GIOACCHINO ROSSINI
1792
Nasce a Pesaro. Il padre, suonatore di tromba e di corno è un “pubblico trombettiere” (banditore) della città: da lui Gioacchino eredita esuberanza di carattere e musicalità.
1804
Compone sei Sonate a quattro per due violini, violoncello e contrabbasso. Entrato al Conservatorio di Bologna, compone la sua prima opera, Demetrio e Polibio, di genere serio.
1810
Inaugura la carriera facendo rappresentare La cambiale di matrimonio, di genere buffo.
1812-15
Scrive varie opere di successo, sia comiche (La pietra del paragone, Il signore Bruschino, L’italiana in Algeri), sia serie (Tancredi ed Elisabetta regina d’Inghilterra). La sua musica si afferma con sempre maggiore vigore.
1816
Compone l’opera seria Otello e quindi uno dei suoi capolavori, l’opera buffa Il barbiere di Siviglia.
1817-20
Rafforza il proprio successo con altre opere: Cenerentola (di genere comico) e La gazza ladra, (di genere semiserio). Continua a scrivere anche vere e proprie opere serie: Armida, La donna del lago, Mosè in Egitto e Maometto II.
1822-23
Si sposa con la cantante Isabella Colbran e scrive Semiramide, che rappresenta il culmine della sua concezione ancora settecentesca dell’opera seria, fatta di “pezzi chiusi” e di bel canto. Assiste al trionfo delle sue opere a Vienna, dove incontra Beethoven, e in Inghilterra. Conscio di aver saturato del tutto il mondo operistico italiano, si stabilisce a Parigi, dove rimarrà per tutto il resto della vita.
1826-28
Rimaneggia alcune opere italiane e le presenta in francese. Sempre in francese compone il melodramma giocoso Il conte Ory.
1829
Scrive il grand-opéra Guglielmo Tell, ma comprende di continuare ad avere del genere operistico una concezione classica e di non poter quindi accogliere del tutto le nuove idee del Romanticismo: dopo quel lavoro egli non si accosterà più al teatro.
1831
Viene colpito da una grave forma di esaurimento nervoso. Da allora in poi si limiterà a scrivere pezzi da salotto come le Serate musicali per voci e pianoforte e vari quaderni di brevi e scherzosi pezzi per pianoforte, con o senza voci, intitolati Peccati di vecchiaia (fra di essi abbondano titoli curiosi come Il mio preludio igienico del mattino, Studio asmatico, Uffa, i piselli!, Piccola polka cinese, ecc.).
1841
Termina uno Stabat mater, che aveva iniziato nel 1832.
1863-67
Compone una Piccola Messa Solenne per 12 solisti, due pianoforti e armonium.
1868
Muore a Parigi.
Etichette: compositori, MUSICA
RICHARD WAGNER
1813
Nasce a Lipsia e studia, in buona parte da autodidatta, rivelando anche profondi interessi letterari e filosofici.
1833-35
Scrive le prime opere: Le fate e Il divieto d’amare mentre lavora come maestro del coro e come direttore d’orchestra in varie cittadine tedesche; si associa al movimento letterario della “Nuova Germania” nato per difendere e valorizzare la cultura nazionale.
1839
Una burrascosa traversata per mare per raggiungere Londra gli ispira il soggetto dell’opera L’Olandese volante.
1840
Termina la prima significativa opera: Rienzi.
1841
Si stabilisce a Parigi dove conduce una vita di stenti (fra l’altro, a causa dei debiti che non riesce a pagare, viene anche messo in prigione), riducendosi a trascrivere melodie da salotto.
1842
E’ maestro della cappella di corte a Dresda; qui scrive altre due opere: il Tannbauser ed il Lohengrin, entrambe ambientate nel Medioevo tedesco.
1849
Partecipa alla rivoluzione democratico-liberale di Bakunin, sale sulle barricate, scrive il saggio L’arte e la rivoluzione e viene presto ricercato dalla polizia. Fugge da Dresda e ripara prima a Weimar, da Liszt, e poi a Zurigo.
1850
Trova in Liszt un amico ed un sostenitore convinto: grazie a lui può veder rappresentato il Lohengrin. Incomincia a definire lo schema del suo imponente ciclo di quattro opere (da qui il nome di “Tetralogia”, dal greco tetra=quattro) intitolato L’anello del Nibelungo, ispirato alla mitologia nordica.
1854
Termina la prima opera della Tetralogia: L’oro del Reno.
1856
Termina la seconda opera della Tetralogia, La walchiria, e inizia la composizione della terza, Sigfrido.
1857-59
Interrompe la composizione della Tetralogia per scrivere Tristano e Isotta.
1864
Conosce il giovane re Luigi II di Baviera che lo toglie definitivamente dalle ristrettezze economiche in cui sino ad allora è vissuto. Grazie alla stima di questo monarca può farsi costruire a Bayreuth un teatro che risponda ai suoi nuovi intendimenti musicali e scenici.
1868
Presenta a Monaco i Maestri cantori di Norimberga, opera ispirata alle figure dei Meistersinger.
1874
Termina l’ultima opera della Tetralogia: Il crepuscolo degli dei.
1876
Viene inaugurato il teatro di Bayreuth con Sigfrido e Il crepuscolo degli dei: è il primo teatro nel quale l’orchestra è disposta più in basso del palcoscenico, in modo da non essere vista dal pubblico.
1882
Porta a termine la sua ultima opera, Parsifal.
1883
Muore improvvisamente a Venezia.
Etichette: compositori, MUSICA
PIOTR ILIJC CIAIKOVSKI
1840
Nasce in Russia, in una cittadina dei monti Urali dove suo padre è ingegnere minerario. La madre, di origini francesi, lo avvia allo studio del pianoforte.
