viaggio, si metteva in cammino Selene: su un cocchio tirato da due splendidi cavalli bianchi e con un diadema in testa che sprigionava raggi bianchi. Non sono molte le leggende intorno a questa divinità. Si narrava che fosse stata sedotta da Pan, il dio dei boschi, che si era camuffato con una pelle di pecora. Più fortuna ebbe la leggenda di Endimione, un giovane pastore di cui Selene si era innamorato. La dea lo fece cadere in un sonno profondo per poterlo andare a trovare in una caverna. Si raccontava anche che da Endimione e Selene nacquero cinquanta figli.
ZEUS IL RE DELL’OLIMPO
All’inizio il capo supremo dell’universo era Urano, il cielo, che aveva per moglie Gea, la terra. Per timore di perdere il regno imprigionava tutti i suoi figli nel Tartaro, l’inferno degli dèi. Ma uno di questi, Crono, dopo una violenta lotta, obbligò il padre a rinunciare in suo favore al dominio del mondo. Urano, sconfitto e sanguinante, maledì Crono dicendogli che sarebbe stato a sua volta detronizzato da un figlio. Per evitare questo pericolo, Crono ingoiava tutti i figli appena nati. Avevano già subito questa sorte Era, Ares, Ades e altri. Quando nacque Zeus, la madre Rea lo nascose e consegnò a Crono una pietra avvolta nelle fasce. Il dio senza nulla sospettare ingoiò il fagotto. Zeus fu così salvo e crebbe in un antro segreto dell’isola di Creta amorevolmente assistito dalla ninfa Adrastea e allattato dalla capra Amaltea. Diventato adulto, Zeus si presentò al padre e lo obbligò a rigettare fuori tutti i fratelli ingoiati. Dopo di che ingaggiò contro di lui una tremenda lotta che durò dieci anni. Dalla parte di Zeus si schierarono alcuni titani, Oceano, Iperiore, Temi e Mnemosine. Altri titani si misero a fianco di Crono. Zeus aveva occupato l’Olimpo, Crono si era sistemato con i suoi seguaci sul monte Otri. La guerra fu terribile. Volavano nel cielo intere montagne, il fragore era immenso. Dalla parte di Zeus si erano schierati anche i ciclopi, che fabbricavano i fulmini, e i giganti dalle cento braccia. Alla fine i titani di Crono furono sconfitti e gettati in catene nel profondo del Tartaro. Crono perse il regno e fu mandato in esilio nelle isole dei beati, il paradiso degli eroi. Zeus divise l’universo con i fratelli. Riservò a sè il cielo, lasciando a Posidone il governo del mare e a Ades quello del sottosuolo. La terra rimase zona franca, cioè neutrale. Ma le lotte contro Zeus non erano ancora finite. Prima ci provò Tifone, un mostro con cento teste di drago vomitanti fuoco. Anche Tifone finì nel Tartaro. Fu poi la volta dei giganti, nati dalle gocce di sangue sparse da Urano dopo la lotta con Crono. Anche i giganti finirono incatenati accanto agli altri ribelli. Finalmente sull’Olimpo tornò la pace e Zeus mise su famiglia. Sposò la sorella Era, dalla quale ebbe tre figli, Ares, Efesto ed Ebe. La moglie era molto gelosa e non aveva tutti i torti. Perchè Zeus cominciò a seminare figli un pò dappertutto. Dalla titanessa Temi generò le Ore e le Parche; da Dione ebbe Afrodite, dalla ninfa Maia nacque Ermes; da Demetra ebbe Persefone. L’elenco era molto lungo: dall’oceanina Eurimone generò le Grazie; da Latona ebbe i figli Apollo e Diana. Zeus perse più volte la testa anche per donne mortali: da Semele, figlia di Cadmo, ebbe il dio Dioniso, da Alcmenta ebbe Ercole. Amò Leda che andava a trovare trasformandosi in cigno, mentre per incontrarsi con Danae si trasformava in pioggia d’oro. Ma l’elenco è troppo lungo per ricordare tutte le scappatelle di Zeus.
