I FENOMENI ENDOGENI
Sulla superficie terrestre le zone più ricche di vulcani coincidono con quelle ove i sismi si manifestano con maggiore frequenza. I movimenti tettonici più intensi provocano all’interno del globo scosse violente che arrivano fino in superficie. Queste possono determinare l’apertura di profonde spaccature litosferiche attraverso le quali fuoriesce il magma.
Osservando il planisfero si può notare come eruzioni e terremoti si concentrino lungo quattro lineamenti principali. Il più esteso, chiamato Cintura di Fuoco del Pacifico, corre tutt’attorno a questo oceano. Percorre l’arco delle isole Aleutine, il bordo occidentale delle Americhe, passa per l’Antartide per risalire lungo la Nuova Zelanda, gli archi insulari del Mar della Sonda, delle Marianne, delle Filippine, del Giappone e il bordo orientale dell’Asia.
I secondi lineamenti sismo-vulcanici sono le dorsali medio-oceaniche.
Qui la maggior parte delle manifestazioni interessano il fondo marino, ma in taluni casi la sommità degli edifici vulcanici affiora a formare isole costituite da lave solidificate. Sono in questa origine Ascensione, Sant’Elena, Tristan da Cunha lungo la dorsale medio-atlantica, e la stessa Islanda, ricchissima di fenomeni eruttivi.
La terza area di intensa attività è costituita dalle catene estese in senso trasversale dal bacino mediterraneo fino all’Iran attraverso la penisola anatolica. L’ultima grande fascia si estende in direzione nord-sud nell’Africa orientale, ove, al fondo delle fosse tettoniche, i rift, si sono impostati grandi laghi che ne seguono la conformazione.
Vulcani e terremoti dunque coincidono con i margini attivi delle zone crostali. Nelle zone di frattura l’effusione della lava in superficie è relativamente tranquilla, ed è accompagnata da manifestazioni sismiche in genere modeste. L’attività è invece molto più violenta nelle zone di subduzione. Ove la crosta oceanica si immerge sotto la zolla adiacente si creano altissime pressioni che scatenano terremoti particolarmente distruttivi. In questo caso l’ipocentro dei sismi si può raggiungere i 700 km di profondità, le scosse si proiettano in superficie su aree vastissime. L’Italia è un tipico esempio dell’assommarsi delle due attività. Le zone di rischio cosmico coprono gran parte del territorio, in particolare là dove esistono vulcani attivi o quiescenti.
La storia del nostro Paese è disseminata di grandi catastrofi, dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano, fino ai terremoti di questo secolo: da Messina nel 1908, al Belice nel 1968, al Friuli nel 1976, all’Irpinia nel 1980 e all’Umbria nel 2009. Non è un caso che una delle scale di valutazione dei sismi più diffuse sia stata ideata dall’italiano Mercalli. Essa si basa sulla misurazione degli effetti distruttivi del terremoto. Oggi però è d’impiego più frequente la scala Richter, che misura la quantità di energia liberata dal sisma, o magnitudo.
I Paesi più progrediti, e più esposti a questi fenomeni (come l’Italia, il Giappone, gli Stati Uniti) hanno allestito servizi di previsione vulcanica e sismica.
I servizi di previsione sismica, ad esempio, si basano su reti di sismografi sensibilissimi, in grado di registrare scosse ben al di sotto del livello di sensibilità umana. Se tali scosse si ripetono con frequenza eccessiva e crescente, è possibile prevedere con buona approssimazione il collasso successivo.
Nelle zone a maggior rischio viene applicata una politica di prevenzione sismica: fra le varie norme applicate, la più importante è quella che impone la costruzione dei nuovi edifici con criteri antisismici.
IL CICLO DELL’ACQUA
L’acqua è presente sulla Terra in tutti e tre i suoi stati fisici: si trova come vapore nell’atmosfera e nelle emanazioni vulcaniche; allo stato solido, come neve e ghiaccio, copre ampie aree delle terre emerse e degli oceani; allo stato liquido è contenuta nei mari, nei fiumi, nei laghi, è conservata nelle falde sotterranee, concorre a formare gli organismi e le rocce.
I vari tipi di acqua si trasformano l’uno nell’altro attraverso i complessi processi fisico-chimici del ciclo dell’acqua. Le acque superficiali, in particolare le oceaniche, riscaldate dall’energia solare, passano allo stato gassoso nell’aria. Il vapore è trasportato dai venti, forma le nuvole e, quando le condizioni di temperatura e di pressione lo permettono, precipita al suolo come pioggia, grandine o neve. Il quantitativo di acqua che evapora dai mari o dagli oceani supera quello che vi ricade attraverso le precipitazioni; sulle terre emerse invece le precipitazioni superano la quantità di liquido evaporato: da quest’ultimo squilibrio deriva un deflusso di acqua che scende dal continente al mare. Esso è calcolato in circa 40.000 chilometri cubi all’anno.
Nelle attuali condizioni climatiche all’incirca tutta l’acqua che evapora, dopo avere completato il suo ciclo, torna al mare. Durante le glaciazioni l’equilibrio esistente fra acque continentali e marine mutò profondamente. La temperatura, più bassa, determinò sulle terre emerse l’espansione dei ghiacciai, che arrivarono a coprirne circa 1/3, mentre oggi si estendono su appena 1/11 della loro superficie. Il formarsi di immense masse glacializzate causò oscillazioni eustatiche negative: il livello marino si abbassò fino a 100 metri al di sotto di quello attuale. Poiché oggi la temperatura sta aumentando, è verisimile che nel secolo futuro si avrà uno scioglimento generalizzato dei ghiacciai esistenti, che porterà a una oscillazione eustatica positiva.
Il volume totale dell’idrosfera supera il miliardo di chilometri cubi. Per il 97% essa è formata da mari e oceani, contenenti acqua dura, l’alta percentuale di sali minerali (3,5% in media) la rende utilizzabile dall’uomo soltanto per la pesca, la navigazione e per pochi altri impieghi. La parte restante, del 3% è costituita dalle acque dolci continentali: è a questa minuscola frazione che dobbiamo attingere per l’alimentazione, gli usi agricoli, gli impieghi industriali, la produzione di energia elettrica. Dalla stessa frazione dipende la vita della maggior parte degli animali e dei vegetali.
La distribuzione delle acque dolci non è omogenea sui vari continenti. Le aree equatoriali ne sono troppo ricche (piene e inondazioni sono qui ricorrenti), le aree desertiche e aride ne sono carenti. L’acqua è presente in quantità equilibrata soltanto nelle zone temperate, ove, proprio per questo motivo, si ha la massima densità di popolazione. L’ineguale distribuzione e le diverse capacità di utilizzare le acque dolci, determinano forti differenze nei consumi. Nei paesi più progrediti ciascun abitante ne ha a disposizione fino a 500 litri al giorno; nei paesi più poveri assai meno: in Madagascar, ad esempio, la media giornaliera è di appena 5 litri.