1850
Si trasferisce con la famiglia a San Pietroburgo e là per volere del padre frequenta una Scuola di Giurisprudenza.
1859
Trova un impiego presso il Ministero della Giustizia, ma sente che la sua vera vocazione è quella musicale.
1861
Inizia a frequentare i corsi della Società Musicale Russa di San Pietroburgo destinata a diventare l’anno seguente un vero e proprio Conservatorio.
1865
Si congeda dal Conservatorio musicando come saggio conclusivo l’Ode alla gioia di Schiller, già utilizzata, fra tanti, anche da Beethoven.
1866
Si trasferisce a Mosca per occupare una cattedra di armonia nel Conservatorio. Scrive la sua Prima Sinfonia, sottotitolata “Sogni d’inverno”.
1867
Entra in relazione con Milij Balakirev, il leader del “Gruppo dei Cinque” e viene da lui spronato a scrivere vari lavori, fra cui la “fantasia sinfonica” Romeo e Giulietta.
1875
Compone il Primo Concerto per pianoforte e orchestra.
1876
Scrive il balletto Il lago dei cigni
1877
Dopo il fallimento del suo matrimonio, conosce una ricca vedova, Nadeshda von Meck, dalla quale riceve stima, fiducia e sostegno economico: i due continueranno a frequentarsi quasi esclusivamente per via epistolare. Scrive la Quarta Sinfonia.
1878
Fa rappresentare l’Eugenio Onieghin e crea il suo unico Concerto per violino e orchestra. Compie un lungo viaggio in occidente, visita fra l’altro Firenze e Roma, dove scrive il Capriccio italiano.
1885
Scrive il poema sinfonico Manfred.
1889
Crea il balletto de La bella addormentata.
1890
Compone e rappresenta l’opera La dama di picche.
1891
Inizia a comporre il balletto Lo schiaccianoci. Si reca in America per dirigere le sue musiche. Ma anche questo viaggio non lo libera dalle crisi depressive che lo hanno sempre assillato e che continuano a influenzare il carattere della sua musica.
1893
Muore a San Pietroburgo, poco dopo aver ultimato e presentato la Sesta Sinfonia intitolata “Patetica”.
Etichette: compositori, MUSICA
ROBERT SCHUMANN
1810
Nasce in Germania. Il padre è un celebre editore ed il giovane Robert cresce in un ambiente che favorisce il suoi interessi non solo musicali, ma anche letterari.
1828
Per desiderio della madre si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, ma nel contempo studia pianoforte sotto la guida di Friedrich Wieck, di cui conosce la figlia, Clara, sua futura moglie.
1830
Ottiene le prime affermazioni come pianista e decide di abbandonare gli studi all’Università per dedicarsi completamente alla musica.
1831-32
Vedono la luce le prime notevoli composizioni per pianoforte: Papillons op.2, Intermezzi op.4, trascrizioni pianistiche dai Capricci di Paganini. La ricerca di una sempre maggiore agilità tecnica al pianoforte lo induce a sperimentare uno strumento col quale aumentare l’articolazione delle dita: l’espediente provoca all’arto un’infiammazione cronica tale da stroncare le sue ambizioni di virtuoso.
1834
Fonda il “Nuovo Giornale di Musica” sul quale può dibattere problemi e discutere quanto di nuovo viene prodotto dai colleghi contemporanei. Si innamora di Clara Wieck, ma questa relazione è ostacolata dal padre di lei: la ragazza è una promettente pianista e il padre teme che il matrimonio le precluda questa strada (non sarà così: una volta sposata con Schumann, nel 1840, Clara riuscirà ugualmente ad affermarsi come concertista).
1835
Entra in amicizia con Felix Mendelssohn Bartholdy. Termina la stesura di Carnaval.
1840-43
Scrive numerosi Lieder, una Prima Sinfonia, denominata “Primavera” e vari lavori cameristici (Quartetti op. 41, Quintetto con pianoforte op. 44, ecc.).
1844
Scrive le Scene dal Faust di Goethe. La sua salute mentale incomincia a farsi precaria e lo costringe a lasciare la direzione della sua rivista.
1846-48
Porta a termine la Seconda Sinfonia e riscuote un buon successo a Praga con il suo unico Concerto per pianoforte e orchestra. Scrive le musiche di scena per il Manfred di Byron.
1850-51
Viene nominato direttore dei concerti a Düsseldorf. Scrive la Terza Sinfonia, soprannominata “Renana”, e la Quarta.
1853-54
Diviene amico di Brahms. La sua salute psichica è sempre più compromessa; tenta il suicidio gettandosi nel Reno, ma viene salvato da alcuni pescatori. Viene internato in una casa di cura a Endenich.
1856
Muore a Endenich.
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FRANZ SCHUBERT
1797
Nasce nei pressi di Vienna. Il padre è un maestro di scuola. Frequenta come fanciullo cantore il coro della cappella di corte e il seminario imperiale.
1813-16
Compone le prime cinque sinfonie e ne abbozza alcune altre. Insegna nella scuola del padre e inizia a comporre molti Lieder, nel solo 1815 ne scrive circa 150.
1817
Compone fra l’altro il Lied La Trota.
1818
Viene assunto come insegnante di musica presso la famiglia Esterhazy, parente di quella presso la quale aveva lavorato Haydn.
1819
Compone il Quintetto La Trota
1821
Un concerto di sue musiche contribuisce a farlo conoscere negli ambienti musicali di Vienna: malgrado ciò egli non riuscirà mai ad affermarsi.