Era, dea gelosa e vendicativa
Era, non sopportava che il marito Zeus si prendesse libertà con altre donne. Come ritorsione perseguitava le donne corteggiate dal marito. Fece morire tragicamente con un inganno Semele, madre del dio Dioniso. Un’altra fanciulla di nome Io fu mutata in giovenca. Se la prese anche con Ercole, uno dei tanti figli illegittimi di Zeus, e lo perseguitò per tutta la vita. Permalosa e vendicativa, come tutti gli dèi, diventò una nemica giurata dei Troiani, perchè Paride aveva scelto Venere come la più bella dell’Olimpo.
Il più brutto si chiama Efesto
Efesto (dio del fuoco, figlio di Zeus e di Era), marito della bellissima Afrodite, era l’unica divinità dell’Olimpo di aspetto molto brutto. Era anche zoppo; e questa menomazione se la procurò per aver difeso la madre. Tra i suoi genitori i litigi erano frequenti. Un giorno Efesto intervenne per difendere la madre. Zeus, in preda alla collera, afferrò per la caviglia il figlio, lo roteò in aria e lo scaraventò giù dall’Olimpo. Una caduta di un giorno e una notte, poi l’urto tremendo al suolo di Lemno, un’isola del mare Egeo.
| Dio | Funzione | Parentela | Simboli |
| Zeus | re degli dèi | figlio di Crono | fulmine, aquila |
| Era | regina del cielo | moglie di Zeus | pavone, melograno |
| Posidone | re del mare | fratello di Zeus | tridente |
| Ades | re degli inferi | fratello di Zeus | scettro |
| Ares | re della guerra | figlio di Zeus | lampo, lupo |
| Efesto | re del fuoco | figlio di Zeus | martello |
| Atena | regina della guerra | figlia di Zeus | civetta, ulivo |
| Apollo | re della musica | figlio di Zeus | lira, alloro, cigno |
| Artemide | regina della caccia | gemella di Apollo | orso, arco |
| Ermes | messaggero degli dèi | figlio di Zeus | bastone alato |
| Afrodite | dea della bellezza | moglie di Efesto | colomba, mirto |
| Estia | regina della famiglia | sorella di Zeus | focolare |
| Demetra | regina della messi | sorella di Zeus | spiga |
I MOSTRI DELL’ANTICHITA’
Se si raggruppassero tutti i mostri che popolano la mitologia si potrebbe costruire un immenso giardino zoologico, fantastico e terribile. Al posto di giraffe, leoni e scimmie, ci sarebbero draghi, centauri e chimere.
Il drago è forse il mostro più popolare. Lo si trova nella mitologia di tutti i Paesi: è un gigantesco serpente nato da un uovo di gallo, covato nel letame. Ma la sua forma varia a seconda del Paese in cui è nato: lo si raffigura con la testa di serpente o di leone.
Il minotauro è un vorace mostro in parte uomo e in parte toro. Viveva a Creta nel centro di un terrificante intrigo di corridoi e sotterranei, di grotte e di cupole, chiamato Labirinto. Si nutriva di corpi di fanciulli.
Cerbero è il terribile cane con le tre teste e la coda di serpente, posto a guardia dell’inferno. Era mansueto con chi entrava, ma feroce contro chi tentava di uscirne.
Le arpie sono la personificazione della bufera. Rapivano gli uomini facendoli scomparire. Questi mostri venivano raffigurati come esseri alati, con volto di donna e mani e piedi muniti di artigli.
Le sirene sono mostri marini per metà donne e per metà uccelli (o pesci), che attiravano con la loro voce i naviganti in fondo al mare.
La chimera è un mostro con tre teste: in mezzo alla schiena ha la testa di capra, a una estremità quella di leone e all’altra quella di serpente. Vomitava fuoco e al suo passaggio bruciava tutto.