Anche nelle zone temperate le risorse idriche cominciano a scarseggiare sia in quantità, per l’eccessivo sfruttamento, sia in qualità, a causa dell’inquinamento. Per evitare che il problema acqua raggiunga dimensioni critiche, nei paesi progrediti è necessario ridurre gli inquinamenti e riciclare le acque usate; in quelli poveri occorre garantirne maggiore disponibilità con opere idrauliche, quali dighe, invasi artificiali e acquedotti.
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LA BIOSFERA
L’insieme degli esseri viventi costituisce la biosfera, detta anche “ecosfera”, che può essere paragonata ad uno strato sottile posto fra la litosfera, l’idrosfera e l’atmosfera. Tutta la materia organica della biosfera deriva dall’interazione fra energia e sostanze inorganiche.
Le radiazioni emesse dal Sole giungono alla Terra sotto forma di energia luminosa che viene convertita dai vegetali in energia chimica di legame mediante la fotosintesi clorofilliana.
Questo fondamentale processo biochimico lega insieme atomi e molecole inorganiche semplici, l’idrogeno proveniente dall’acqua e l’anidride carbonica dell’atmosfera, in molecole organiche complesse come il glucosio; da questo, per successive sintesi e trasformazioni, deriva tutta la sostanza organica di cui sono formati gli esseri viventi. Quando questi muoiono e si decompongono, le molecole organiche complesse tornano a scindersi nelle loro componenti inorganiche semplici.
Gli organismi della biosfera possono essere divisi in tre grandi gruppi:
- i “produttori”: sono i vegetali autotrofi, che elaborano sostanze organiche a partire da sostanze minerali mediante l’assunzione di energia solare;
- i “consumatori”, che si nutrono delle sostanze organiche sintetizzate dai produttori. Sono gli animali ed alcuni vegetali, come i funghi. Nel loro insieme costituiscono gli organismi eterotrofi.
- i “decompositori”, come i batteri, che degradano la materia degli organismi morti scindendola allo stato di sostanze minerali.
La biosfera è dunque sede di una continua circolazione di materia percorsa da un flusso di energia. In tal modo gli elementi e i composti chimici provenienti dalla litosfera, dall’atmosfera e dall’idrosfera, passano da un organismo all’altro, e da questi tornano al mondo inorganico. Le trasformazioni successive fanno parte di cicli, dei quali i più importanti sono quelli del carbonio, dell’ossigeno e dell’azoto.
Il carbonio si trova nell’atmosfera come anidride carbonica, che, come abbiamo detto, è una delle sostanze consumate nella fotosintesi, ove viene trasformata in carbonio organico, utilizzato prima dai produttori, poi dai consumatori ed infine dai decompositori che lo restituiscono all’aria nuovamente sotto forma di anidride carbonica.
Il ciclo dell’ossigeno è, per così dire, inverso rispetto al precedente. E’ consumato da tutti gli esseri viventi nei processi della respirazione, della decomposizione e in quelli della combustione. Viene invece prodotto dagli organismi autotrofi mediante la fotosintesi. Se non ci fossero i vegetali a poco a poco l’ossigeno atmosferico diminuirebbe fino a rendere impossibile l’espletamento della maggior parte dei processi vitali.
L’azoto è una componente fondamentale della materia vivente, in particolare delle proteine. E’ contenuto, nella misura del 79%, nell’atmosfera. Mediante l’opera dei batteri nitrificanti presenti nel terreno è, come si dice, “fissato” in composti chimici che possono essere assorbiti dalle radici delle piante. Entra così nel ciclo della materia vivente, prima nei vegetali, poi negli animali. Altri batteri, appartenenti ai decompositori, tornano a liberarlo nell’atmosfera come azoto inorganico.
Nell’ambito della biosfera energia e sostanza organica passano da un organismo all’altro come attraverso i diversi anelli di una lunga catena. L’insieme dei produttori, dei consumatori e dei decompositori costituisce infatti la catena alimentare lungo la quale si distribuisce la vita.
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I FENOMENI METEOROLOGICI
Esistono due modi per definire l’umidità atmosferica.
L’umidità assoluta è la quantità di vapore d’acqua contenuta in un dato volume d’aria; ha un limite massimo, che dipende dalla temperatura; quando esso è raggiunto, l’aria è satura, e non può assumere altro vapore.
L’umidità relativa è data dal rapporto fra l’umidità assoluta di un dato volume d’aria e la quantità massima che potrebbe esservi contenuta alla temperatura esistente. Si esprime in percentuale: l’aria che contiene la metà del vapore acqueo che potrebbe assumere a quella temperatura, ha un’umidità relativa del 50%.
In presenza di alte percentuali di umidità, quando la temperatura dell’aria si abbassa, si formano le nubi, composte da minutissime goccioline d’acqua o da cristalli di ghiaccio del diametro di poche frazioni di millimetro. Poiché le goccioline sono tanto minuscole da essere più leggere dell’aria, vi restano sospese, e possono salire o scendere trasportate dai movimenti atmosferici. Se la temperatura si abbassa ulteriormente, le goccioline si aggregano insieme attorno ai nuclei di condensazione, che sono minuscoli granuli di pulviscolo atmosferico, cristalli di sale derivanti dalle acque marine, ceneri vulcaniche e così via. Le gocce ormai grandi, o l’insieme di più cristalli di ghiaccio, più pesanti dell’aria, cadono dando origine alle precipitazioni: pioggia, neve, grandine.
A livello planetario le precipitazioni sono la conseguenza di grandi e violenti fenomeni meteorologici atmosferici: i cicloni extratropicali, i cicloni tropicali, i monsoni.
I cicloni extratropicali portano perturbazioni prolungate, ma di effetto in genere non disastroso. Si sviluppano nelle zone temperate, e derivano dall’incontro di aria umida e calda proveniente dalle basse latitudini con aria fredda e secca di origine polare. Le due masse, quando vengono a contatto, non si mescolano insieme, ma si fronteggiano. Lungo la superficie di separazione, detta fronte, si produce uno scambio termico. L’umidità si condensa e cade la pioggia. Nel nostro emisfero i cicloni extratropicali si muovono da Ovest verso Est, trascinati dai venti occidentali. Per sapere il tempo che farà in Europa, dunque, occorre osservare le condizioni meteorologiche esistenti sulla Groenlandia e sull’Atlantico nord-occidentale, da dove per l’appunto arrivano i venti occidentali.
I cicloni tropicali portano perturbazioni improvvise e violentissime, che generano distruzioni. Nascono da un’area di bassa pressione che si forma sui mari tropicali. La massa d’aria calda e umida sale rapidamente. Il potenziale vuoto che si forma a livello marino viene riempito da un vento fortissimo che entra dal basso, e assume un movimento vorticoso, in conseguenza della forza di Coriolis, che raggiunge e supera sovente i 200 km/ora.