1822
Scrive quella che diventerà famosa come Sinfonia Incompiuta, essendo priva degli ultimi due tempi: tale composizione rimarrà tuttavia sconosciuta sino al 1865. Termina inoltre la Fantasia Il Viandante per pianoforte e l’opera Alfonso ed Estrella, ma non riesce a farla rappresentare.
1823
Compone il ciclo di venti Lieder La bella mugnaia e le musiche di scena per Rosamunda, principessa di Cipro.
1824
Scrive varia musica da camera, fra cui il Quintetto per archi La morte e la fanciulla.
1827
Crea gli Improvvisi per pianoforte, op. 90 e op. 142.
1828
Termina la Sinfonia che verrà chiamata La grande e che rimarrà, come l’Incompiuta, ineseguita a lungo: sarà Schumann a farla eseguire nel 1840. Viene pubblicato il ciclo di 24 Lieber Il viaggio d’inverno. Muore a Vienna in estrema povertà e viene sepolto in una tomba vicina a quella di Beethoven.
Etichette: compositori, MUSICA
ORGANO
Categoria: Aerofoni
Sottocategoria: a serbatoio d’aria
STRUTTURA
L’organo è il più antico strumento a tastiera. Produce i suoni tramite varie canne alimentate dall’aria inviata da un mantice. Nei primi esemplari di organo questo mantice era azionato da una pompa mossa dall’acqua; in seguito, alla forza dell’acqua venne sostituita quella di volenterosi addetti a comprimere e dilatare con le mani (i tiramantici) o anche con i piedi (i calcanti), i mantici dell’organo. Oggi questo compito viene svolto da un congegno elettrico.
Spinta dal mantice l’aria viene convogliata alle varie canne, che funzionano come un normale strumento a fiato e che si differenziano fra di loro per la lunghezza (da pochi decimetri a vari metri), per il materiale (di legno o di metallo), per la forma (coniche, cilindriche, a imbuto, ecc.) e per il tipo di imboccatura. Sono dette ad anima quelle che hanno l’imboccatura naturale come il nostro flauto dolce, ad ancia le altre.
Questa grande varietà di canne offre una considerevole possibilità di timbri diversi, cioè di registri, che sono distinti in un grande numero di famiglie: alcuni conservano il nome dello strumento a cui il loro timbro assomiglia (corno, flauto, oboe, ecc.), altri posseggono un nome descrittivo (voce angelica, armonia eterea, ecc.), altri ancora hanno un numero riferito al suono armonico che interviene a meglio caratterizzarli (ottava, duodecima, ecc.). La scelta di questi registri viene fatta dall’esecutore che aziona varie leve e pulsanti, posti attorno alla tastiera. Naturalmente sono possibili numerose combinazioni, dette impasti, di vari registri che accrescono ulteriormente la varietà timbrica dello strumento. Sempre per questo motivo l’esecutore dispone non solo di una, ma almeno di due o tre tastiere disposte una sull’altra (esistono organi che ne posseggono cinque e più), che permettono di abbinare ad ognuna un dato tipo di registro e di aumentare così il numero delle combinazioni timbriche. Lo strumento è anche dotato di una pedaliera, cioè di una serie di pedali disposti a raggiera con i quali si possono suonare le note più gravi.
TECNICA
Il controllo dei meccanismi di un organo richiede un perfetto coordinamento dei movimenti delle mani e dei piedi; questo difficile compito aggravato dal fatto che in pratica non esistono due strumenti uguali fra loro e quindi l’organista prima dell’esecuzione deve “studiare” lo strumento.
Poiché le canne dell’organo sono alimentate dall’aria in maniera costante, la eventuale diversa pressione del dito sui tasti non dà la possibilità di variazione di intensità. Lo strumento quindi è stato dotato di un particolare congegno detto a gelosia che conferisce allo strumento la possibilità di effetti, quali il crescendo e il diminuendo, tramite la lenta apertura o chiusura delle antine situate davanti alle canne.
DIFFUSIONE
Lo strumento che ha origini antichissime (si parla di un organo greco del III sec. a.C.), è sempre stato molto importante soprattutto come strumento utilizzato in chiesa. E’ uno strumento essenzialmente solistico: non mancano però esempi in cui viene impiegato all’interno dell’orchestra. Ricordiamo a proposito i Concerti per organo di Georg Friedrich Haendel.
TIMBRO
L’organo ha una grandissima varietà di timbri, cioè di registri: ogni epoca ne ha privilegiato alcuni per cui un organo “barocco” ha un colore espressivo assai diverso da un organo ottocentesco.
PARTICOLARITA’
Nel corso dei secoli l’organo si è evoluto aumentando sempre più le sue capacità tecniche e di conseguenza le sue dimensioni:
- l’organo portativo era, come dice la parola stessa, uno strumento portatile che veniva suonato con una sola mano perché l’altra era impegnata con il mantice;
- l’organo positivo era invece uno strumento “da camera” e si suonava con due mani perché i mantici venivano azionati da un’altra persona. Nel Trecento furono aggiunti i pedali e nel Quattrocento vennero inseriti i primi registri.
Uno degli organi più grandi costruiti negli ultimi anni si trova a Passau, in Germania, ed è dotato di circa 17.000 canne, 5 tastiere, 215 registri.
Esiste anche un piccolo organo domestico: l’harmonium. Si tratta sempre di uno strumento a tastiera in cui il suono è prodotto dalla vibrazione di ance libere che vengono sollecitate con l’aria spinta dal movimento continuo e alternato di due piccole pedane poste sotto i piedi dell’esecutore oppure, nei modelli più recenti, da un motore elettrico: la lunghezza e lo spessore delle ance determinano l’altezza della nota.
Rispetto all’organo, l’harmonium ha un limitato numero di registri (8-10)
Etichette: MUSICA
G. PIERLUIGI DA PALESTRINA
1525 ca.
