QUESTA È UNA RACCOLTA DI NOTIZIE E FATTI STORICI, ADATTA PER RICERCHE SCOLASTICHE E PER ARRICCHIRE IL PROPRIO BAGAGLIO CULTURALE.
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AFRODITE

Dea greca dell’amore, della fertilità e della bellezza, la cui nascita è attestata in due versioni mitiche.
Una, che la ricollega alla primordiale cosmogonia dalle acque, secondo l’etimologia del suo nome (dal greco afròs, schiuma, con riferimento alla schiuma del mare in cui cadde il membro virile di Urano e da cui nacque la dea, detta perciò Anadiomene). L’altra, che riduce la primordialità della dea e la subordina al cosmo retto da Zeus, facendone una sua figlia (e della dea Dione). L’origine della figura greca di Afrodite, è oggetto di controversie fra gli studiosi. La tendenza ermeneutica riconosce nella dea la sopravvivenza dell’antica dea-madre mediterranea, dall’accentuato carattere erotico, connessa con la fertilità della terra e con la vegetazione. Indubbia è anche la sua affinità con la Core micenea, cui la collega una marcata analogia: Afrodite, possiede aspetti partenici, come Core conserva aspetti afroditici ed erotici; Afrodite, proviene da divinità cretesi che possedevano, come Core, caratteri connessi con l’escatologia. Ciò consente di comprendere più a fondo la stessa natura erotica di Afrodite: la sua componente mistica pone l’unione sessuale con la dea in una prospettiva di rivelazione ultraterrena. In tale prospettiva vanno considerate le forme di prostituzione sacra collegate al culto di Afrodite: le sacerdotesse-prostitute consentivano a celebrare attraverso l’unione sessuale un rito di fertilità e di rinnovamento garante di un’illuminazione divina e della sopravvivenza oltre la morte.
La tradizione mitologica greca, a partire da Omero, mostra Afrodite come sposa di Efesto e amante di Ares. L’apparente contrasto fra la dea della bellezza e il dio storpio si spiega con l’origine stessa di Efesto, un dio iniziatico del passaggio nell’aldilà e paredro della Grande Dea da cui derivò Afrodite. Successivamente Ares fu spesso considerato lo sposo legittimo di Afrodite: da questa unione nacquero Eros e, secondo il ciclo tebano, Armonia, la sposa di Cadmo. Altri amanti di Afrodite furono Ermes (da cui generò Ermafrodito) e Bute ( da cui generò Erice). Fra gli appellativi di Afrodite, spiccano quelli di Cipria (per la priorità del culto cipriota), Citerea (dall’isola di Citera, dov’era un suo santuario), e in particolare Urania (l’Afrodite, precosmica generata da Urano) e Pandemos (l’Afrodite pubblica, cosmica, inserita nell’ordinamento urbano), entrambi usati da Platone per simboleggiare l’amore celeste e terreno. In età ellenistica Afrodite fu identificata con le egizie Hathor e Isi, mentre nell’ambiente romano fu identificata con Venere.

 

L’ATLANTE

Perché si chiama così? La ragione deve ricercarsi in un’antica leggenda. Il gigante Atlante, figlio di Giapeto e della ninfa Climene, si mise un giorno a capo dei Titani ribelli e sfidò Giove, dio dell’Olimpo, perché voleva spodestarlo dal trono e diventare re di tutti gli uomini e di tutti gli dèi. Ma i Titani non la spuntarono. Nella lotta vinse Giove che punì tutti i ribelli. E Atlante venne condannato a portare sulle spalle per l’eternità il globo terrestre.

Quando verso la fine del Cinquecento si cominciarono a pubblicare le prime raccolte a stampa di carte geografiche, esse avevano nella copertina l’illustrazione di Atlante che reggeva sulle spalle il mondo.

Da quel giorno Atlante perse la maiuscola e diventò un nome comune.

ROMOLO E REMO

Ascanio o Julio, figlio del troiano Enea, fondò la città di Albalonga, sulla quale avrebbero regnato i suoi discendenti. Si narra che l’ultimo di questi re, Numitore, fu spogliato del regno da suo fratello Amulio, che ne uccise il figlio e costrinse la figlia di lui, Rea Silvia, a farsi sacerdotessa di Vesta, perchè non si sposasse. Ma Rea Silvia era segretamente sposa del dio Marte ed ebbe due gemelli. Amulio ordinò che fossero affogati nel Tevere in piena. Ma il servo, incaricato del delitto, non ebbe il coraggio: depose i bambini in una cesta e l’abbandonò nel fiume.

La cesta, spinta dalla corrente nell’entroterra, si incastrò nelle radici di un fico selvatico. D’un tratto risuonò un ululato: una lupa dagli occhi ardenti correva verso il fico. Da poco le erano morti i cuccioli, aveva le mammelle gonfie di latte e aveva fame. Balzò sulla cesta, annusò i piccoli. Nel suo essere ferino prevalse l’istinto materno: si accucciò ad allattare i neonati. E li sfamò fino a quando non vide avvicinarsi un uomo e una donna, il pastore Faustolo e sua moglie Acca Larenzia: allora scappò. I due pastori allevarono i gemelli chiamandoli Romolo e Remo. I gemelli crebbero tra i pastori, sul monte Palatino. Quando, divenuti adulti, conobbero la propria origine, assalirono l’usurpatore e rimisero sul trono Numitore, il loro nonno. Romolo avrebbe poi fondato Roma, il 21 aprile del 753 prima di Cristo.

ORAZI E CURIAZI

Roma era in guerra con Alba. I due eserciti erano schierati e il re Tullo Ostilio stava per far squillare le trombe per l’attacco, quando Mezzio Fufezio, dittatore degli albani, chiese di parlamentare. “Le nostre città si contendono il predominio del Lazio. Ma se ci battiamo ci indeboliremo e gli etruschi ci salteranno addosso"”. “Hai ragione, Fufezio. Io propongo che si affrontino in duello i tre gemelli albani, i Curiazi: chi prevarrà, darà alla sua città il diritto di dominare l’altra”.

E l’accordo fu solennemente giurato. Iniziò il duello. In un attimo gli Orazi ferirono tutti gli avversari ma, subito dopo, due caddero esanimi. Il terzo Orazio, illeso, era circondato. Valutò la situazione: se si metteva a correre, i tre l’avrebbero inseguito, ma si sarebbero distanziati l’uno dall’altro, indeboliti dalle ferite. E corse veloce nella pianura assolata.

Orazio non si era sbagliato: poco dopo, soltanto uno dei Curiazi lo seguiva da presso. Allora si girò, lo assalì, lo trafisse. E balzò rapido a colpire il secondo e infine il terzo. Alba era ormai sottomessa a Roma.