Questi cicloni si spostano nella direzione dei venti dominanti nell’area intertropicale (gli alisei), distruggendo ogni cosa.
I monsoni si manifestano ove sono a contatto una grande massa di terre emerse e di acqua. E’ la situazione dell’Asia meridionale, bagnata a Sud dall’Oceano Indiano. D’estate sul continente, che si riscalda più rapidamente dell’oceano, si forma un’area di bassa pressione, che richiama aria umida marina. Questa si condensa e cade sotto forma di piogge torrenziali: il monsone estivo porta precipitazioni.
D’inverno sul continente si forma una vasta area di alta pressione. L’aria fredda si dirige verso l’oceano ove si è stabilita una zona di bassa pressione: il monsone invernale porta sul continente aridità.
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L’ATMOSFERA
L’atmosfera primordiale era molto diversa da quella attuale: vi prevalevano gas come il metano, l’ammoniaca, l’idrogeno. Quest’ultimo elemento, molto leggero, sfuggì gradualmente alla forza di gravità e si dissipò nello spazio interplanetario. Contemporaneamente le frequenti manifestazioni vulcaniche eruttarono ingenti volumi di vapore d’acqua e di anidride carbonica. L’ossidazione dell’atmosfera cominciò circa due miliardi di anni fa, quando comparvero le prime alghe capaci di compiere la fotosintesi clorofilliana, e quindi di produrre ossigeno. L’aria che oggi circonda la Terra appare divisa in regioni concentriche; quella più vicina al suolo, la troposfera concentra la quasi totalità della massa atmosferica e del vapore acqueo e la maggior parte dei gas; è mantenuta calda dall’effetto serra, ma salendo, coll’aumentare della quota, la temperatura si abbassa raggiungendo il minimo verso i 15 km di altezza nella tropopausa. Più sopra vi è la stratosfera che è più calda; infatti la temperatura tende a risalire fino alla stratopausa, poiché viene assorbita l’energia solare e sono filtrati i raggi ultravioletti attraverso lo strato di ozono. Più oltre si trova la mesosfera che è delimitata da un’area di inversione termica, la mesopausa, zona di bassissime temperature. Al di sopra, nella termosfera, i gas si rarefanno e le temperature tornano a risalire sino a punte assai elevate. Anche la pressione subisce una costante diminuzione al variare dell’altitudine.
L’atmosfera è un sistema dinamico di enorme complessità, sede di intensi e continui movimenti provocati dall’ineguale distribuzione dell’energia solare. Le radiazioni calorifiche provenienti dal Sole, si propagano con moto rettilineo e incontrano la superficie terrestre che angoli di incidenza che cambiano con la latitudine. Fra i tropici l’incidenza è vicina a 90°, ai poli l’angolo è molto più acuto. Alle basse latitudini ogni raggio concentra la sua energia su piccole aree, invece alle alte latitudini il calore si disperde su superfici maggiori. Ne consegue che nel primo caso la temperatura dovrebbe progressivamente aumentare, mentre nel secondo caso essa dovrebbe diminuire anno dopo anno. Ciò non si manifesta perché opera un meccanismo di redistribuzione termica: il calore è trasportato dai movimenti dell’aria, i venti dalle aree intertropicali alle zone polari. I venti si muovono in conseguenza delle differenze di pressione atmosferica. Le masse d’aria calda e umida, più leggere, tendono a salire verso le parti alte della troposfera (moto convettivo ascendente); quelle d’aria fredda e secca, più pesanti, tendono a scendere (moto convettivo discendente). Le prime, dette cicloni, sono aree a bassa pressione, le seconde, dette anticicloni, sono aree ad alta pressione. Sulla superficie terrestre, nelle aree cicloniche, il moto ascendente, tende a formare una specie di vuoto d’aria; in quelle anticicloniche invece, per il meccanismo opposto, un eccesso d’aria.
Il modello elementare di circolazione atmosferica è dato dalla cella di Hadley, dal nome del suo scopritore. Essa consiste in due moti verticali di segno opposto, ai quali sono concatenati due moti orizzontali, l’uno a contatto della superficie terrestre, l’altro nei settori alti della troposfera.
Nell’atmosfera esistono sei fasce di circolazione, tre per ogni emisfero, collegate fra loro e distribuite secondo la latitudine. Nelle zone cicloniche, di bassa pressione, l’aria sale, si raffredda e perde umidità provocando le precipitazioni. Al limite superiore della troposfera il moto diviene orizzontale sino alle zone anticicloniche, di alta pressione, ove l’aria scende, si scalda e diverge in moti che, al suolo, originano i venti come gli alisei e i venti occidentali.
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L’ALLUVIONE DEL POLESINE
Dal 7 al 12 novembre 1951 piovve incessantemente su tutta l’Italia del nord. Allagamenti si verificarono in Piemonte e Liguria, 18 persone morirono nel Comasco per il crollo di case. Ma in Polesine l’alluvione del 14 novembre ebbe dimensioni ben più tragiche: si aprirono tre squarci negli argini del Po e vennero travolte le opere di rinforzo degli argini stessi.
Un’area di oltre 1000 km² di terreni coltivati fu sommersa dalle acque, 300 case vennero distrutte, 5000 lesionate. I danni complessivi ammontarono a 60 miliardi di lire. Nel Polesine inondato persero la vita un centinaio di persone, 180.000 furono evacuate; Rovigo, Cavarzere e Adria vennero sgomberate.
L’opera di prosciugamento dei terreni, che subirono forti modificazioni terminò solo nel maggio 1952. Nei mesi e negli anni successivi seguirono altre alluvioni e mareggiate. Migliaia di persone abbandonarono il Polesine e i contadini polesani dettero vita alla prima ondata di emigrazione del secondo dopoguerra, riversandosi nelle città industriali.
L’ATLANTE
Perché si chiama così? La ragione deve ricercarsi in un’antica leggenda. Il gigante Atlante, figlio di Giapeto e della ninfa Climene, si mise un giorno a capo dei Titani ribelli e sfidò Giove, dio dell’Olimpo, perché voleva spodestarlo dal trono e diventare re di tutti gli uomini e di tutti gli dèi. Ma i Titani non la spuntarono. Nella lotta vinse Giove che punì tutti i ribelli. E Atlante venne condannato a portare sulle spalle per l’eternità il globo terrestre.
Quando verso la fine del Cinquecento si cominciarono a pubblicare le prime raccolte a stampa di carte geografiche, esse avevano nella copertina l’illustrazione di Atlante che reggeva sulle spalle il mondo.
Da quel giorno Atlante perse la maiuscola e diventò un nome comune.
PERCHE’ SI SONO FORMATE LE RAZZE UMANE
Le razze sono le suddivisioni della specie umana stabilite in base a certe caratteristiche ereditarie del corpo: colore della pelle, forma del cranio, statura, tipo di capelli, pelosità, frequenza dei vari gruppi sanguigni, eccetera. C’è da dire che le diversità fra un gruppo umano e l’altro non si sono originate all’improvviso e tutte insieme; non c’è quindi un periodo determinato nel quale sono nate le razze: qualcuna si sta formando ai nostri giorni, mentre altre sono già scomparse o vanno scomparendo.