Nasce a Palestrina, cittadina nei pressi di Roma.
1537
E’ fanciullo cantore nella basilica di S.Maria Maggiore a Roma.
1544
E’ nominato organista e maestro di canto nel Duomo di Palestrina.
1551
Su invito del Papa Giulio III, diviene maestro della Cappella Giulia a Roma.
1555-65
Ricopre varie cariche: nominato cantore presso la Cappella Sistina, viene subito licenziato in quanto non è celibe; passa allora all’incarico di maestro di cappella prima in S.Giovanni in Laterano, poi in S.Maria Maggiore, quindi diviene direttore musicale nel nuovo Seminario Romano. Nel frattempo si occupa anche di musica profana presso la villa di Tivoli del cardinale Ippolito d’Este.
1571
Ritorna all’incarico presso la Cappella Giulia.
1580
Rimasto vedovo, si risposa e si dedica alla pubblicazione dei propri lavori.
1594
Muore a Roma.
La ricca produzione di Palestrina è essenzialmente di genere vocale: comprende più di 100 messe, oltre 350 mottetti e molti madrigali sacri.
Celebre, fra tante, la Messa di Papa Marcello, scritta in memoria di Marcello II.
Da non trascurare tuttavia sono anche i suoi numerosi madrigali profani, come Vestiva i colli.
Etichette: compositori, MUSICA
CLAUDIO MONTEVERDI
1567
Nasce a Cremone; il padre è un medico.
1582
A soli 15 anni pubblica una raccolta di Canzonette a tre voci.
1587
Dà alle stampe il primo dei suoi nove fondamentali libri di Madrigali, lavori che costituiscono il culmine e anche la fine di questo genere musicale.
1590
Entra come violista e cantore nell’orchestra del duca Vincenzo Gonzaga a Mantova; compie nel contempo numerosi viaggi al seguito del Duca (fra l’altro nelle Fiandre) ed ha così modo di ampliare le sue conoscenze in campo musicale.
1607
Compone l’Orfeo, una “favola pastorale” in musica che viene presentata con grande favore a Mantova e che gli dà fama in tutta Italia.
1608
Sempre a Mantova fa rappresentare la sua seconda opera, l’Arianna, della quale però ci è pervenuto un solo brano, il Lamento di Arianna.
1610
Si dedica anche alla musica sacra, pubblicando una Messa a cappella a 6 voci, il Vespro della Beata Vergine e un Magnificat.
1612
Alla morte del Duca si trasferisce a Venezia, dove assume l’ambito incarico di “maestro di musica”, che manterrà sino alla morte.
1619
Pubblica il rivoluzionario Settimo Libro di Madrigali, che intitola Concerto, in cui il madrigale cinquecentesco è totalmente stravolto: vengono utilizzati strumenti e talvolta il canto è affidato a una o due voci sole. I madrigali si avvicinano così al nuovo genere del melodramma.
1632 ca.
Viene ordinato sacerdote.
1638
Appare l’ottava raccolta di madrigali, intitolata “Madrigali guerrieri e amorosi”: in essa si trova il Combattimento di Tancredi e Clorinda, ispirato a un episodio de La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.
1640
Pubblica una raccolta di musica religiosa dal titolo Selva morale e spirituale.
1641-42
A quest’epoca risalgono le uniche due opere, delle numerose scritte nel corso del periodo veneziano, pervenute sino a noi: Il ritorno di Ulisse in patria e L’incoronazione di Poppea. Su entrambe tuttavia pesa il dubbio che non possano essere totalmente attribuire a Monteverdi.
1643
Muore a Venezia.
Etichette: compositori, MUSICA
COMPLESSI DA CAMERA
L’uso contemporaneo di più strumenti diversi ha dato luogo a una grande varietà di organici che, in base al numero degli esecutori, si distinguono in: complesso da camera e orchestra.
La precisazione “da camera” incominciò ad entrare in uso nel Seicento per distinguere lavori come Concerti, Sonate, ecc., di genere e di ambientazione profana, da quelli “da chiesa”, di carattere e destinazione sacra.
Il termine “da camera” venne ad indicare quella musica destinata ad un limitato organico e che poteva quindi essere eseguita in una “camera”, cioè in un piccolo ambiente domestico. Bisogna infatti tener presente che solo nella seconda metà del Settecento iniziò a diffondersi l’abitudine dei concerti pubblici che erano in genere destinati alla musica orchestrale: la musica da camera rimase invece negli ambienti privati degli aristocratici e dei borghesi come semplice modo per fare musica insieme, senza la necessità assoluta che ci fosse il pubblico pagante. Solo con l’avvento del Romanticismo la musica da camera verrà eseguita in Sale da Concerto.
Al genere della musica da camera appartengono tutti quei brani eseguiti a due o più strumenti (fino a dieci). Quando l’esecutore è uno solo si parla di brano solistico.
Quindi abbiamo:
- il duo, ad esempio, per pianoforte e violino, pianoforte e violoncello, flauto e pianoforte, due violini, violino e viola, ecc.;
- il trio, in genere formato da pianoforte, violino e violoncello; oppure da violino, viola e violoncello (in questo caso viene definito “trio per archi”);
- il quartetto, costituito generalmente da due violini, una viola e un violoncello. Più raro è l’organico con pianoforte, violino, viola e violoncello;
- il quintetto, formato in genere da due violini, due viole e un violoncello (definito “quintetto di archi”). Si ha invece il “quintetto con pianoforte” quando uno degli archi è sostituito dal pianoforte.
Procedendo dobbiamo quindi citare il sestetto, il settimino, l’ottetto, il nonetto e il decimino: furono tutti organici in cui il tipo di strumenti poteva variare con estrema libertà.