Orazio difende il ponte
Orazio Coclite combattè da solo, vittoriosamente, contro i nemici etruschi mentre i compagni, alle sue spalle tagliavano il ponte Sublicio sul Tevere, ultimo accesso a Roma. Terminata l’opera, Orazio si tuffò nel fiume e, riparandosi con lo scudo dai colpi nemici, si mise in salvo.

Il sacrificio di Muzio
Gaio Muzio, introdottosi una notte nel campo etrusco per uccidere Porsenna, colpì per sbaglio uno scrivano del re. Catturato, con grandissimo coraggio “punì” la sua mano destra bruciandola in un braciere. Porsenna, ammirato, decise di concludere con i romani la pace. Da quel giorno Muzio fu chiamato Scevola, cioè “mancino”.

ODINO

Capo supremo del Walhalla è un dio generoso e forte, ma terribile nelle sue ire e temuto e rispettato dall’intera corte celeste. Si chiama Odino: è un vecchio dalla gran barba, senza un occhio. Lo ha donato alla guardiana della fontana di Mimir in cambio di un sorso dell’acqua miracolosa che concede la sapienza assoluta. Veste con un vecchio mantello azzurro e ha il capo coperto da un cappello a larghe falde. Gira armato di una lancia e porta nella mano destra un anello d’oro dal quale ogni nove notti se ne genera un altro di eguale bellezza. Sua moglie si chiama Frigg ed è il simbolo della fecondità e della fedeltà coniugale. Per i popoli del Nord è, a un tempo, il dio dei poeti, dei saggi, dei contemplativi, ma anche dei guerrieri. In battaglia è spietato, scaltro e cinico, sa rendere cieco l’avversario e lo paralizza di paura. Ama i guerrieri intrepidi, disprezza la sofferenza, adora il potere. Pretende sacrifici umani, meglio se sono re. Odino ha ai suoi ordini degli “agenti speciali”, che gli riferiscono tutto ciò che accade nel mondo. Sono due corvi che sono sempre in volo alla ricerca di notizie e per osservare e ascoltare cosa fanno e dicono gli uomini. Poi ogni tanto ritornano alla reggia e fanno un dettagliato rapporto a Odino. Nella corte ci sono anche le Valchirie. Sono gli angeli dei combattimenti, messaggere di Odino, con il quale scelgono sui campi di battaglia i guerrieri più eroici, destinati a una morte onorevole. Sono una quarantina e alcune di loro sono anche dee del destino. Hanno una corazza e sono armate con una lunga lancia e portano in testa un elmo d’oro.
Odino non è però immortale, come non sono immortali gli altri dèi della mitologia nordica. E in questo è la vera e unica differenza sostanziale di questi miti in confronto a quelli greco-romani: là gli dèi sono immortali e il loro regno e il loro potere sugli uomini è eterno.

Il Walhalla, il paradiso degli eroi

I Vichinghi e gli altri popoli nordici dividono i morti in due categorie: quelli che muoiono di morte naturale e finiscono agli inferi, oscuro dominio della dea Hel; i guerrieri valorosi che cadono in combattimento e che, scelti dalle Valchirie, hanno invece diritto ad entrare nel Walhalla, una specie di paradiso, dimora di Odino, un palazzo con 640 porte con lance al posto delle travi e scudi al posto delle tegole. Qui vivranno in continua allegria, in attesa di partecipare, a fianco degli dèi, alla grande battaglia della fine del mondo.

Il martello di Thor

Thor, figlio di Odino, è un dio di età matura, con la barba, spalle molto larghe e muscoli vigorosi. E’ amico degli uomini, che difende dalle angherie dei Giganti anche grazie ad un prodigioso martello, mjollnir, che una volta lanciato e colpito l’obiettivo torna nelle mani del padrone. Ai fianchi porta una cintura magica che raddoppia la forza di chi la veste. E’ il grande difensore della sovranità degli dèi. E’ il preferito tra i Vichinghi che gli attribuiscono tutte le loro doti e i loro difetti: generoso, coraggioso, allegro, ma anche volgare e avido di bottini.

Thor è disordinato, e un giorno Thrym gli ruba il martello e lo nasconde “otto miglia sotto terra”. Per restituirlo vuole avere in moglie la dea Freyia, la più bella di tutte, che viaggia su un carro tirato da gatti. Freyia è sposata con il dio Odhr (il fuoco sacro), che ogni tanto sparisce per lunghi periodi, lasciando la moglie a piangere lacrime di oro rosso. Freyia non vuole tradire suo marito, allora Thor decide di travestirsi da donna e di andare da Thrym spacciandosi per la dea. Questi la accoglie con tutti gli onori, ma incomincia a insospettirsi quando la vede divorare un bue, otto salmoni e tre misure di idromele. Poi s’impaurisce per la fiamma che scorge nei suoi occhi. Interviene il dio Loki a calmarlo: “Non devi stupirti: da otto giorni non mangia e non dorme per l’emozione”. Thrym cade nel tranello e al momento dello scambio dei doni porge a quella che crede Freyia il martello rubato. Afferrata l’arma, Thor si rivela e uccide il ladro, la sua famiglia e tutto il seguito.

Loki il malvagio

Figlio di una coppia di Giganti, Loki è il dio del male e del disordine. Non ha morale, ama gli scherzi feroci e impedisce al mondo terreno di essere felice. Ha il potere di trasformarsi: diventa un falcone per rapire la dea Indunn, una mosca per rubare la collana di Freyia, una vecchia strega per impedire a Balder di uscire dagli inferi. Dopo molte cattiverie, Loki viene inseguito e catturato dagli altri dèi. Per nascondersi era diventato un gigantesco salmone. Lo legano e gli versano veleno sulla testa. Loki si dimena spaventosamente: tutte le volte che ha un guizzo furioso nel mondo esplode un terremoto.

Balder il più bello

Balder, al contrario di tutti gli altri dèi, è dolce e amabile. Egli, secondo il mito, “è così bello e così brillante che emana luce, è il più saggio e il più abile a parlare”. La madre Frigg, una delle mogli di Odino, lo ha reso invulnerabile facendo giurare tutte le piante della terra che mai un’arma fatta con il loro legno avrebbe potuto ucciderlo. Ma si è dimenticata del vischio. Il dio Loki, cattivo e geloso, durante un gioco riesce a far colpire Balder da un ramo di vischio. Questi, trafitto, finisce nell’orribile regno di Hel, la dea degli inferi, che per liberarlo pone una condizione: tutti gli uomini dovranno piangerlo. Il mondo intero accetta, ma proprio quando Balder sembra salvo, la vecchia e brutta Thokk, in realtà Loki travestito, si mette a ridere. Balder, costretto a restare negli Inferi, tornerà solo alla fine del mondo per la grande battaglia tra gli dèi e le forze del male.

