PIRANDELLO FASCISTA
L’adesione di Luigi Pirandello al fascismo trovò le sue ragioni profonde nel sentimento di sfiducia da lui sempre ostentato verso i presupposti e, più ancora, verso le concrete realizzazioni dello Stato liberale democratico postunitario. All’interno della pagina pirandelliana e nella fitta corrispondenza epistolare frequenti furono i momenti in cui l’autore si abbandonò a invettive feroci contro i rappresentanti della politica italiana di fine Ottocento e inizio Novecento. E altrettanto frequenti furono le dichiarazioni di segno evidentemente antidemocratico: “La causa di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? – proclamava un personaggio del Fu Mattia Pascal – La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza”. E, altrove, in un articolo del 1909, scritto per il giornale “La Preparazione”, Pirandello, osservando la negatività della situazione presente, affermava: “Chi può salvarci è l’Uno”, un individuo eccezionale le cui caratteristiche si condensavano nell’essere “un grande statista”, “un grande capitano”. Alla luce di questi presupposti, la comparsa di Mussolini poté apparirgli come lo sbocco di un lungo periodo di attesa. Il capo del fascismo veniva e essere colui che era riuscito a imporre, anche all’impetuosa e convulsa situazione italiana del dopoguerra, un ordine, una “forma”. Era “il formidabile creatore”, il “superbo animatore” della vita della nazione, secondo quanto il drammaturgo dichiarava al giornale “L’Impero” pochi giorni dopo la sua iscrizione al fascismo. In realtà, un’adesione tanto entusiastica avrebbe con il tempo dovuto scontrarsi con non poche delusioni e si sarebbe stemperata in un atteggiamento solitario e disincantato. Ciononostante Pirandello avrebbe continuato fino al momento della sua morte, avvenuta nel 1936, a farsi alfiere dell’Italia fascista durante le sue frequenti peregrinazioni in giro per il mondo, al seguito dei suoi personaggi teatrali.
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L’ANTOLOGIA
Il mensile fiorentino nasceva per iniziativa dell’editore e libraio Giovan Pietro Vieusseux (1779-1863), un ligure di famiglia ginevrina, di formazione protestante e di cultura cosmopolita.
Nel Gabinetto scientifico e letterario, da lui fondato nel 1812, riunì a Firenze scrittori di vario orientamento e provenienza, alcuni dei quali erano sfuggiti alla repressione dei moti del 1820 e 1821, offrendo loro nella sede di Palazzo Buondelmonti un centro nazionale di incontri e discussioni.
L’Antologia era strettamente collegata alle attività del Gabinetto e stampava oltre 700 copie, un buon numero delle quali veniva diffuso al di fuori della Toscana. Vi collaboravano alcuni degli intellettuali liberali più attivi fra il 1821 e il 1831: gli esuli napoletani Giuseppe Poerio, Gabriele Pepe, Pietro Colletta; Pietro Giordani, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Montani, provenienti dall’esperienza del Conciliatore; i cattolici fiorentini Raffaele Lambruschini e Gino Capponi. Garantivano un apporto culturale e finanziario proprietari terrieri, aristocratici e uomini d’affari liberali, come Cosimo Ridolfi, Bettino Ricasoli, Enrico Mayer. Fautori del liberismo in economia, impegnati nella ricerca e nella divulgazione di nuove tecniche agrarie, promotori di asili e di scuole di mutuo insegnamento, i redattori del giornale cercarono di dare all’Antologia un’impronta illuministica moderata, caratterizzando il mensile in funzione pedagogica e riservando alla letteratura un posto marginale rispetto all’economia, alla statistica, al diritto, alle scienze. Nello sforzo di giungere fino ai contadini, alcuni dei collaboratori ripresero e divulgarono, attraverso giornali agrari e almanacchi popolari, le tematiche riformatrici del mensile di Vieusseux.
L’Antologia cessò le pubblicazioni nel 1833 a causa delle pesanti pressioni esercitate dall’Austria sul granduca di Toscana Leopoldo II dopo il fallimento dei moti del 1831.