Abbiamo visto che in sostanza gli strumenti più usati sono gli archi: non bisogna però dimenticare che esistono anche composizioni da camera per soli fiati.
Etichette: MUSICA
LE ORCHESTRE
Orchestra, in greco antico, indicava lo spazio del teatro destinato ai movimenti degli attori durante la rappresentazione delle tragedie; il termine fu poi ripreso agli inizi del Seicento con la nascita del melodramma per designare lo spazio in cui trovavano posto gli strumentisti più tardi fu adoperato per indicare l’insieme degli strumenti.
L’orchestra incominciò ad avere una formazione stabile a partire dalla fine del Seicento con la nascita del Concerto grosso che utilizzava essenzialmente gli archi e il clavicembalo.
Con il passare del tempo l’organico dell’orchestra si ingrandì grazie all’aggiunta di nuovi strumenti (di tutte le categorie), ma fu H.Berlioz, nell’Ottocento, a comprendere la necessità di indicare con precisione il numero degli orchestrali, dosando con attenzione la quantità dei diversi strumenti in modo che alcuni non prevalessero sugli altri, determinò anche la disposizione degli strumenti sul palco, tenendo conto della loro potenza sonora, per evitare che quelli dal suono più tenue venissero coperti da altri più potenti.
Ecco quali furono nel tempo, le diverse composizioni dell’orchestra.
Nel primo Settecento
(Bach, Haendel, Vivaldi). Circa 17 elementi (violini, viole, violoncelli, oboi, trombe, fagotti, clavicembalo e violone per il “basso continuo”).
Nel secondo Settecento
(Haydn, Mozart). Circa 30 elementi (violini, viole, violoncelli, contrabbassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, timpani).
Nel primo Ottocento
(Beethoven). Circa 60 elementi (violini, viole, violoncelli, contrabbassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, timpani, triangolo). L’orchestra incomincia a essere “sinfonica”.
Nel secondo Ottocento
(Ciaikovsky). Circa 80 elementi (violini, viole, violoncelli, contrabbassi, arpa, flauti, ottavino, oboi, corno inglese, clarinetti, fagotti, corni, tromboni, basso tuba, timpani, triangolo).
Nel primo Novecento
(Strawinsky, Respighi). Circa 100 elementi (violini, viole, violoncelli, contrabbassi, flauti, ottavino, oboi, corno inglese, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, basso tuba, timpani, triangolo, grancassa).
Il culmine di questo continuo ampliarsi dell’organico orchestrale venne raggiunto con i lavori di Gustav Mahler e di Richard Strauss, che inserirono in alcune composizione anche strumenti decisamente insoliti come i “campanacci da mucche” e la “macchina del vento”.
In reazione a questo continuo ingigantimento dell’organico orchestrale, incominciò a formarsi l’idea dell’orchestra da camera, con un numero assai limitato di esecutori (circa 15-20). Con l’avvento della musica jazz e leggera, l’orchestra ha acquistato caratteristiche particolari, grazie anche all’aggiunta di strumenti abitualmente non usati nell’orchestra sinfonica (come i saxofoni, la batteria e la chitarra).
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FRANZ LISZT
1811
nasce in Ungheria da madre tedesca.
1822
studia pianoforte e composizione a Vienna; si sposta quindi a Parigi, ma non può iscriversi al Conservatorio in quanto straniero: non svolge pertanto studi regolari.
1824-25
inizia la carriera di pianista virtuoso e compie le prime tournées in Gran Bretagna e in Francia. Compone i suoi primi pezzi, tra i quali sette Variazioni brillanti su un tema di Rossini e un Allegro di bravura. Si accosta anche all’opera, con Don Sancho ovvero Il castello dell’amore, ma senza successo.
1826-34
stabilitosi a Parigi, vive di lezioni private; conosce Paganini, Rossini ed anche vari scrittori, pittori e filosofi dell’epoca: la musica infatti sarà per lui sempre coinvolta con le altre forme d’espressione artistica. Studia ancora assiduamente il pianoforte, dà concerti e crea i suoi primi significativi lavori pianistici, come le Armonie poetiche e religiose.
1835-37
si stabilisce a Ginevra con Marie d’Agoult, dalla quale ha una figlia, Blandine; scrive il primo ciclo di Anni di pellegrinaggio per pianoforte, dedicato alla Svizzera. Intraprende un’intensa attività concertistica: scende anche in Italia, dove gli nasce la secondogenita Cosima. Inizia a comporre il secondo ciclo pianistico degli Anni di pellegrinaggio, dedicato all’Italia.
1838-42
scrive per pianoforte gli Studi di esecuzione trascendentale da Paganini. Ha un terzo figlio, Daniel. Continua a dare concerti non solo in Germania, ma anche in Russia, Belgio, Olanda, Portogallo, Turchia (dove suona nell’harem del sultano); si separa da Marie d’Agoult.
1847-48
considera conclusa la sua attività di concertista virtuoso e si stabilisce a Weimar come direttore dell’orchestra del Teatro di Corte. Qui entra in relazione con una principessa russa che lo spinge a comporre quelli che egli chiama poemi sinfonici: Tasso, lamento e trionfo, I preludi, Prometeo, Mazeppa, Amleto, ecc. In tutto ne scrive 12.
1849-50
A Weimar offre ospitalità a Wagner che da dovuto fuggire da Dresda; si interessa alle sue opere facendo rappresentare in prima assoluta il Lohengrin.
1852-57
scrive la Sonata in si minore per pianoforte. Organizza una serie di concerti in onore di Berlioz. Presenta i suoi due Concerti per pianoforte e orchestra.