L’idromele, una bevanda portentosa

Kvasir, essere di straordinaria sapienza, è nato dallo sputo degli dèi. Un giorno incontra i nani Fjalar e Galar che lo uccidono e fanno colare il suo sangue in un recipiente, dove lo mescolano con del miele. Nasce l’idromele, una bevanda magica che dà a chi la beve il talento del poeta e del sapiente. La bevanda finisce nelle mani del gigante Suttung e di sua figlia Gunnlod. Odino vuole impossessarsene. Uccide nove servi di Suttung, poi penetra nella sua reggia sotto le sembianze di un serpente, seduce Gunnlod e in tre sorsate finisce tutto l’idromele. Si trasforma in aquila e vola via per riportare tutta la saggezza e la sapienza agli dèi.

 

DEI DELLA MESOPOTAMIA

In Mesopotamia (Terra tra i fiumi, il Tigri e l’Eufrate) si stanziarono varie popolazioni: la prima di cui si hanno notizie certe è quella dei Sumeri, che diedero vita alla civiltà più antica del mondo, almeno di quelle finora conosciute, e inventarono intorno al 3200 a.C., due secoli prima degli Egizi, la scrittura.

Ai Sumeri succedettero gli Accadi, i Babilonesi e gli Assiri, popoli che assimilarono e arricchirono la civiltà sumerica. Ognuna delle popolazioni che dominava sul territorio impose propri dèi: tra quelli dei Sumeri (un centinaio), uno dei più amati era Enki, il signore della Terra, protettore di Eridu, probabilmente la città più antica della Mesopotamia. Con la madre Nammu, decise un giorno di creare con l’argilla l’uomo. La dea Ninmah, invidiosa, cercò di imitarlo, ma creò soltanto esseri brutti, deformi e, talvolta, anche malvagi. Enki vi pose rimedio trovando anche per loro uno spazio nel mondo (per esempio, stabilì che i deboli nel fisico facessero i funzionari del re, che i ciechi diventassero poeti, ecc.). Il bene e il male, secondo i Sumeri, venivano dunque dagli dèi e il destino di ognuno era deciso da Enki, dio buono e civilizzatore, che partecipava alle gioie degli uomini, proteggendo anche la loro vita.

Tra gli altri dèi, nella città di Uruk, si venerava Inanna, dea del cielo; a Ur la divinità lunare Nanna; a Lagash il dio della fertilità Ningirsu.

Gli Accadi, che assoggettarono i Sumeri verso il 2300 a.C., adoravano Ea, dio molto potente dotato di grande intelligenza e saggezza. Ea era considerato il padre di Marduk, il dio più venerato presso i Babilonesi, che lo ritenevano giusto, sovrano e organizzatore dell’Universo. Rappresentava la vita, la civiltà e il progresso. Marduk aveva creato la volta celeste e la Terra, i fiumi Tigri ed Eufrate, sgorgati dai suoi occhi, e infine l’uomo.

Il diluvio presso i Sumeri

Mille anni prima della Bibbia, i Sumeri tramandavano già, nelle loro tavolette d’argilla, la vicenda del diluvio universale. Secondo le loro leggende era stato il dio malvagio Enlil, che aveva deciso di sterminare la razza umana. Ma il dio Enki aveva avvertito il re Ziusudra, che costruì una nave con la quale riuscì a salvarsi navigando per settimane sulle acque tempestose che avevano invaso tutta la Terra. Alla fine l’imbarcazione approdò sulla cima di una montagna e il primo essere vivente a uscirne fu, proprio come nella Bibbia, una colomba. Il diluvio, se non riuscì a sterminare l’uomo, ottenne comunque un risultato: da quel momento i re sumeri persero l’immortalità.

Atrakhasis come Noè

I Babilonesi l’episodio del diluvio universale lo raccontavano così.
I primi uomini una volta creati, generarono molti figli, ma questi facevano un tal baccano da impedire al dio della Terra di dormire. Questi progettò di mettere fine al fracasso, ma si vide ostacolato, allorchè Atrakhasis, un uomo giusto, chiese l’aiuto del dio che aveva creato l’uomo. Alla fine gli dèi decisero di scatenare un’inondazione catastrofica e giurarono di mantenere segreto il progetto. Ma anche questa volta Atrakhasis fu avvertito, il dio gli apparve in sogno e gli disse di costruire un’imbarcazione, di prendere a bordo la famiglia e alcuni animali e di spiegare alla gente che quel che stava facendo era un castigo inflitto a lui, un castigo che avrebbe procurato loro dei benefici. Poi, quando tutti furono a bordo, la tempesta si scatenò e tutta l’umanità venne spazzata via.

Persino gli dèi ne ebbero a soffrire. Con la distruzione dell’umanità essi persero il cibo e le bevande offerte nei sacrifici e se ne rimasero miseramente seduti in cielo, finchè i sette giorni di tempesta non cessarono. Quindi Atrakhasis mandò fuori degli uccelli per accertarsi che la Terra fosse di nuovo abitabile e offrì un sacrificio sulla montagna su cui la sua imbarcazione si era fermata. Attratti dal profumo delle offerte, gli dèi si radunarono avidi “come le mosche” e giurarono di non provocare più una simile distruzione. La dea madre offrì in pegno una collana di pietre blu. Ma il dio, il cui sonno era stato disturbato, non era ancora soddisfatto. Così, dopo aver discusso sull’ingiustizia di una punizione indiscriminata, si adottò un altro sistema: alcune donne sarebbero entrate in ordini religiosi e non avrebbero avuto figli, mentre altre avrebbero perso i loro piccoli in seguito a malattie, con la conseguente limitazione della popolazione.

Come Caino e Abele

Poco tempo dopo il diluvio universale, narrano i Sumeri, due fratelli vengono a lite per amore della dea Inanna. Il primo dei due fratelli si chiama Dumuzi e fa il guardiano delle greggi; il secondo, Enkimdu, è un contadino. Dumuzi è buono, Enkimdu è malvagio. La dea non solo sceglie Dumuzi, ma lo rende quasi immortale come un dio. Furente, Enkimdu cerca in tutti i modi di vendicarsi, ma alla fine è conquistato dalla bontà del fratello, si riconcilia, si pente e ne diventa inseparabile amico. La vicenda ricorda per molti aspetti il racconto biblico di Caino e Abele, anche se il finale è molto diverso.