I centauri sono le creature più armoniose della zoologia fantastica: avevano tronco umano e corpo di cavallo. Erano violenti e prepotenti. Ce n’era uno che era “più saggio degli altri”. Si chiamava Chirone e vivendo nei boschi imparò a conoscere le piante e le stelle.
Tra i centauri marini il più noto è Tritone. Abitava nel fondo del mare e comandava uno stuolo di mostri turbolenti, che erano un pò uomini, un pò cavalli e un pò pesci. Quando questi mostri soffiavano dentro una conchiglia marina, s’agitavano i flutti e si scatenava la tempesta.
I gorgoni, mostri alati con i capelli di serpente, il cui sguardo pietrificava le persone. La più terribile era Medusa uccisa da Perseo.
L’unicorno è un animale fantastico che veniva raffigurato come un cavallo bianco con zampe posteriori d’antilope, barba di capra e un lungo corno sulla fronte.
Il grifone è mezzo leone e mezzo aquila, ma è più grande di otto leoni e più robusto di cento aquile.
L’ippogrifo è il bizzarro cavallo alato inventato da Ludovico Ariosto, l’autore dell’Orlando furioso.
Il basilisco è un gallo coronato con grandi ali spinose e una coda di serpente, che può terminare a uncino o in un’altra testa di gallo. Lo sguardo di questo mostro inceneriva ogni cosa. La sua abitazione era il deserto.
La sfinge greca ha la testa di donna, ali d’uccello, corpo e piedi di leone. Questo mostro spadroneggiava nella regione di Tebe, proponendo enigmi agli uomini e divorando quelli che non riuscivano a rispondere. A Edipo, re tebano, chiese: “Qual è l’animale che cammina con quattro zampe la mattina, con due a mezzogiorno, con tre la sera?”. Edipo rispose che era l’uomo, che da bambino arranca a quattro zampe, poi si regge su due piedi, e in vecchiaia si appoggia a un bastone. La sfinge, sconvolta perchè era stato decifrato l’enigma, si uccise precipitandosi da una rupe.
L’idra è un gigantesco serpente con nove teste. Il suo fiato avvelenava le acque e distruggeva i campi. Il suo covo era nelle paludi di Lerna.
Il roco, un ingrandimento dell’aquila, è un mostro orientale che appare nelle favole delle Mille e una notte. Simbad, il marinaio abbandonato dai suoi compagni su un’isola, vide in lontananza un’enorme cupola bianca e il giorno dopo una grande nube. La cupola era un uovo di roco e la nuvola l’uccello madre.
Il kraken è il gigantesco polpo della mitologia scandinava: le sue braccia potevano afferrare la più grande delle navi.
LE DIVINITA’ DEL MARE E DELLE ACQUE
Oceano. E’ il più antico dio delle acque ed era considerato il padre di tutti i fiumi. Le Oceanine, figlie di Oceano e Teti, erano ninfe che abitavano nei fiumi e nei ruscelli. Esiodo ne enumerava tremila.
Ponto. E’ un dio del mare, figlio di Gea, la terra.
Nereo. Rappresenta il lato bello, piacevole e benefico del mare: aveva il dono di predire l’avvenire. Era il padre delle Nereidi, cento ninfe, amiche dei naviganti.
Posidone. Fratello di Zeus, divenne a un certo momento il re indiscusso del mare.
Anfitrite. E’ una delle Nereidi, sposa di Posidone.
Tritone. Figlio di Posidone e di Anfitrite: l’immaginazione popolare se lo figurava in forma di uomo nella parte superiore e in forma di pesce dalla coda biforcuta nella parte inferiore. Quando soffiava dentro una conchiglia marina, si agitavano i flutti e sorgeva la tempesta.
Proteo. Custodiva per conto di Posidone il gregge delle foche e degli altri animali marini. Anche lui aveva il dono di predire il futuro.
Glauco. Era considerato il protettore dei marinai e dei naufraghi.
Posidone, il re del mare.