Ma come e perché si sono formate le varie razze?
Tutto è dipeso dall’ambiente in cui si sono stabiliti i gruppi umani primitivi. A poco a poco, infatti, gli uomini hanno occupato ogni punto del nostro pianeta adattandosi al clima e alle altre condizioni ambientali incontrate nella varie regioni.
Questo adattamento è durato parecchi secoli e ha comportato un processo di selezione e il sorgere di nuove caratteristiche, le quali rendevano più facile sopravvivere in un determinato ambiente. E’ accaduto, per esempio, che gli individui di pelle scura si trovarono meglio nei Paesi caldi, mentre quelli a pelle chiara si trovarono meglio nelle zone fredde.
Per quanto riguarda la classificazione delle razze umane, non esiste un criterio scientifico preciso, perciò gli studiosi possono presentare sistemazioni talvolta molto diverse l’una dall’altra. Normalmente vengono elencate una cinquantina di razze, che si possono raggruppare in una quindicina di ceppi e, a livello generale, in quattro rami:
- europoide
- mongoloide
- negroide
- australoide
SARDEGNA: IL SUGHERO
Tempio Pausania (provincia di Sassari), capoluogo della Gallura, è il centro più importante della Sardegna e d’Italia per la lavorazione e il commercio del sughero. Le sugherete, boschi di querce da sughero spontanei o impiantati, sono tipiche dei Paesi mediterranei: Portogallo, Spagna, Algeria, Marocco, Tunisia e Italia. Da noi crescono in Toscana, Lazio, Sicilia, Calabria, ma soprattutto in Sardegna, su una superficie totale di 90 mila ettari. La Sardegna da sola fornisce 180 mila quintali di sughero l’anno, i due terzi della produzione nazionale, ma nel triangolo Tempio Pausania-Luras-Calangianus se ne lavorano almeno 50 mila in più, che vengono importati dalla Spagna e dal Portogallo per far fronte alle richieste del mercato.
Coltivare sughero non è semplice, richiede pazienza e attenzione: per avere una produzione abbondante e di buona qualità le piante devono aver raggiunto almeno i 10 anni di età. Se vengono scorticate prima per vendere il prodotto, deperiscono rapidamente. E questo purtroppo succede e danneggia irreparabilmente il futuro della produzione. Quando la pianta ha raggiunto il giusto grado di sviluppo, si effettua la demaschiatura, cioè l’asportazione del sughero maschio o sugherone di qualità scadente. A questo punto la pianta incomincia a produrre il sughero migliore (femmina o gentile), che s’ispessisce sempre più e viene asportato dopo nove anni almeno. Dopo altrettanti anni di attesa si ripete l’operazione e così via per tutta la durata del bosco, che può essere anche di cento anni. Lo scortecciamento si esegue d’estate e interessa di volta in volta una superficie sempre più ampia di tronco fino ad arrivare ai rami. L’impianto di una nuova sughereta deve rispettare una certa distanza tra le piantine perchè le sugherete hanno bisogno di molta luce e di spazio; è necessario inoltre estirpare le erbe infestanti e il sottobosco, lasciando strisce di terreno prive di vegetazione per limitare il pericolo di incendi, tanto frequenti d’estate in Sardegna. Le querce da sughero, però, sono piante resistenti, per così dire, agli incendi: infatti la corteccia è isolante e protegge la parte vitale dell’albero, che rinasce dopo l’incendio, anche se questo ritarda e riduce il raccolto successivo.
La raccolta del sughero occupa operai fissi e altri stagionali. A Tempio Pausania c’è dal 1952 una stazione sperimentale che studia gli aspetti biologici (l’albero e le sue malattie) e gli aspetti tecnologici della coltivazione del sughero (impiego del prodotto e dei suoi derivati).
Il sughero viene utilizzato per la fabbricazione di turaccioli, galleggianti, rivestimenti isolanti e linoleum. Dalla lavorazione di un quintale di sughero si ricavano 10 mila turaccioli, che sono tanto migliori quanto migliore è la qualità della materia prima.
SICILIA: GLI AGRUMI
Secondo la leggenda, fu il mitico Ercole a diffondere la coltivazione degli agrumi, dopo aver ucciso il mostro che era a guardia del giardino delle Esperidi, dove questi frutti erano custoditi. In realtà si sa che gli agrumi sono originari dell’Asia orientale e meridionale e che sono giunti in Europa in varie epoche a seconda delle zone. In Sicilia sono stati portati come piante ornamentali dagli Arabi nell’VIII secolo.
Dapprima gli aranci e i limoni furono coltivati esclusivamente nei giardini dei palazzi e delle moschee e curati da esperti giardinieri persiani, ma poco alla volta si diffusero in tutta l’isola. Venivano utilizzati soprattutto per la preparazione di farmaci e profumi. Del resto le loro qualità salutari sono sottolineate ancora oggi dai medici che consigliano di mangiarne molti, soprattutto perchè ricchi di vitamine (A, B, C e P).
La produzione di profumi prese l’avvio in Italia nel Rinascimento e si basava appunto sull’acqua di arancia o sull’essenza di bergamotto. Verso la fine del Settecento gli agrumi fecero finalmente la loro comparsa sui mercati ed entrarono nell’alimentazione. Venivano coltivati ormai in tutto il bacino del Mediterraneo, lungo le coste asiatiche e africane, e in America.
Fino agli inizi del Novecento Italia e Spagna sono state le maggiori esportatrici di agrumi, ma poi sono state affiancate o superate da Stati Uniti (California e Florida), Marocco, Algeria, Grecia, Libano, Israele, Brasile e Sudafrica. Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale si è quintuplicata, causando addirittura una crisi sui mercati mondiali che ha portato molti Paesi a distruggere le produzioni in eccesso per evitare un crollo dei prezzi.
Attualmente il maggior produttore di agrumi è il Brasile, mentre l’Italia copre solo il 5 per cento del mercato, esportando il proprio prodotto soprattutto in Europa e in Canada. Tra le regioni italiane, la Sicilia è al primo posto, con più di 2 milioni di tonnellate di agrumi, seguita dalla Calabria. Più in dettaglio, la Sicilia produce ogni anno quasi 13 milioni di quintali di arance di diverse qualità, 6 milioni di quintali di limoni e 1 milione e 100 mila quintali di gustosissimi mandarini.
La Sicilia ha il clima ideale per la coltivazione degli agrumi che temono il freddo. Infatti, se talvolta ci capita di vedere piante di agrumi in altre zone non altrettanto calde, è perchè sono state costruite protezioni (come le serre) o ci troviamo in presenza di località che godono di un clima mite.