GIANO, IL DIO BIFRONTE

I romani lo chiamavano “Pater”, creatore dell’universo. Erano tempi antichissimi, quando sulla terra vivevano le divinità. Là, dove in un futuro ancora lontano sarebbe stata fondata Roma, si ergeva verde di boschi e di selve il monte Gianicolo, o Camesene, dal nome degli dèi che vi abitavano: Giano e sua moglie Camese. Un monte ricco di acque. Figli dei due dèi erano Fontus, alla cui protezione erano affidate le sorgenti, e Tiberinus (Tevere), il maestoso fiume. Un luogo pacifico. Ma un giorno, grida dal cielo sconvolsero il silenzio delle foreste: Saturno era stato scacciato dal trono di re degli dèi dal figlio Giove. Saturno chiese protezione a Giano che lo accolse e lo ospitò nella sua casa. “Puoi restare con me”, disse Giano. “So che presto qui si raduneranno gli uomini: insegnerai loro l’arte di coltivare la terra. Io insegnerò l’amore per la pace”. E così fu: per lungo tempo il fuggiasco Saturno visse nascosto nelle terre di Giano che, da allora, furono dette Latium (Lazio, dal verbo latino latère, “nascondere”). I romani poi avrebbero venerato Saturno come dio delle semine e avrebbero onorato Giano come dio di tutti gli inizi, che vede ogni cosa perchè ha due volti e guarda in tutte le direzioni. E il loro re Numa Pompilio gli avrebbe innalzato un tempio nel Foro, le cui porte rimanevano chiuse in tempo di guerra e venivano aperte in tempo di pace.

Dèi “romani”  
Giano creatore dell’universo
Bellona malvagia dea della guerra
Marte dio dei campi e della guerra
Pomona dea dei frutti autunnali
Anna Perenna dea del ciclo delle stagioni
Flora dea della primavera e della bellezza
Silvano dio dei boschi
Priapo protettore degli orti
Fauno dio dei monti
Termine dio dei confini dei campi
Quirino dio della primavera
Padre Tiberino dio del Tevere
Penati simboli della casa
Lari spiriti degli antenati
Mani anime dei morti
   


Fauno, il genio dei monti
Fra i pastori dell’antichissima Roma godeva di grande culto Fauno, il genio benefico dei monti e delle campagne, che veniva raffigurato peloso, con le corna, la coda e i piedi caprini. Suonava la zampogna e aveva per sposa Bona Dea, adorata esclusivamente dalle donne in un tempio sull’Aventino. Fauno si divertiva a spaventare la gente e si diceva che penetrasse nelle case per tormentare gli uomini con cattivi sogni e con apparizioni paurose. Aveva pure il dono di predire il futuro attraverso rumori nei boschi e voli di uccelli. Questo dio amava cacciare sui monti e nei boschi e si diceva che il suo divertimento maggiore era quello di inseguire e spaventare le ninfe.

Esculapio, l’inventore della medicina
I greci lo chiamavano Asclepio, i romani lo ribattezzarono Esculapio. Figlio di Apollo, Esculapio era stato educato dal centauro Chirone, espertissimo nel preparare decotti e pomate. Anzi Esculapio l’aveva superato in abilità e non c’era malato che lui non guarisse. Nessuno moriva più. Una situazione felicissima per gli uomini, ma non altrettanto gradevole per Plutone, il dio dell’oltretomba. E un giorno il dio tenebroso si recò sull’Olimpo a protestare con Giove. Il quale saputo che Esculapio non si limitava a guarire gli ammalati ma resuscitava anche i morti intervenne drasticamente: afferrò una folgore e incenerì Esculapio. Questo almeno raccontavano i Greci. I romani sostenevano che Esculapio giunse a Roma intorno al 300 avanti Cristo e si stabilì nell’isola Tiberina, in mezzo al Tevere. In quel periodo su Roma si era abbattuta una terribile pestilenza. Con l’arrivo del dio-medico l’epidemia fu debellata. E i romani costruirono per lui un tempio.

Divinità greco-romane  
Zeus Giove
Era Giunone
Atena Minerva
Afrodite Venere
Posidone Nettuno
Ades Plutone
Ares Marte
Apollo Apollo
Ermes Mercurio
Estia Vesta
Demetra Cerere
Eros Cupido
Rea Cibele
Dioniso Bacco
Pan Sileno
Crono Saturno
Asclepio Esculapio

LEGGENDE DEGLI INDIANI D’AMERICA

I nativi dell’America settentrionale, chiamati genericamente Pellerossa, venerano numerosi spiriti in cui sono impersonati anche i principali fenomeni celesti (lampo, tuono, pioggia, grandine), gli astri, gli animali e le piante.

Uno dei miti più famosi è quello ricordato dalla tribù dei "Piedi Neri”, che ha come protagonisti il figlio del Sole, Apisirahts, e la bella Soatsaki. Apisirahts, chiamato anche “Stella del mattino”, rapì un giorno Soatsaki, o “Donna piuma”, e la condusse con sè in cielo dove le concesse di mangiare qualsiasi radice per nutrirsi, tranne quella di una pianta particolare. Ma, incuriosita, “Donna piuma” disobbedì al divieto e mangiò la radice proibita. Il dio allora la scacciò dal suo regno e la rimandò sulla terra. Qui morì di crepacuore, lasciando però un figlioletto, Poia. Questi sposò la figlia del capo tribù, e così potè ritornare con lei nel celeste mondo paterno, da dove protegge ancora oggi la tribù dei Piedi Neri.

Il calumet
Fumare il calumet, la “pipa sacra”, era un’usanza dei Pellerossa della prateria e del Mississippi. Il gesto aveva un profondo significato, o religioso o politico: si rendeva omaggio agli dèi, si stipulavano trattati di pace, si stringevano amicizie. In particolare, il calumet della pace era una pipa di grandi dimensioni, in origine di pietra, con un lungo bocchino decorato.

Il totem
Ogni tribù aveva il suo totem, una specie di statua, più o meno grande, spesso raffigurata in sembianza animali. Totem deriva dalla parola algonchina, ototeman, che significa “appartenente al mio clan”. Attorno al totem si svolgevano spesso cerimonie religiose e danze propiziatorie.

Il grande spirito Manitù
Le varie tribù di Pellerossa, gli abitanti dell’America del Nord prima dell’arrivo degli Europei, così chiamati perchè si tingevano il corpo con una pittura ramata, credevano soprattutto nel Grande Spirito, una sorta di potenza creatrice che indicavano con nomi diversi:
Manitù – Spirito – per gli Algonchini
Waconda – Forza vitale – per i Sioux
Oki – Forza vitale – per gli Huroni
Orenda – Forza vitale – per gli indiani Irochesi
Yastasinane – Capitano del Cielo – per gli Apaches
Yakista – Cielo, luce – per gli indiani Athapaski
Giselemukaong – Essere supremo – per i Delaware.