1861-65
Lascia Weimar e si trasferisce a Roma, ove si fa abata e si dedica prevalentemente alla composizione di brani religiosi come gli oratori La leggenda di Santa Elisabetta e Christus.
1869-75
si assenta talvolta da Roma per tenere corsi di pianoforte a Weimar. La figlia Cosima sposa in seconde nozze Richard Wagner, che diviene così genero di Liszt. E’ nominato consigliere reale e poi presidente dell’Accademia Statale di Musica di Budapest, dove insegna pianoforte.
1886
viene solennemente festeggiato in molte città d’Europa per i suoi 75 anni, ma proprio in quel periodo, mentre si trova a Bayreuth per assistere ad alcune rappresentazioni delle opere di Wagner, muore di polmonite, lasciando come unico patrimonio la sua tonaca e pochi capi di biancheria.
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MAURICE RAVEL
1875 – Nasce in una cittadina dei Pirenei francesi.
1905 – Scrive due significativi lavori per pianoforte: una Sonatina ed un ciclo di cinque pezzi dal titolo Miroirs (specchi).
1906 – Le sue Storie naturali per canto e pianoforte suscitano un particolare scandalo per le forti novità espressive inserite.
1908 – Scrive la suite per pianoforte a 4 mani Mia mamma oca, ispirata al mondo delle fiabe.
1909 – Fonda, assieme ad alcuni amici, la Società Musicale Indipendente con lo scopo di diffondere la produzione di quei compositori giudicati troppo moderni e per questo rifiutati dagli ambienti concertistici tradizionali.
1914 – Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruola come autista: viene anche mandato in prima linea a Verdun ma, a causa della sua debole costituzione, viene presto congedato.
1917 – Termina un altro importante lavoro per pianoforte, Le Tombeau de Couperin (Omaggio funebre a Couperin), ispirato al musicista francese del primo Settecento.
1920 – Compone La valse (il valzer) per orchestra.
1922 – Orchestra i Quadri di una esposizione di Mussorgsky.
1923-28 – Intraprende con successo vari giri concertistici, come pianista e come direttore di propri lavori, in Europa, in Canada e negli Stati Uniti, dove incontra Gershwin. Compone l’operina Il bambino e i sortilegi e il Bolero.
1929-31 – Scrive due concerti per pianoforte e orchestra, uno dei quali per sola mano sinistra, come richiestogli da un pianista austriaco che aveva perso in guerra il braccio destro.
1932 – Incomincia a soffrire di gravi disturbi al cervello che progressivamente gli impediscono di leggere e di scrivere, poi anche di parlare.
1937 – Dopo un’inutile operazione muore a Parigi.
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IL CANTO GREGORIANO
Canto proprio della liturgia romana su testo tratto dalla Sacra Scrittura.
Arte musicale raffinata, non popolare, il canto gregoriano è monodico e ripudia gli strumenti. Costituisce un repertorio vasto, eterogeneo, per lo più anonimo, di circa 3000 melodie di epoche, forme, luoghi d’origine differenti. La storia del gregoriano si può dividere in vari periodi. Nei primi secoli i cristiani, provenendo da regioni culturalmente differenti, concorsero a formare riti e canti con caratteristiche diverse, e la chiesa di Roma, essendo legata alle chiese orientali, soprattutto a quelle greche, ne adottò la lingua e probabilmente anche i canti. Quando, verso la fine del sec. IV, essa si diede un rito proprio in latino, poco alla volta plasmò pure un proprio stile di canto, anche se con reminiscenze dei modelli giunti dall’Oriente. Perciò a Roma, lungo il sec. V, si andò formando un tipo di canto con forti influssi della musica ebraica, greca, bizantina. Tale canto, detto antico romano, è quello che confluirà più tardi nel canto gregoriano, ma per il sec. VII si parla ancora di canto romano. Verso il 753 gli antifonari romani (raccolte di testi letterari per i riti e i canti) passarono in Gallia, dove le melodie romane furono adattate ai gusti locali. Sarebbero queste le melodie che san Gregorio Magno, secondo una testimonianza di Giovanni Diacono (sec. IX), avrebbe fatto copiare e codificare in un antifonario archetipo, detto Antiphonarium cento. Il nome di canto gregoriano a ogni modo, fu usato per la prima volta solo alla fine del sec. VIII. Il repertorio di questo periodo primitivo è ritenuto il vero, autentito canto gregoriano e viene detto gallico-romanoi; a esso appartengono i canti del proprio della messa (Introito, Graduale, Tractus, qualche Alleluia, Offertorio, Communio) e, probabilmente, le Antifone e i Responsori dell’Ufficio.
Nel sec. IX Carlo Magno avviò un programma di espansione del canto gregoriano, che portò alla lenta eliminazione di altri riti e canti (come il gallicano e il mozarabico). In questo secondo periodo, che giunge fino al sec. XI, diversi monasteri divennero centri famosi per la diffusione del canto gregoriano (S.Gallo, Einsiedeln, Fulda, Tours, Corbie, Nonantola, Montecassino), si formarono i canti dell’ordinario della messa (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei) e fiorirono i tropi e le sequenze. Alla fine del sec. IX, con la nascita della scrittura musicale neumatica, le melodie, che fino ad allora si tramandavano oralmente, poterono essere ricordate con maggiore precisione e mantenersi esenti da infiltrazioni estranee. Ma dal sec. XI il canto gregoriano non poté evitare di subire i condizionamenti recati dalla musica trovadorica e dalla nascente polifonia, nella quale venne affermandosi l’uso di impiegare le melodie gregoriane per elaborazioni contrappuntistiche.