LAZIO: IL FORMAGGIO
Prima della completa bonifica degli anni Trenta dell’Agro Pontino che si stende nella parte meridionale del Lazio, in provincia di Latina, la principale attività della regione era la pastorizia. Il patrimonio ovino del Lazio era il secondo in Italia dopo quello della Sardegna. Nei primi decenni del nostro secolo era possibile assistere frequentemente al passaggio delle greggi per le vie del centro di Roma. I pastori conducevano pecore e capre sui monti in estate e poi le riportavano in pianura in autunno.
Oggi la pastorizia non è più attività trainante dell’economia laziale, ma fa ancora parte del panorama economico della regione e, soprattutto, ha lasciato una grande tradizione in fatto di formaggi fabbricati con latte di pecora. A questi si sono aggiunti altri formaggi di latte di mucca (mozzarella e caciotta), perchè attualmente l’allevamento dei bovini e dei bufali è più sviluppato di quello degli ovini.
La produzione casearia resta prerogativa della provincia laziale, anche se Roma ha via via concentrato nella sua zona di influenza tutte le principali e più redditizie attività della regione, insieme con i tre quarti della popolazione. Il pecorino romano, la mozzarella, le caciotte e la ricotta, per citare i prodotti più famosi, vanno ad arricchire la lunga lista dei formaggi di produzione italiana (circa 400), molti dei quali vengono esportati in Europa e nel mondo intero.
I produttori più rispettosi della tradizione temono l’eccessiva industrializzazione della produzione a scapito della qualità e del gusto e difendono gli autentici formaggi laziali, che vengono preparati secondo le antiche regole. Per fare il pecorino, come dice il nome stesso, viene utilizzato latte di pecora riscaldato a 38 gradi. Si procede poi alla coagulazione con caglio in pasta che si realizza in 15-20 minuti. La cagliata viene frantumata, portata a 48 gradi di temperatura per 10-12 minuti e poi compressa con le mani in ogni senso. Si passa poi alla “frugatura” per purificarla del siero e ad una nuova compressione, per una ventina di minuti. Dopo due giorni si inizia la salatura che dura due mesi. L’ultima operazione è la stagionatura nella “caciaia” per 7-8 mesi ad una temperatura di 15-20 gradi. Il risultato è giudicato ottimale se la forma ha la crosta bruna, la pasta granulosa, senza occhiatura e un sapore un po’ piccante.
Pare che gli antichi Romani, e Plinio in particolare, apprezzassero il pecorino tanto da dire che aveva il sapore degli dèi.
MOLISE: LA PASTA
Nella “sagra del Convito”, che si svolge a Campobasso il giorno di San Giuseppe, c’è un pò tutta l’economia molisana, la sua semplicità e la sua genuinità tradizionale. Abbondanti pranzi, composti da tredici portate e accompagnati da grandi bevute di vino locale, vengono offerti anche ai turisti. Nell’occasione si rinnova un’antica tradizione, quella di permettere anche ai meno abbienti di vivere una giornata da signori davanti ad un lauto pranzo. Il menù, naturalmente, prevede i piatti tipici della regione ed è preparato con ingredienti tutti di produzione locale: lenticchie, fagioli, verdure, maccheroni con acciughe e tonno, spaghetti con la mollica, baccalà, riso dolce con latte, calzoni ripieni di pasta di ceci e miele serviti con il pane cotto, secondo le antiche usanze, con vini bianchi e rossi. Le portate a base di legumi e pasta trionfano; del resto la produzione molisana in questi due settori è notevole, soprattutto se considerata rispetto all’economia in generale che non può certo definirsi fiorente.
Il Molise, infatti, è sempre stato penalizzato dalla natura del suo territorio, in prevalenza montagnoso, aspro e selvaggio. Per questo nei decenni passati ha assistito ad una massiccia emigrazione dei suoi abitanti alla ricerca di posti di lavoro. Negli spazi ridotti in cui è possibile praticarla, l’agricoltura fornisce soprattutto grano, girasole, granoturco, fagioli, fave, molto utilizzate nell’alimentazione quotidiana locale, meloni e olive, con una discreta produzione di olio.
Negli ultimi anni è stato compiuto anche uno sforzo notevole per sviluppare industrie alimentari che sfruttassero i prodotti della terra, e sono così sorti pastifici, zuccherifici, industrie conserviere ed oleifici. Il settore sul quale oggi si punta maggiormente è quello della produzione industriale della pasta, il cui consumo nel mondo è in aumento grazie alla sempre più incalzante diffusione della dieta mediterranea. Il Molise è già presente coi suoi prodotti sul mercato, ma la concorrenza interna ed estera è grande. In Italia ci sono molte industrie che producono tonnellate di pasta di grano duro di moltissimi formati diversi, una produzione che ci colloca nettamente al primo posto nel mondo.
Per il Molise, come per tutti i produttori minori, si tratta di superare i confini regionali e di sviluppare una rete di vendita su tutto il territorio nazionale, rivolgendosi in particolare al Meridione d’Italia che assorbe i due terzi della produzione nazionale di pasta.
PERCHE’ SI DICE “SEMBRA UNA SFINGE”
E’ un modo di dire per indicare qualcuno che non lascia capire quello che pensa, oppure perchè è per natura enigmatico e strano.
La Sfinge è una figura mitologica presente nelle antiche civiltà del Mediterraneo, in particolare in Grecia e in Egitto.
Nella mitologia greca la Sfinge è raffigurata come un mostro con il volto di donna, il corpo, le zampe e la coda di leone, le ali di uccello rapace. Secondo la leggenda, la Sfinge si trovava su un’alta rupe lungo la strada di Tebe, in Beozia, e proponeva a tutti i passanti un difficile enigma: “Qual è quell’animale che all’aurora cammina con quattro zampe, al meriggio con due e alla sera con tre?”. Poichè nessuno sapeva rispondere, il mostro uccideva e divorava tutti i viandanti. Ma un giorno passò di lì Edipo, il quale sciolse l’enigma (“L’uomo”, fu la risposta, “che quando è bambino cammina a quattro zampe; quando è grande con due e quando è anziano si aiuta con il bastone”). La Sfinge per la disperazione si buttò giù dal precipizio e non si fece più vedere.
Diversa è la raffigurazione della Sfinge nell’arte egiziana. Qui appare come una figura con il corpo di leone e la testa di uomo (generalmente il faraone). Al posto della criniera c’è il copricapo reale con due appendici che scendono sul petto. Solo raramente la Sfingi egiziane hanno le sembianze femminili: in tal caso raffigurano una regina o una dea.
La Sfinge più famosa è quella colossale che si trova presso le piramidi di Giza. E’ stata scolpita su un grande nucleo roccioso naturale ed ha il volto del faraone Chefren: è lunga 57 metri e alta 20.
LA PERLA DELLA LIGURIA: PORTOFINO
Il mare profondo della Liguria batte contro coste alte e rocciose: è la principale attrazione del turismo italiano e internazionale. Ma questo mare non è soltanto bellissimo, esso rappresenta anche la fonte primaria del commercio e dell’industria liguri, la via insostituibile per i traffici di questa regione stretta fra acqua e montagne, priva di pianure per respirare.