Manitù poteva essere o la divinità suprema, che riuniva in sè il bene e il male, o una forza che si manifestava sotto varie forme: un animale, una pianta, un oggetto, un fenomeno naturale. I giovani pellerossa si isolavano e si sottoponevano a sforzi e digiuni estenuanti per permettere al proprio manitù di manifestarsi. A chi appariva il lupo era riservato il destino di cacciatore; a chi il serpente quello di medico e stregone; a chi il fulmine d’invincibile guerriero. I Pellerossa portavano appeso al collo un sacchetto che conteneva una piccola parte del corpo del loro manitù o un oggetto che ricordava il fenomeno naturale di cui avevano avuto la visione, amuleti che dovevano garantire la protezione divina.

Il pozzo di Montezuma
Secondo una leggenda che ha molte versioni, la gente Apache ebbe inizio dal Pozzo di Montezuma, un lago “senza fondo, da cui l’acqua si diffonde dappertutto”. I bambini appena nati venivano bagnati con quest’acqua sacra. Molto tempo prima il lago era asciutto e la gente viveva sottoterra. Un giorno la figlia maltrattata di un capo malvagio maledisse tutta la sua gente. Il capo, sapendo che questo avrebbe comportato la sua morte e una terribile inondazione, ordinò che il suo cuore fosse seppellito sotto uno spesso strato di terra. Così fu fatto e in quel punto crebbe altissimo il grano, tanto che, quando venne l’inondazione, la gente potè salvarsi arrampicandosi sugli steli. Seguì una seconda inondazione, dalla quale si salvarono solo una bimba, che galleggiò per 40 giorni e 40 notti dentro una botte, e un picchio, che le permise di respirare bucando il legno con il becco. Quando l’acqua si ritirò, la bimba uscì portando con sè una pietra bianca sacra. Fu la prima donna della gente Apache.

ZEUS IL RE DELL’OLIMPO

All’inizio il capo supremo dell’universo era Urano, il cielo, che aveva per moglie Gea, la terra. Per timore di perdere il regno imprigionava tutti i suoi figli nel Tartaro, l’inferno degli dèi. Ma uno di questi, Crono, dopo una violenta lotta, obbligò il padre a rinunciare in suo favore al dominio del mondo. Urano, sconfitto e sanguinante, maledì Crono dicendogli che sarebbe stato a sua volta detronizzato da un figlio. Per evitare questo pericolo, Crono ingoiava tutti i figli appena nati. Avevano già subito questa sorte Era, Ares, Ades e altri. Quando nacque Zeus, la madre Rea lo nascose e consegnò a Crono una pietra avvolta nelle fasce. Il dio senza nulla sospettare ingoiò il fagotto. Zeus fu così salvo e crebbe in un antro segreto dell’isola di Creta amorevolmente assistito dalla ninfa Adrastea e allattato dalla capra Amaltea. Diventato adulto, Zeus si presentò al padre e lo obbligò a rigettare fuori tutti i fratelli ingoiati. Dopo di che ingaggiò contro di lui una tremenda lotta che durò dieci anni. Dalla parte di Zeus si schierarono alcuni titani, Oceano, Iperiore, Temi e Mnemosine. Altri titani si misero a fianco di Crono. Zeus aveva occupato l’Olimpo, Crono si era sistemato con i suoi seguaci sul monte Otri. La guerra fu terribile. Volavano nel cielo intere montagne, il fragore era immenso. Dalla parte di Zeus si erano schierati anche i ciclopi, che fabbricavano i fulmini, e i giganti dalle cento braccia. Alla fine i titani di Crono furono sconfitti e gettati in catene nel profondo del Tartaro. Crono perse il regno e fu mandato in esilio nelle isole dei beati, il paradiso degli eroi. Zeus divise l’universo con i fratelli. Riservò a sè il cielo, lasciando a Posidone il governo del mare e a Ades quello del sottosuolo. La terra rimase zona franca, cioè neutrale. Ma le lotte contro Zeus non erano ancora finite. Prima ci provò Tifone, un mostro con cento teste di drago vomitanti fuoco. Anche Tifone finì nel Tartaro. Fu poi la volta dei giganti, nati dalle gocce di sangue sparse da Urano dopo la lotta con Crono. Anche i giganti finirono incatenati accanto agli altri ribelli. Finalmente sull’Olimpo tornò la pace e Zeus mise su famiglia. Sposò la sorella Era, dalla quale ebbe tre figli, Ares, Efesto ed Ebe. La moglie era molto gelosa e non aveva tutti i torti. Perchè Zeus cominciò a seminare figli un pò dappertutto. Dalla titanessa Temi generò le Ore e le Parche; da Dione ebbe Afrodite, dalla ninfa Maia nacque Ermes; da Demetra ebbe Persefone. L’elenco era molto lungo: dall’oceanina Eurimone generò le Grazie; da Latona ebbe i figli Apollo e Diana. Zeus perse più volte la testa anche per donne mortali: da Semele, figlia di Cadmo, ebbe il dio Dioniso, da Alcmenta ebbe Ercole. Amò Leda che andava a trovare trasformandosi in cigno, mentre per incontrarsi con Danae si trasformava in pioggia d’oro. Ma l’elenco è troppo lungo per ricordare tutte le scappatelle di Zeus.

Era, dea gelosa e vendicativa
Era, non sopportava che il marito Zeus si prendesse libertà con altre donne. Come ritorsione perseguitava le donne corteggiate dal marito. Fece morire tragicamente con un inganno Semele, madre del dio Dioniso. Un’altra fanciulla di nome Io fu mutata in giovenca. Se la prese anche con Ercole, uno dei tanti figli illegittimi di Zeus, e lo perseguitò per tutta la vita. Permalosa e vendicativa, come tutti gli dèi, diventò una nemica giurata dei Troiani, perchè Paride aveva scelto Venere come la più bella dell’Olimpo.

Il più brutto si chiama Efesto
Efesto (dio del fuoco, figlio di Zeus e di Era), marito della bellissima Afrodite, era l’unica divinità dell’Olimpo di aspetto molto brutto. Era anche zoppo; e questa  menomazione se la procurò per aver difeso la madre. Tra i suoi genitori i litigi erano frequenti. Un giorno Efesto intervenne per difendere la madre. Zeus, in preda alla collera, afferrò per la caviglia il figlio, lo roteò in aria e lo scaraventò giù dall’Olimpo. Una caduta di un giorno e una notte, poi l’urto tremendo al suolo di Lemno, un’isola del mare Egeo.