Dal sec. XVI alla prima metà del XIX si ebbe un periodo di decadenza del canto gregoriano, con varie alterazioni e mutilazioni delle melodie originarie; ne fu un esempio l’Editio medicea (1614-15) del Graduale, il libro contenente i canti della messa per tutto l’anno ecclesiastico. In essa i neumi furono interpretati misuratamente, cioè senza la libertà ritmica originaria, e i melismi (cioè i lunghi vocalizzi) vennero abbreviati. Una riedizione dell’Editio medicea fu effettuata tra il 1871 e l’81 ed è nota come Editio Ratisbonensis. Finalmente, a metà del secolo scorso i monaci benedettini dell’abbazia di Solesmes avviarono un’opera di ripristino del canto gregoriano per riportarlo all’integrità originaria. Si studiarono e si confrontarono i codici più antichi (secc. IX-X), promuovendo una più precisa interpretazione delle melodie, nonché una pratica esecutiva consona alla loro semplicità e purezza. Si avvertì inoltre l’esigenza di estendere la conoscenza dei codici a una più ampia cerchia di studiosi. Perciò, nel 1889, si cominciò a pubblicare la serie di volumi della Paléographie musicale, riproducenti in copia fotostatica gli antichi codici; mentre, a cura della Santa Sede, fu avviata nel 1905 la pubblicazione di una Editio vaticana delle melodie gregoriane ufficiali, scritte in note quadrate e senza segni d’interpretazione ritmica.
La teoria del canto gregoriano è basata su un sistema modale di otto scale, costituito da quattro modi detti autentici e quattro plagali, questi ultimi una quarta sotto gli autentici. A ogni modo autentico corrisponde un plagale, con cui ha in comune la nota ch funge da base alla melodia e da conclusione, detta finale. Si hanno così quattro finali, riferibili alle note re, mi, fa, sol. Questa teoria fece la sua prima apparizione nei secc. VIII-IX e ricalca, in parte, il sistema teorico della musica bizantina. Circa il ritmo, poco si sa di sicuro. Tra le varie ipotesi, i benedettini di Solesmes (in particolare i gregorianisti Dom Guéranger, Dom Pothier e Dom Macquereau) adottarono la teoria del ritmo libero, proprio della declamazione, dando a ogni nota il valore di durata suggerito dalla pronuncia della sillaba. Negli ultimi decenni, gli apporti dell’etnomusicologia allo studio delle tradizioni musicali antiche hanno contribuito a un nuovo indirizzo nell’impostazione del problema, rappresentato dalla cosiddetta semiologia gregoriana, secondo la quale i neumi antichi non sono da intendersi come una forma “incompleta” e “imperfetta” di notazione, ma come la trascrizione grafica di una prassi esecutiva “orale” che investe la struttura musicale stessa nei suoi aspetti ritmico-musicali ed espressivi. Sul controverso problema del ritmo gregoriano questa nuova impostazione ha proposto soluzioni ancora diverse da quelle classiche del “ritmo oratorio” di Dom Pothier, del “ritmo libero” di Dom Macquereau, o da quella “mensurale” avanzata da altri.
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GIROLAMO FRESCOBALDI
(Ferrara 1583 – Roma 1643) compositore.
Allievo di Luzzaschi, all’età di vent’anni si trasferì a Roma, dove, nel 1607, ebbe la nomina a organista in S.Maria in Trastevere. Nello stesso anno seguì il suo protettore, il cardinale Bentivoglio, nelle Fiandre. Esordì come compositore pubblicando ad Anversa una serie di madrigali (Il primo libro de madrigali a cinque voci). In seguito sarebbe tornato raramente alla musica vocale (si ricordano i due libri di Arie musicali a una-tre voci con clavicembalo o tiorba, 1630), che non gli era congeniale. E’ infatti nel campo della musica strumentale che Frescobaldi rivelò la sua grandezza e conquistò fama europea. Nel 1608, al ritorno dalle Fiandre, pubblicò a Milano un libro di Fantasie a quattro che, pur rivelando ancora palesemente la derivazione dai modelli polifonici vocali, già mostra di quale inventiva ritmica egli fosse capace, moltiplicando le possibilità dei giochi contrappuntistici. Dopo un soggiorno di alcuni mesi a Ferrara, vinto il concorso per il posto di organista alla cappella Giulia, Frescobaldi si stabilì a Roma, prestando contemporaneamente servizio per gli Aldobrandini; e a Roma rimase per tutto il resto della vita, salvo due parentesi; l’una a Mantova presso i Gonzaga (nel 1614, per soli due mesi), l’altra a Firenze presso il granduca di Toscana Ferdinando II (1628-34).