LA BIBLIOTECA ITALIANA
La rivista mensile “Biblioteca italiana” nacque a Milano per iniziativa del conte Heinrich von Bellegarde, governatore della Lombardia e luogotenente del viceré fino al marzo del 1816, impegnato a creare intorno all’Austria il consenso degli ambienti intellettuali italiani. Originariamente Bellegarde aveva pensato di affidarne la direzione a Ugo Foscolo, la figura di maggior prestigio fra i letterati italiani, facendo leva sull’ostilità manifestata dal poeta veneziano nei confronti della politica napoleonica. Dopo il rifiuto di Foscolo, che alla collaborazione con gli austriaci preferì la via dell’esilio, e quello successivo di Vincenzo Monti, che declinò l’incarico dopo alcuni mesi di lavoro, Bellegarde nominò direttore Giuseppe Acerbi, diplomatico, viaggiatore e geografo, che divenne l’uomo di fiducia del governo austriaco.
Il primo numero apparve nel gennaio del 1816. Le pubblicazioni sarebbero proseguite, con rigorosa scadenza mensile, fino al 1840, quando la rivista assunse il nuovo titolo di “Giornale dell’Istituto regio lombardo di lettere e arti” con cui continuò a uscire fino al 1859. Vi collaborarono alcuni dei più illustri letterati del tempo, da Vincenzo Monti a Pietro Giordani. Finanziata, anche in modo diretto, dalle casse dello Stato, la rivista riuscì a raggiungere e a mantenere la ragguardevole cifra di oltre 700 abbonati. Secondo il programma iniziale, essa avrebbe dovuto accogliere le aspirazioni di una cultura “moderna”, al di sopra delle frontiere nazionali, ma dietro le dichiarazioni ufficiali si nascondeva l’obiettivo non meno importante di mostrare i vantaggi che derivavano alla Lombardia dall’appartenenza all’impero asburgico.
IL CONCILIATORE
Il progetto di un periodico contrapposto alla “Biblioteca italiana” nacque negli ambienti intellettuali milanesi che avvertivano l’esigenza di un giornale libero da legami con il governo austriaco e impegnato nella prospettiva politica di una nazione italiana indipendente.
Dopo una lunga fase di discussione, l’iniziativa si concretizzò nel settembre del 1818. Il Conciliatore uscì con cadenza bisettimanale, fino alla chiusura per ordine del governo austriaco nell’ottobre del 1819. Ne furono promotori Federico Confalonieri e Luigi Porro Lambertenghi, esponenti dell’aristocrazia milanese, liberali e convinti fautori delle riforme economiche e del progresso tecnologico.
Vi collaborarono soprattutto letterati che si autodefinivano romantici e si contrapponevano polemicamente ai classicisti della “Biblioteca italiana”: Ludovico di Breme, Silvio Pellico, Pietro Borsieri, Giovanni Berchet, Ermes Visconti. A loro si unirono Melchiorre Gioia, Giandomenico Romagnosi, Giuseppe Pecchio, Giovanni Rasori. Esplicito era il richiamo al precedente settecentesco del “Caffè”, il periodico degli illuministi lombardi, di cui Il Conciliatore riprendeva la tensione etico-politica, l’apertura alla cultura europea, l’intenzione di superare le sterili polemiche letterarie per rafforzare l’impegno civile nella società. Alle recensioni letterarie il giornale milanese affiancava la trattazione di questioni legate allo sviluppo della tecnica o di interesse sociale (come l’istruzione elementare, l’illuminazione a gas, l’organizzazione carceraria) e novelle finalizzate all’educazione popolare. La circolazione del “foglio azzurro”, come venne chiamato per il colore delle sue pagine, rimase comunque ristretta: 240 abbonati, quasi tutti concentrati a Milano. Cessate le pubblicazioni, gli esponenti più rappresentativi del gruppo passarono all’attività clandestina, finendo coinvolti nella repressione del 1821. Anche per queste successive vicende, Il Conciliatore divenne un simbolo e un mito del risorgimento italiano.