Se si percorre tutto l’arco della costa ligure su un atlante, si notano due escrescenze più grandi: il promontorio che chiude a ovest il Golfo di La Spezia e quello che sporge tra Rapallo e Camogli e comprende la Punta di Portofino.
Il fatto di trovarsi un pò distanti dalle strade che percorrono la costa ha fatto sì che questi due luoghi si salvassero dalla valanga di case che, su quasi tutto il resto del litorale, ha invaso il paesaggio. Infatti, se in automobile si viaggia da Ventimiglia alle Cinque Terre (vicino a La Spezia) ci si accorge come le uniche zone verdi della Liguria siano queste.
Delle due zone sfuggite al cemento, Portofino è certo la più importante e fantastica: veramente un luogo unico in cui si può ancora osservare quale fosse la natura di questa riviera prima dei guasti compiuti dall’uomo. Il quale uomo sembra che non si rassegni di essersi lasciato sfuggire la preda: e ogni anno tenta, soprattutto con gli incendi, di porre anche su questo piccolo paradiso il suo marchio.
Il Monte di Portofino non è grande: appena 1500 ettari. Ma in questi pochi chilometri quadrati c’è davvero tutto.
Arrivando al Monte dall’entroterra ci troviamo avvolti in un ambiente prealpino: un folto bosco di castagni e carpini, fresco e umido, che giunge fin quasi sulla vetta. Nell’ombra verde fioriscono piante tipiche delle montagne: centauree montane, crochi violacei, scille, genziane di bosco, mentre frassini e querce spuntano tra i castagni.
Qui, dove la vegetazione è più folta, vivono scoiattoli e ghiri, insidiati dalle volpi piuttosto numerose; d’estate vi nidificano i rigogoli e in autunno vi sostano molti migratori che calano dal Nord per andare a trascorrere i mesi freddi in Africa: tra questi la timida beccaccia, i veloci tordi, i potenti colombacci, tutte prede ambite dai cacciatori che qui, per fortuna, non possono entrare. Quando, giunti presso la vetta, attraversiamo il passo delle Pietre Strette e ci affacciamo sul mare, il paesaggio muta improvvisamente e radicalmente: l’ombrosa foresta lascia il posto alla macchia mediterranea.
Qui c’è il trionfo delle forme, dei colori e dei profumi che la brezza salmastra che sale dal mare esalta e moltiplica: ecco il lentisco dalle foglie piccole e lustre e dall’odore pungente; ecco il corbezzolo le cui bacche rosso fuoco e arancione spiccano sulle fronde verdissime; ecco il mirto delicato e profumato sia nelle foglie, sia nei fiori candidi, sia nelle bacche; ecco i ginepri compatti, le ginestre fiorite, i ruvidi cisti dalle foglie raspose e dai fiori di cartavelina rosata. Anche qui gli incendi hanno provocato ferite, che lentamente vengono coperte dai pini marittimi e dai pini d’Aleppo. Qui cantano i classici uccellini della macchia: la capinera, l’occhiocotto, la sterpazzolina. C’è qualcuno che crede che nei valloni più impervi viva ancora la bella lucertola ocellata, un sauro lungo fino a 80 cm con bellissime macchie sui fianchi. Sulle rupi a picco sostano i grandi gabbiani reali ed è possibile, ogni tanto, scorgere la sagoma del gheppio.
Ma la sorpresa più felice la troviamo sulla costa di Portofino. Le rocce tra cui sorge, nascosta, la meravigliosa abbazia di San Fruttuoso, sono sotto il pelo dell’acqua un vero campionario di organismi marini: alghe calcaree e alghe verdi, alghe brune e alghe rosse, gorgonie gialle e aranciate, spirografie flessuose inalberanti il ciuffo leggero dei tentacoli, spugne di ogni colore, anemoni di mare, attinie rosse. Più in basso, ove giungono solo i subacquei con gli apparecchi di respirazione, i mirabili coralli vermigli. Pesci, a causa di una pesca eccessiva, ce ne sono pochi.
Tutto il Monte di Portofino è oggi protetto per legge.
PERCHE’ SI CHIAMA ITALIA
Sull’origine del nome Italia ci sono diverse teorie e leggende. C’è chi sostiene che deriverebbe dal nome di un certo principe Italo che anticamente avrebbe compiuto delle imprese epiche nella parte meridionale della nostra penisola. Altri si ricollegano al mito di Ercole che, attraversando l’Italia per condurre in Grecia il gregge di Gerione, avrebbe perso un capo di bestiame e, avendo saputo che secondo l’dioma locale quella bestia si chiamava vitulus, avrebbe denominato Vitalia tutta la regione.
Anche molti scrittori latini mettono in connessione il termine vitulus (vitello) con il nome Italia. La nostra penisola avrebbe cioè assunto questa denominazione in quanto “terra dei vitelli”. Gli studiosi moderni hanno accettato, per lo più, questa teoria, correggendola però parzialmente: Italia significherebbe non tanto “terra dei vitelli”, quanto piuttosto “terra degli Itali”, un’antica popolazione che avrebbe avuto per totem un vitello dal quale avrebbe preso il proprio nome.
Qualunque sia la tesi più attendibile, è certo però che originariamente il nome Italia si riferiva soltanto all’estremità meridionale della nostra penisola, cioè a una parte dell’odierna Calabria. Più tardi si estese anche alla Campania e, quando Roma assoggettò al suo dominio tutti i popoli compresi fra l’Arno e lo stretto di Messina, esso passò a indicare tutto questo territorio. Sotto l’imperatore Ottaviano (63 a.C. – 14 d.C.) il nome fu esteso ufficialmente all’intera penisola, fino all’arco alpino, e con Diocleziano (245-313 d.C.) furono amministrativamente riunite sotto lo stesso nome anche le isole.
UMBRIA: I TARTUFI
Qualcuno lo chiama “frutto del diavolo” perchè è misterioso e difficile da trovare: si tratta del tartufo, tubero prezioso e delizia dei buongustai. Secondo la leggenda, lo conoscevano già i Babilonesi che ne apprezzavano moltissimo il sapore. I Romani lo consideravano un cibo eccezionale. Nelle corti rinascimentali veniva servito durante i banchetti importanti. Oggi viene venduto fresco, in autunno, a prezzi astronomici, a seconda dell’annata più o meno generosa di frutti. Piemonte e Umbria si contendono il primato della qualità: i tartufi bianchi di Alba contro i tartufi bianchi e neri di Norcia.