Dio Funzione Parentela Simboli
Zeus re degli dèi figlio di Crono fulmine, aquila
Era regina del cielo moglie di Zeus pavone, melograno
Posidone re del mare fratello di Zeus tridente
Ades re degli inferi fratello di Zeus scettro
Ares re della guerra figlio di Zeus lampo, lupo
Efesto re del fuoco figlio di Zeus martello
Atena regina della guerra figlia di Zeus civetta, ulivo
Apollo re della musica figlio di Zeus lira, alloro, cigno
Artemide regina della caccia gemella di Apollo orso, arco
Ermes messaggero degli dèi figlio di Zeus bastone alato
Afrodite dea della bellezza moglie di Efesto colomba, mirto
Estia regina della famiglia sorella di Zeus focolare
Demetra regina della messi sorella di Zeus spiga

I MOSTRI DELL’ANTICHITA’

Se si raggruppassero tutti i mostri che popolano la mitologia si potrebbe costruire un immenso giardino zoologico, fantastico e terribile. Al posto di giraffe, leoni e scimmie, ci sarebbero draghi, centauri e chimere.

Il drago è forse il mostro più popolare. Lo si trova nella mitologia di tutti i Paesi: è un gigantesco serpente nato da un uovo di gallo, covato nel letame. Ma la sua forma varia a seconda del Paese in cui è nato: lo si raffigura con la testa di serpente o di leone.

Il minotauro è un vorace mostro in parte uomo e in parte toro. Viveva a Creta nel centro di un terrificante intrigo di corridoi e sotterranei, di grotte e di cupole, chiamato Labirinto. Si nutriva di corpi di fanciulli.

Cerbero è il terribile cane con le tre teste e la coda di serpente, posto a guardia dell’inferno. Era mansueto con chi entrava, ma feroce contro chi tentava di uscirne.

Le arpie sono la personificazione della bufera. Rapivano gli uomini facendoli scomparire. Questi mostri venivano raffigurati come esseri alati, con volto di donna e mani e piedi muniti di artigli.

Le sirene sono mostri marini per metà donne e per metà uccelli (o pesci), che attiravano con la loro voce i naviganti in fondo al mare.

La chimera è un mostro con tre teste: in mezzo alla schiena ha la testa di capra, a una estremità quella di leone e all’altra quella di serpente. Vomitava fuoco e al suo passaggio bruciava tutto.

I centauri sono le creature più armoniose della zoologia fantastica: avevano tronco umano e corpo di cavallo. Erano violenti e prepotenti. Ce n’era uno che era “più saggio degli altri”. Si chiamava Chirone e vivendo nei boschi imparò a conoscere le piante e le stelle.

Tra i centauri marini il più noto è Tritone. Abitava nel fondo del mare e comandava uno stuolo di mostri turbolenti, che erano un pò uomini, un pò cavalli e un pò pesci. Quando questi mostri soffiavano dentro una conchiglia marina, s’agitavano i flutti e si scatenava la tempesta.

I gorgoni, mostri alati con i capelli di serpente, il cui sguardo pietrificava le persone. La più terribile era Medusa uccisa da Perseo.

L’unicorno è un animale fantastico che veniva raffigurato come un cavallo bianco con zampe posteriori d’antilope, barba di capra e un lungo corno sulla fronte.

Il grifone è mezzo leone e mezzo aquila, ma è più grande di otto leoni e più robusto di cento aquile.

L’ippogrifo è il bizzarro cavallo alato inventato da Ludovico Ariosto, l’autore dell’Orlando furioso.

Il basilisco è un gallo coronato con grandi ali spinose e una coda di serpente, che può terminare a uncino o in un’altra testa di gallo. Lo sguardo di questo mostro inceneriva ogni cosa. La sua abitazione era il deserto.

La sfinge greca ha la testa di donna, ali d’uccello, corpo e piedi di leone. Questo mostro spadroneggiava nella regione di Tebe, proponendo enigmi agli uomini e divorando quelli che non riuscivano a rispondere. A Edipo, re tebano, chiese: “Qual è l’animale che cammina con quattro zampe la mattina, con due a mezzogiorno, con tre la sera?”. Edipo rispose che era l’uomo, che da bambino arranca a quattro zampe, poi si regge su due piedi, e in vecchiaia si appoggia a un bastone. La sfinge, sconvolta perchè era stato decifrato l’enigma, si uccise precipitandosi da una rupe.

L’idra è un gigantesco serpente con nove teste. Il suo fiato avvelenava le acque e distruggeva i campi. Il suo covo era nelle paludi di Lerna.

Il roco, un ingrandimento dell’aquila, è un mostro orientale che appare nelle favole delle Mille e una notte. Simbad, il marinaio abbandonato dai suoi compagni su un’isola, vide in lontananza un’enorme cupola bianca e il giorno dopo una grande nube. La cupola era un uovo di roco e la nuvola l’uccello madre.

Il kraken è il gigantesco polpo della mitologia scandinava: le sue braccia potevano afferrare la più grande delle navi.

LE DIVINITA’ DEL MARE E DELLE ACQUE

Oceano. E’ il più antico dio delle acque ed era considerato il padre di tutti i fiumi. Le Oceanine, figlie di Oceano e Teti, erano ninfe che abitavano nei fiumi e nei ruscelli. Esiodo ne enumerava tremila.

Ponto. E’ un dio del mare, figlio di Gea, la terra.

Nereo. Rappresenta il lato bello, piacevole e benefico del mare: aveva il dono di predire l’avvenire. Era il padre delle Nereidi, cento ninfe, amiche dei naviganti.

Posidone. Fratello di Zeus, divenne a un certo momento il re indiscusso del mare.

Anfitrite. E’ una delle Nereidi, sposa di Posidone.

Tritone. Figlio di Posidone e di Anfitrite: l’immaginazione popolare se lo figurava in forma di uomo nella parte superiore e in forma di pesce dalla coda biforcuta nella parte inferiore. Quando soffiava dentro una conchiglia marina, si agitavano i flutti e sorgeva la tempesta.

Proteo. Custodiva per conto di Posidone il gregge delle foche e degli altri animali marini. Anche lui aveva il dono di predire il futuro.

Glauco. Era considerato il protettore dei marinai e dei naufraghi.