Figlio di Crono e di Rea, fratello di Zeus, Posidone regnava sul mare. Molte sono le leggende intorno a questa divinità. Si raccontava che abitava in un favoloso palazzo in fondo al mare e che faceva le sue passeggiate, impugnando un tridente, su un cocchio tirato da quattro tempestosi cavalli dalle unghie d’oro. Gli si attribuivano diverse mogli: la ninfa Anfitrite, che era quella ufficiale; Teofante, una fanciulla rapita in Macedonia; Alia, un’altra ninfa dalla quale ebbe sette figli. Si diceva anche che dalla Medusa aveva avuto come figlio Pegaso, un cavallo alato. Era padre anche di parecchi giganti e mostri, come Polifemo e Anteo. Polifemo è il ciclope che fu accecato da Ulisse. Per questo episodio l’eroe di Itaca si attirò l’odio e la maledizione di Posidone, che lo fece girare per i mari per 10 anni prima di permettergli di rientrare in patria. Anche il gigante Anteo non ebbe miglior fortuna. Re della Libia, obbligava i passanti a lottare con lui. Era invincibile se toccava con i piedi la terra. Anteo si imbattè in Ercole, il quale per sopraffarlo lo tenne sollevato da terra e lo soffocò con una stretta delle sue braccia poderose.
Scilla e Cariddi, nemiche dei marinai
Scilla era una bellissima ninfa che si innamorò di Glauco, una divinità del mare. Per conquistare il suo amore ebbe l’infelice idea di chiedere un filtro alla maga Circe, la quale era anch’essa innamorata di Glauco. Per liberarsi dalla concorrente, la maga avvelenò la fonte nella quale era solita bagnarsi Scilla. Accadde che la ninfa, entrata nella fonte, da bellissima che era diventò un orribile mostro latrante, con sei teste dalle bocche irte di denti. Disperata, Scilla si gettò in mare e gli dèi la trasformarono in uno scoglioformato da caverne mugghianti, divoratrici di marinai. Lo scoglio si trovava proprio di fronte a una rupe altrettanto pericolosa, Cariddi.
Cariddi, figlia di Posidone e di Gea, in origine era un mostro femmina dedito alla rapina. Per avere rubato a Ercole alcuni buoi, Zeus la fulminò, facendola cadere in mare dove era diventata quella rupe che tre volte al giorno inghiottiva e rivomitava le acque dello stretto fra la Sicilia e la Calabria.
Polifemo, un mostro alto cinque metri
Polifemo era un mostro alto cinque o sei metri che viveva selvaggiamente in un’isola: passava la sue giornate a pascolare le sue pecore e quando capitava qualche marinaio nell’isola se lo mangiava. Era infatti un cannibale, come UIisse, finito nella sua grotta, dovette constatare quando alcuni suoi marinai finirono in bocca del gigante. Aveva origini divine: il padre era Posidone, il dio del mare, e la madre si chiamava Toosa, una ninfa marina, abbastanza triste e nervosa, che diventava allegra solo quando vedeva il mare in tumulto. Nella terra di Polifemo vivevano altri ciclopi tutti di dimensioni gigantesche. Erano chiamati ciclopi perchè, come i più famosi figli di Gea e Urano, avevano un occhio solo in mezzo alla fronte.
LE DIVINITA’ DELL’INFERNO
Ades. Fratello di Zeus, re dell’Olimpo, e di Posidone, re delle acque.
Ecate. E’ la dea delle apparizioni notturne.
Erinni. Sono le dee della vendetta: punivano soprattutto i crimini compiuti a danno di parenti. Furono designate con i nomi di Aletto (la inquieta), Tersifore (la punitrice dell’omicidio) e Megera (la odiosa). Secondo Esiodo, le Erinni erano nate dal sangue che cadde sulla terra dalla ferite di Urano quando questi ingaggiò una furiosa lotta con il figlio Crono.
Chere. Divinità terribili che si aggiravano nei campi di battaglia, avvolte in un mantello insanguinato.