Il tartufo si trova, spesso, a mezzo metro sotto terra, ai piedi di una quercia o di un faggio, a volte in luoghi impervi. A trovarlo è il “trifolaro”, ma non senza l’aiuto di un cane di ottimo fiuto e intelligente. La “caccia” si svolge nei boschi, in terreni umidi, sulle verdi colline umbre, in un paesaggio incantevole: il cane viene mandato avanti e si scatena tra i profumi del sottobosco. Poi, ad un certo punto, si ferma, comincia ad annusare freneticamente vicino ad un cespuglio o ad un albero, comincia a scavare. Allora interviene il trifolaro, lo ferma per non lasciargli rovinare la “preda”, ma lo premia con un buon boccone per averla individuata. Con una piccolissima vanga continua lentamente a scavare dove il cane ha iniziato, annusa anche lui il terreno, finchè gli giunge alle narici l’inconfondibile profumo del tartufo. Termina lo scavo e lo estrae dalla terra come se fosse una reliquia.
In realtà, il tartufo è piuttosto brutto a vedersi, spesso bitorzoluto, di dimensioni variabili, coperto di terra e simile, a prima vista, a una patata. Dopo ogni ritrovamento il buon trifolaro, che ha enorme rispetto in questo modo il tartufo potrebbe rinascere nello stesso luogo in un’altra stagione. Quella del trifolaro è un’attività redditizia.
Questo raro e prezioso prodotto della terra è di solito ricercato per il suo particolarissimo profumo che si accompagna in modo delizioso a cibi crudi e cotti, ma bisogna dire che ha anche un elevato potere nutritivo. Infatti, è ricco di proteine e di sali minerali che lo rendono un alimento completo e facilmente digeribile.
MARCHE: LA PESCA
L’attività più fiorente della Marche è la pesca, benché un’attenta osservazione della carta geografica ci dica che la regione è in prevalenza montuosa e collinare, senza pianure, con un susseguirsi di altipiani e strette valli percorse da fiumi a carattere torrentizio. Soltanto il lato orientale delle Marche è bagnato dal Mar Adriatico, ma questo è bastato per dare impulso alla pesca. Sempre osservando la cartina, noteremo che sul litorale non ci sono porti naturali tranne quello di Ancona. La regione, però, dispone di importanti porti artificiali.
Il tratto di mare più pescoso è quello davanti al promontorio di Monte Conero che, nei pressi di Ancona, divide il litorale in due parti quasi uguali. La produzione marchigiana di pesce rappresenta un decimo di tutta la produzione italiana. I principali porti, dove viene sbarcato il pesce, sono Ancona, San Benedetto del Tronto, Civitanova Marche, Fano, Porto San Giorgio, Pesaro e Senigallia. Alici, sarde, sgombri, tonni sono le qualità di pesce più diffuse in questo tratto di mare. Ma la pesca più abbondante è quella dei molluschi e dei crostacei.
Oltre che nell’Adriatico, i pescatori marchigiani spingono le loro imbarcazioni fino all’Oceano Atlantico ( la “grande pesca”) rimanendo a lungo lontani da casa. Al largo della costa adriatica, a circa 30-40 miglia, si trovano fondali di sabbia grossolana e detriti, ambiente ideale per la vita di capesante, canestrelli, tartufi e fasolare. Vicino alla costa, invece, i fondi fangosi e sabbiosi ospitano telline ed estesi banchi di vongole. Tra le rocce si trovano banchi di mitili e ostriche delle due specie, piatta e portoghese. Abbondante è anche la presenza di triglie di fango, seppie, sogliole, merluzzi e, più al largo, di rane pescatrici, razze e moscardini. Nelle fosse più profonde si pescano scampi e gamberi rossi.
La pesca viene praticata con vari metodi: volante per il pesce azzurro, strascico con rete, rapidi, draghe e turbosoffianti per vongole e altri molluschi bivalvi. L’uso di quest’ultimo sistema ha provocato non poche polemiche, perchè è considerato violento e provoca una pesca eccessiva, tale da turbare i ritmi naturali della riproduzione e del ripopolamento delle acque. Anche la presenza di vasti banchi di alghe e la mancanza di ossigeno sui fondali creano problemi. L’assenza di ossigeno provoca la morte delle specie che vivono sempre sui fondali.
LA SCOPERTA DELL’AMERICA – PARTE 7
Prima di toccare Palos alla fine del viaggio di ritorno, Colombo scrisse una lettera-racconto delle sue scoperte. La intitolò De insulis inventis (le isole trovate) e la spedì a corte. La lettera, il primo esempio di una cronaca scritta a ridosso dei fatti, suscitò grande emozione e fu fatta stampare in più copie per essere inviata ai più importanti personaggi dell’epoca.
Quando arrivò a Cuba, il 27 ottobre 1492, Colombo si convinse di essere giunto nel Catai, in Cina, dove, secondo Marco Polo, sorgevano città con palazzi dai tetti d’oro. Organizzato un commando di pochi uomini guidati dall’interprete Luis de Torres, affidò loro una lettera di presentazione per l’imperatore dei Mongoli e li inviò in avanscoperta. Dopo alcuni giorni di marcia la pattuglia arrivò in un villaggio di povere capanne abitate da indigeni primitivi che avevano una strana abitudine, quella di fumare delle grandi foglie arrotolate che infilavano nel naso. Altri le reggevano in mano come tizzoni ardenti e “bevevano” il fumo che emanavano. Le chiamavano tobacos. Si trattava proprio del tabacco. Gli spagnoli provarono a fumarlo e ne furono entusiasti. Nel giro di un secolo tutta l’Europa fumerà o fiuterà tabacco. Ma Cristoforo Colombo, tutto intento a cercare l’oro del mitico Catai, non si accorse nemmeno di aver scoperto una pianta che avrebbe fruttato miliardi.
Durante la traversata da San Salvador a Cuba, gli spagnoli scoprirono le amache. Colombo le descrisse così nel suo diario: “Letti simili a reti di cotone, in forma di bretella”. La trama dei fili incrociati ricordava “i setacci che si fabbricano a Siviglia con lo sparto. E’ molto riposante dormirvi”. I marinai le utilizzarono immediatamente a bordo delle caravelle. Nella marina italiana sono state abolite soltanto dopo la seconda guerra mondiale.
Nel viaggio di ritorno, le due caravelle superstiti incapparono in una terribile bufera al largo delle Azzorre. Si spaventò anche Colombo che, temendo di scomparire inghiottito dai flutti, compilò in fretta e furia un resoconto della spedizione su fogli di pergamena che avvolse in tela cerata e, sigillatili in un barilotto, gettò in mare. Nessuno mai li recupererà, ma più d’uno proverà a spacciarne copie false. Nel 1892, un imbroglione gallese mise in vendita il “vero e originale” memoriale di Colombo. Quel resoconto aveva solo un piccolo difetto: era scritto in lingua inglese, lingua che l’Ammiraglio genovese non conosceva affatto.