Posidone, il re del mare.
Figlio di Crono e di Rea, fratello di Zeus, Posidone regnava sul mare. Molte sono le leggende intorno a questa divinità. Si raccontava che abitava in un favoloso palazzo in fondo al mare e che faceva le sue passeggiate, impugnando un tridente, su un cocchio tirato da quattro tempestosi cavalli dalle unghie d’oro. Gli si attribuivano diverse mogli: la ninfa Anfitrite, che era quella ufficiale; Teofante, una fanciulla rapita in Macedonia; Alia, un’altra ninfa dalla quale ebbe sette figli. Si diceva anche che dalla Medusa aveva avuto come figlio Pegaso, un cavallo alato. Era padre anche di parecchi giganti e mostri, come Polifemo e Anteo. Polifemo è il ciclope che fu accecato da Ulisse. Per questo episodio l’eroe di Itaca si attirò l’odio e la maledizione di Posidone, che lo fece girare per i mari per 10 anni prima di permettergli di rientrare in patria. Anche il gigante Anteo non ebbe miglior fortuna. Re della Libia, obbligava i passanti a lottare con lui. Era invincibile se toccava con i piedi la terra. Anteo si imbattè in Ercole, il quale per sopraffarlo lo tenne sollevato da terra e lo soffocò con una stretta delle sue braccia poderose.

Scilla e Cariddi, nemiche dei marinai
Scilla era una bellissima ninfa che si innamorò di Glauco, una divinità del mare. Per conquistare il suo amore ebbe l’infelice idea di chiedere un filtro alla maga Circe, la quale era anch’essa innamorata di Glauco. Per liberarsi dalla concorrente, la maga avvelenò la fonte nella quale era solita bagnarsi Scilla. Accadde che la ninfa, entrata nella fonte, da bellissima che era diventò un orribile mostro latrante, con sei teste dalle bocche irte di denti. Disperata, Scilla si gettò in mare e gli dèi la trasformarono in uno scoglioformato da caverne mugghianti, divoratrici di marinai. Lo scoglio si trovava proprio di fronte a una rupe altrettanto pericolosa, Cariddi.

Cariddi, figlia di Posidone e di Gea, in origine era un mostro femmina dedito alla rapina. Per avere rubato a Ercole alcuni buoi, Zeus la fulminò, facendola cadere in mare dove era diventata quella rupe che tre volte al giorno inghiottiva e rivomitava le acque dello stretto fra la Sicilia e la Calabria.

Polifemo, un mostro alto cinque metri
Polifemo era un mostro alto cinque o sei metri che viveva selvaggiamente in un’isola: passava la sue giornate a pascolare le sue pecore e quando capitava qualche marinaio nell’isola se lo mangiava. Era infatti un cannibale, come UIisse, finito nella sua grotta, dovette constatare quando alcuni suoi marinai finirono in bocca del gigante. Aveva origini divine: il padre era Posidone, il dio del mare, e la madre si chiamava Toosa, una ninfa marina, abbastanza triste e nervosa, che diventava allegra solo quando vedeva il mare in tumulto. Nella terra di Polifemo vivevano altri ciclopi tutti di dimensioni gigantesche. Erano chiamati ciclopi perchè, come i più famosi figli di Gea e Urano, avevano un occhio solo in mezzo alla fronte.

LE DIVINITA’ DELL’INFERNO

Ades. Fratello di Zeus, re dell’Olimpo, e di Posidone, re delle acque.

Ecate. E’ la dea delle apparizioni notturne.

Erinni. Sono le dee della vendetta: punivano soprattutto i crimini compiuti a danno di parenti. Furono designate con i nomi di Aletto (la inquieta), Tersifore (la punitrice dell’omicidio) e Megera (la odiosa). Secondo Esiodo, le Erinni erano nate dal sangue che cadde sulla terra dalla ferite di Urano quando questi ingaggiò una furiosa lotta con il figlio Crono.

Chere. Divinità terribili che si aggiravano nei campi di battaglia, avvolte in un mantello insanguinato.

Tanato. Figlio della Notte, abitava nell’inferno e veniva sulla terra a sorprendere i mortali.

Sonno. Fratello gemello di Tanato, era un dio buono.

Ades, il più odiato
Figlio di Crono e di Rea, fratello di Zeus, Ades era il custode e sovrano del regno dei morti. Quando diventò capo incontrastato dell’Olimpo, Zeus divise con i fratelli il dominio dell’universo: ad Ades fu assegnato il mondo sotterraneo e a Posidone toccò il regno delle acque. Pur essendo il più odiato degli dèi, essendo il suo nome legato alla morte, Ades è il protagonista della più bella leggenda che la mitologia greca ci ha tramandato: quella di Persefone, la dea giovinetta, figlia di Demetra, patrona delle campagne. Un giorno mentre coglieva i fiori in un prato Persefone fu rapita da Ades, che la portò con sè nel suo mondo sotto terra, dove fu proclamata regina dei morti. Frattanto la madre, disperata, errava per le campagne alla ricerca della ragazza scomparsa. Anche di notte la si vedeva camminare, agitando una fiaccola. Zeus, impietosito, le concesse di scendere nel regno dei morti e di riprendersi la figlia, se questa avesse acconsentito a seguirla. Ma Persefone si era ormai affezionata al suo sposo e al suo ruolo di regina. Si arrivò a un compromesso: per sei mesi l’anno la giovane dea averebbe vissuto sulla terra accanto alla madre; per gli altri sei mesi sarebbe ridiscesa nel regno sotterraneo.

LE DIVINITA’ DELLA TERRA

Gea. Madre di tutti gli esseri.

Rea. Figlia di Urano e madre di Zeus.

Dioniso. Figlio di Zeus, era il dio del vino e della viticultura.

Sileno. Amico di Dioniso, era un vecchio dal naso rincagnato, la testa calva, grasso e tondo come un otre di vino.

Pan. Figlio di Ermes e della ninfa Penelope aveva i piedi di capra, due corna sulla fronte, una lunga barba e il corpo peloso.

Priapo. Figlio di Dioniso e di Afrodite era il dio dell’abbondanza.

Demetra. Sorella di Zeus era considerata la madre della Terra.

Gea, la prima madre
Prima c’era il Caos, poi spuntò Gea, la terra. Così gli antichi Greci raccontavano le origini del mondo e degli dèi. Gea generò da sola il Cielo, il mare e le montagne. Si scelse come sposo il Cielo che si chiamava Urano ed ebbe molti figli. Nacquero dapprima i Titani, sei maschi e sei femmine; poi i Ciclopi che non sono da confondere con quelli che incontrò Ulisse: avevano anch’essi un occhio solo in mezzo alla fronte. Erano tre e si chiamavano Bronte, Sterope e Arge. Poi vennero alla luce anche tre mostruosi giganti che avevano centro braccia, Cotto, Briareo e Gige. Dall’unione con il mare, Gea ebbe altri figli, tutte divinità specializzate con le acque: Nereo, padre delle ninfe Nereidi; Taumante, padre dell’arcobaleno; Forchi, Cheto e altri.