Tanato. Figlio della Notte, abitava nell’inferno e veniva sulla terra a sorprendere i mortali.
Sonno. Fratello gemello di Tanato, era un dio buono.
Ades, il più odiato
Figlio di Crono e di Rea, fratello di Zeus, Ades era il custode e sovrano del regno dei morti. Quando diventò capo incontrastato dell’Olimpo, Zeus divise con i fratelli il dominio dell’universo: ad Ades fu assegnato il mondo sotterraneo e a Posidone toccò il regno delle acque. Pur essendo il più odiato degli dèi, essendo il suo nome legato alla morte, Ades è il protagonista della più bella leggenda che la mitologia greca ci ha tramandato: quella di Persefone, la dea giovinetta, figlia di Demetra, patrona delle campagne. Un giorno mentre coglieva i fiori in un prato Persefone fu rapita da Ades, che la portò con sè nel suo mondo sotto terra, dove fu proclamata regina dei morti. Frattanto la madre, disperata, errava per le campagne alla ricerca della ragazza scomparsa. Anche di notte la si vedeva camminare, agitando una fiaccola. Zeus, impietosito, le concesse di scendere nel regno dei morti e di riprendersi la figlia, se questa avesse acconsentito a seguirla. Ma Persefone si era ormai affezionata al suo sposo e al suo ruolo di regina. Si arrivò a un compromesso: per sei mesi l’anno la giovane dea averebbe vissuto sulla terra accanto alla madre; per gli altri sei mesi sarebbe ridiscesa nel regno sotterraneo.
LE DIVINITA’ DELLA TERRA
Gea. Madre di tutti gli esseri.
Rea. Figlia di Urano e madre di Zeus.
Dioniso. Figlio di Zeus, era il dio del vino e della viticultura.
Sileno. Amico di Dioniso, era un vecchio dal naso rincagnato, la testa calva, grasso e tondo come un otre di vino.
Pan. Figlio di Ermes e della ninfa Penelope aveva i piedi di capra, due corna sulla fronte, una lunga barba e il corpo peloso.
Priapo. Figlio di Dioniso e di Afrodite era il dio dell’abbondanza.
Demetra. Sorella di Zeus era considerata la madre della Terra.
Gea, la prima madre
Prima c’era il Caos, poi spuntò Gea, la terra. Così gli antichi Greci raccontavano le origini del mondo e degli dèi. Gea generò da sola il Cielo, il mare e le montagne. Si scelse come sposo il Cielo che si chiamava Urano ed ebbe molti figli. Nacquero dapprima i Titani, sei maschi e sei femmine; poi i Ciclopi che non sono da confondere con quelli che incontrò Ulisse: avevano anch’essi un occhio solo in mezzo alla fronte. Erano tre e si chiamavano Bronte, Sterope e Arge. Poi vennero alla luce anche tre mostruosi giganti che avevano centro braccia, Cotto, Briareo e Gige. Dall’unione con il mare, Gea ebbe altri figli, tutte divinità specializzate con le acque: Nereo, padre delle ninfe Nereidi; Taumante, padre dell’arcobaleno; Forchi, Cheto e altri.
Quando scoppiò la guerra tra Crono e Zeus per il dominio dell’universo, Gea rimase neutrale: combattevano tra di loro tanti suoi figli, gli uni armati contro gli altri. L’unica soddisfazione di Gea era quella di vedere i suoi figli sempre in vita, essendo tutti immortali. Ma quando Zeus, sconfitti i nemici, imprigionò alcuni titani nell’inferno, Gea si ribellò. Si unì con l’inferno e diede alla luce un altro mostro, Tifone: aveva cento teste di drago che vomitavano fuoco. Sobillato dalla madre, Tifone dichiarò guerra a Zeus. Altra feroce lotta che si protrasse per diversi anni e che si concluse con la vittoria di Zeus: Tifone finì nel Tartaro, l’inferno degli dèi.