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LA SCOPERTA DELL’AMERICA – PARTE 6
I gioielli di Isabella
Una voce popolare racconta che la regina Isabella, affascinata dalla personalità di Cristoforo Colombo, decise di finanziarne l’impresa. Poiché la guerra contro i Mori aveva dissanguato le casse della Spagna, la regina chiese un prestito personale a don Luis de Santangel, tesoriere della Real Casa e ministro delle Finanze. A garanzia del prestito Isabella offrì tutti i suoi gioielli personali. Leggenda o realtà? Gli storici propendono per la prima ipotesi, fatto sta che la leggenda si è alimentata nei secoli come fosse verità, tanto che a Santo Domingo, capitale della Repubblica Dominicana, davanti al palazzo del viceré costruito per Colombo (che non fece in tempo ad abitarvi), c’è una grande statua di Isabella con lo scrigno dei gioielli in una mano e l’altra nel gesto di prendere dallo scrigno una collana.
I marinai agli ordini di Colombo dovevano essere pronti a battersi con i “selvaggi”. L’arsenale di ogni caravella era particolarmente fornito. Comprendeva infatti una decina di bombarde e altrettanti falconetti, un centinaio di palle di piombo e di pietra, cinquanta lance lunghe e venti corte, trenta chili di polvere da sparo, dieci moschetti e balestre. Per gli ufficiali c’erano anche spade e pugnali.
Come fare per trasmettere ordini fra le caravelle durante la navigazione? Appeso alla poppa di ogni caravella c’era un bacile di ferro con il fuoco sempre acceso. Di notte fiammeggiava, di giorno con l’uso di stracci bagnati si ottenevano strisce di fumo o nuvolette visibili a distanza. Ad ogni segnale che partiva dal bacile della Santa Maria corrispondeva un ordine dell’Ammiraglio.
Quando Colombo incontrò i primi indigeni annotò nel suo diario: “Vanno tutti nudi o dipinti di bianco e di rosso. Non portano armi”. Quelli che Colombo incontrò nel Nuovo Mondo erano indigeni Arawak venuti dal Venezuela a colonizzare le Antille più di mille anni prima. Con loro erano giunti attraverso il mare anche i Caribi, un popolo bellicoso e dedito al cannibalismo.
Nel 1493, 1500 spagnoli, ansiosi di avventura e facili guadagni, accompagnarono Colombo nel suo secondo viaggio. Sbarcarono sulle coste di quella che oggi è la Repubblica Dominicana e vi fondarono una colonia. Colombo la chiamò La Isabela. A poche centinaia di metri da lì, archeologi venezuelani e americani hanno riportato alla luce i resti di una città, con tanto di ospedale, torre di guardia, chiesa, magazzini, depositi di munizioni e un cimitero, un centro abitato importante, dunque. Di La Isabela, città fantasma, invece, non restano tracce: forse fu rasa al suolo dopo un’edipemia o dopo uno scontro con gli indigeni o forse fu distrutta durante rivolte sanguinose fra opposte fazioni spagnole.
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LA SCOPERTA DELL’AMERICA – PARTE 5
La prima annotazione del diario di bordo
”Venerdì 3 agosto 1492. Partimmo alle otto, dalla barra di Saltes, e andammo con forte virazione fino al tramonto verso il Sud per 60 miglia, che sono 15 leghe, e poi ancora verso il Mezzodì, quarta di Sud-Ovest, che era la rotta per le Canarie…”.
Negli anni che trascorse a Porto Santo, nell’arcipelago di Madera, sposato a Felipa Moniz Perestrello, Colombo visitò anche le Azzorre e le Canarie per raccogliere informazioni sul tema che più lo affascinava: la via marittima più sicura per raggiungere le Indie. In una di queste “esplorazioni” alle Canarie, fra il 1479 e il 1483, incontrò uomini altissimi, robusti, di pelle bianca, occhi azzurri e capelli biondi, “lunghi fino all’ombelico”. Parlavano una lingua simile al berbero del Marocco, di cui si conoscevano solo poche parole; una di queste è guanc e significa “uomo”. Così li chiamavano Guanci. Abitavano capanne di pietre murate a secco, non sapevano navigare. Vestivano di pelli e si dipingevano il corpo. Non conoscevano i metalli e come armi usavano clave, giavellotti e scuri con punte e lame d’osso. Da dove provenivano? Forse dalle brume del Nord Atlantico, le terre dei Vichinghi? Oppure i loro antenati avevano superato le colonne d’Ercole a cavallo di paurose tempeste per finire trascinati dalle correnti su quelle isole lontane?
I civili sulle caravelle
Sulla Santa Maria si imbarcarono, oltre ai marinai, anche alcuni civili con compiti diversi. Uno era Louis de Torres, che Colombo prese come interprete perchè conosceva l’ebraico e l’arabo, lingue che – pensava – potevano servire una volta arrivati nelle terre del Gran Khan. Poi c’era Diego de Harana, ufficiale di polizia, cui spettava il compito di mantenere la disciplina a bordo delle caravelle.
C’era Rodrigo de Escobedo, notaio e segretario della flotta. C’erano anche due uomini di corte. Il primo, Rodrigo Sanchez, era incaricato di controllare le spese e le future entrate in oro, spezie e merci preziose, per garantire la quota spettante alla corona. Il secondo, Pedro Gutierrez, era maggiordomo del re; non aveva incarichi specifici da svolgere a bordo, così i marinai lo bollarono come “spia” dei tanti cortigiani nemici di Colombo. E bollarono tutti i civili come “piedidolci”, perchè non si intendevano di mare e di navigazione.
Alisei, i venti della vittoria
Nessuno in Europa e nel mondo conosciuto sapeva dell’esistenza degli alisei, per il semplice motivo che sono venti atlantici. Marinai e navi dell’epoca percorrevano le rotte del Mediterraneo, della Manica e del Nord Atlantico e pochissime altre dirette all’Equatore bordeggiando lungo le coste africane. Scirocco, libeccio, grecale, tramontana e tutti gli altri venti conosciuti sono variabili; compaiono, scompaiono, cambiano direzione. Gli alisei no, spirano eternamente nella medesima direzione ogni mese. Forse il segreto del successo di Colombo si nasconde anche dietro la scoperta di questi venti. Deve averli individuati e studiati durante il suo soggiorno a Madera e nel corso dei viaggi in Guinea. La sua mente acuta deve aver intuito l’immenso valore di questa scoperta: quelli erano i “venti di vittoria” che lo avrebbero portato in groppa durante l’attraversata atlantica.
Cibo per sopravvivere
Ogni caravella partì da Palos con scorte di viveri per un anno: tonnellate di grano, barili di farina, carne di bue e maiale in salamoia, olio di oliva, formaggio, aceto, sardine, acciughe, aringhe, ceci, lenticchie, cipolle, aglio, riso, olive e frutta secca. Non c’erano cuochi a bordo; a turno i marinai preparavano alla buona un pasto caldo al giorno. In genere piatti a base di carne di bue o di maiale conservata sotto sale, oppure minestre di ceci o lenticchie con cipolle, aglio e galletta. Con la farina preparavano piccole focacce che venivano cotte sul focone di bordo.
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