Quando scoppiò la guerra tra Crono e Zeus per il dominio dell’universo, Gea rimase neutrale: combattevano tra di loro tanti suoi figli, gli uni armati contro gli altri. L’unica soddisfazione di Gea era quella di vedere i suoi figli sempre in vita, essendo tutti immortali. Ma quando Zeus, sconfitti i nemici, imprigionò alcuni titani nell’inferno, Gea si ribellò. Si unì con l’inferno e diede alla luce un altro mostro, Tifone: aveva cento teste di drago che vomitavano fuoco. Sobillato dalla madre, Tifone dichiarò guerra a Zeus. Altra feroce lotta che si protrasse per diversi anni e che si concluse con la vittoria di Zeus: Tifone finì nel Tartaro, l’inferno degli dèi.

LE 12 FATICHE DI ERCOLE

1 - La lotta con il leone di Nemea
In una zona dell'Argòlide, chiamata Nemèa, c'era un leone gigantesco e feroce, che aveva la pelle invulnerabile. Ercole lo affrontò, ma non potendolo colpire con l'arco e la clava, lo cacciò dentro una grotta. Qui, dopo una terribile lotta corpo a corpo, lo soffocò tra le braccia. Con la sua pelle si fece un vestito.

2 - L'idra di Lerna
Nel lago di Lerna viveva un grosso drago con nove teste di cui una immortale: soffiando miasmi pestilenziali e divorando uomini e greggi rendeva inabitabile la zona. Ercole l'affrontò impugnando la spada. Ma con grande stupore vide che a ogni testa tagliata ne ricrescevano immediatamente due. Allora ricorse al fuoco: con tronchi infuocati bruciò tutte le teste del drago. Ne rimaneva una, quella immortale: la tagliò netta con un colpo di spada e la seppellì sotto un macigno.

3 - Il cinghiale di Erimanto
L'Arcadia aveva perso la sua pace a causa di un cinghiale gigantesco che rovinava tutti i raccolti. Dopo un lungo inseguimento per boschi, crepacci, Ercole sul monte Erimanto catturò la bestia e, caricandosela sulle spalle, la portò a Tirinto.

4 - La cerva del monte Cerinea
In Arcadia, sul monte Cerinea, i cacciatori da tempo immemorabile inseguivano una cerva dalle corna d'oro e dai piedi di rame, senza riuscire mai a raggiungerla. Ercole la inseguì, senza mai riposarsi, per un anno intero e quando la raggiunse presso un fiume riuscì a ferirla con una freccia e a catturarla.

5 - Gli uccelli di Stinfalo
Sul lago di Stinfalo, in Arcadia, abitavano degli uccelli che avevano  le ali, il becco e le penne di bronzo. Si servivano delle loro penne come frecce per uccidere e divorare ogni essere vivente. Ercole ne uccise alcuni. Altri, spaventati dal suono di un sonaglio di bronzo che Ercole continuava ad agitare, preferirono abbandonare il territorio.

6 - Il cinto di Ippolita
Per accontentare Admeta, figlia del re Euristeo, che desiderava il ricco cinto d'Ippolita, regina della Amazzoni, Ercole intraprese una guerra contro quel popolo di donne bellicose che vivevano cavalcando nella regione del Mar Nero. Ercole fece una strage, uccidendo anche Ippolita: potè così venire in possesso del cinto.

7 - La pulizia delle stalle di Augia
In Elide c'era un re di nome Augia che teneva nelle sue stalle migliaia di buoi. La pulizia in queste stalle lasciava molto a desiderare e tutta la regione era appestata da un insopportabile odore di letame. Ercole fu incaricato di pulire le stalle in un giorno. Come fare? Ercole deviò il corso del fiume Alfeo e fece passare le acque nelle stalle: la violenta corrente trascinò facilmente via gli strati di letame.

8 - Il toro di Creta
In questa impresa il nostro eroe non dovette uccidere nessuno. Il suo compito era quello di catturare vivo un toro che Posidone, il dio delle acque, aveva regalato all'isola di Creta. Ercole lo inseguì per tutta l'isola e lo catturò trattandolo come un capretto: lo avvolse in una rete, se lo mise sulle spalle e attraversò a nuoto il tratto di mare che separava Creta da Tirinto.

9 - I cavalli di Diomede
Diomede, re di Tracia e figlio di Marte, aveva la crudele abitudine di nutrire i suoi possenti cavalli con carne umana. Ogni straniero che capitava nei paraggi finiva nelle mangiatoie di rame dei cavalli. Ercole, prima di tutto, fece divorare lo stesso Diomede dai suoi cavalli, poi attaccò con una lunga fune quei corsieri e li portò a Tirinto.

10 - I buoi di Gerione
Gerione era un mostro con tre teste che abitava nell'isola Eritea situata in mezzo all'oceano: possedeva bellissimi buoi rossi che erano custoditi da un gigant di nome Eurizione e da un cane con due teste che si chiamava Ortro. Di questo gregge doveva impadronirsi Ercole. Giunto nello stretto di Gibilterra, Ercole piantò su ciascuna delle sponde una colonna in segno del suo passaggio (e quei due termini furono chiamati le colonne di Ercole). Approdato nell'isola, l'eroe affrontò e uccise con facilità il gigante Eurizione, il cane con due teste e il mostro Gerione.

11 - I pomi d'oro
In una valle dell'Africa si trovava un meraviglioso giardino abitato dalle Esperidi, figlie della stella della sera. Sugli alberi di quel parco crescevano dei frutti d'oro. Ercole doveva impadronirsi di alcuni di quei frutti, ma non sapeva dove si trovasse questo giardino. Si rivolse a Proteo, un dio marino che aveva la facoltà di trasformarsi e da lui si fece indicare la strada da percorrere per raggiungere il regno delle Esperidi. A guardia di quel giardino c'era però un dragone dalle cento teste, che diede filo da torcere all'eroe. Il drago alla fine fu ucciso ed Ercole potè tornarsene a casa con i pomi d'oro.

12 - La cattura di Cerbero
Fu l'ultima e la più impegnativa fatica perchè Ercole doveva entrare nel regno dei morti per catturare Cerbero, un mostro metà cane e metà drago, con tre teste. In questa impresa Ercole si fece aiutare da Ermes e da Atena. Arrivato nel mondo sotterraneo, l'eroe si fece ricevere da Ades, il dio degli inferi, il quale gli diede il permesso di portare con sè Cerbero purchè riuscisse a domarlo senza armi. Ercole incatenò il mostro e lo portò a Tirinto, dopo di che la ricondusse di nuovo nell'inferno. La lunga storia di Ercole finisce nell'Olimpo, dove egli visse con gli immortali.