Sin dal tempo del suo definitivo trasferimento a Roma, Frescobaldi si era fatto apprezzare come compositore non meno che come organista; i contemporanei stupivano per l’arte prodigiosa con la quale sapeva trattare lo strumento, e le sue musiche erano tanto richieste da doversene tirare più edizioni in breve spazio di tempo. Questa popolarità acquisita in tutti gli ambienti, dai più umili agli aristocratici, da quelli dei semplici dilettanti a quelli dei più severi teorici, si spiega con l’assenza, in Frescobaldi, di ogni forma di astrazione intellettualistica e di meccanicismo; il rilievo che la materia musicale assume nelle sue composizioni, in un mirabile processo di semplicità e di appassionato candore, è tale da far dimenticare il problema dei mezzi tecnici. Questo particolare fascino si riflette nella riconquistata atmosfera religiosa, nel ritorno alla meditata spiritualità dell’ufficio ecclesiastico, al di là di ogni barocco turbamento dei sensi e senza il ricorso a quell’eloquenza mondana che dopo M.A.Cavazzoni aveva toccato in varia misura tutti i musicisti, impegnati a rivestire di note un culto sempre più esteriore. Di tale severità di intenzioni fanno fede il libro dei Ricercari et canzoni franzese (1615), nel quale Frescobaldi riassunse e concluse il processo storico di queste forme, trattandole con il più scrupoloso rispetto dei movimenti contrappuntistici, e i due libri di Toccate. Il primo (Toccate e partite d’intavolatura di Cimbalo, 1615) presenta una straordinaria varietà di situazioni musicali, anche per l’impiego massiccio della tecnica della variazione e della fioritura. Il secondo, dal titolo più ampio (Toccate, Canzone, Versi d’Hinni, Magnificat, Gagliarde, Correnti et altre partite d’intavolatura di Cimbalo et Organo, 1627), prevede esplicitamente un impiego liturgico di molte composizioni (alcune toccate, fra l’altro, sono scritte per l’elevazione, ed evitano accuratamente ogni virtuosismo per adagiarsi in un caldo clima contemplativo), pur non mancando di pagine di mero intrattenimento. Tra questi due libri, nel 1624, Frescobaldi ne pubblicò anche uno di Capricci fatti sopra diversi Soggetti, et Arie. Se poco aggiunge all’arte di Frescobaldi, la raccolta delle Canzoni a una-quattro voci per sonare con ogni sorte di strumenti (1628), di grandissimo rilievo è invece il risultato dei Fiori Musicali di diverse compositioni, Toccate, Kyrie, Canzoni, Capricci e Ricercari (Venezia, 1635), raccolta di 46 brani, fra i quali soltanto gli ultimi due sono profani (e fra questi è la celebre bergamasca). La raccolta si propone di presentare i brani occorrenti per tre messe per organo (della Domenica, degli Apostoli, della Madonna); costante è pertanto l’impiego delle melodie gregoriane, trattate secondo la tecnica della polifonia su canto fermo. Qui è abolito ogni apparato esteriore, e risultano persino semplificate le difficoltà di esecuzione; il discorso musicale appare sofferto, nato dopo un lungo travaglio fra tentativi e rifacimenti, e tuttavia spontaneo, di efficacia immediata, capace di imporsi come perentoria, chiarificante lezione di stile e di gusto. Nel 1645 vennero pubblicate, postume, le Canzoni alla francese in partitura, mentre numerose composizioni per organo restarono manoscritte e sono state edite solo in tempi moderni. Composizioni vocali sacre e profane furono pubblicate in antologie dell’epoca, altre restarono manoscritte.
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JOHANN MICHAEL HAYDN
(Rohrau 1737 – Salisburgo 1806) compositore austriaco.
Nel 1745 raggiunse a Vienna il fratello, Franz Joseph, e anch’egli divenne ragazzo cantore nel coro della cappella di S. Stefano. Nel frattempo continuava lo studio del violino, dell’organo e della composizione. Nel 1757 fu nominato Kapellmeister a Grosswardein, nel 1762 Hofmusicus e Concertmeister a Salisburgo alla corte dell’arcivescovo Colloredo, prima come supplente di L.Mozart e di A.Salieri, poi (1781) come successore di W.A.Mozart. Svolgeva intanto attività di compositore, di organista presso varie chiese e di insegnante; furono suoi allievi, tra gli altri, C.M. von Weber, A.Diabelli, A.Reicha.
Sposò la cantante Magdalena Lipp, interprete, fra l’altro di opere di Mozart. Nel 1777 compì un viaggio in Italia; tornato in patria, nel 1800 perdette quasi tutti i suoi beni in seguito all’occupazione di Salisburgo da parte delle truppe francesi. Si trasferì allora a Vienna, dove gli vennero in aiuto il fratello e l’imperatrice Maria Teresa.
Nel 1804 fu nominato membro dell’Accademia reale di musica di Svezia; l’anno seguente, l’imperatrice gli commissionò un Requiem, ma la morte lo interruppe al Dies irae.
Fra le principali composizioni di Haydn fu apprezzato soprattutto come autore di musica sacra, in lingua latina ma anche, secondo le direttive di riforma dell’arcivescovo Colloredo, in tedesco. Inferiori alla produzione sacra, ma non prive di interesse, sono le composizioni per teatro e strumentali, caratterizzate soprattutto da una sicura conoscenza della voce e delle risorse strumentali.
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GIOACCHINO ROSSINI
Nato a Pesaro il 29 febbraio 1792, Rossini esordì come compositore al Teatro San Moisè di Venezia nel 1810 con l’opera comica La cambiale di matrimonio. Per tredici anni dominò le scene italiane, per le quali compose oltre trenta opere tra buffe, serie e semiserie. Fra i successi più notevoli di questo periodo vi furono la farsa giocosa Il signor Bruschino o il figlio per azzardo, rappresentata al San Moisè di Venezia nel gennaio 1813, l’opera buffa Il barbiere di Siviglia, rappresentata al Teatro Argentina di Roma il 20 febbraio 1816, il melodramma realistico La gazza ladra, rappresentato alla Scala di Milano il 31 maggio 1817, e il melodramma tragico Semiramide, rappresentato alla Fenice di Venezia il 3 febbraio 1823. Nel 1822 Rossini lasciò la direzione del Teatro San Carlo di Napoli, alla quale era stato chiamato nel 1815, e iniziò un lungo viaggio trionfale in Europa, che lo portò a Vienna, a Londra e infine a Parigi. Nella capitale francese assunse la direzione del Théatre del Italiens e riscrisse due lavori nel periodo napoletano, la tragedia lirica L’assedio di Corinto (1826) e il melodramma sacro Mosè (1827). Con il melodramma tragico in quattro atti Guglielmo Tell, rappresentato all’Opéra di Parigi il 3 agosto 1829, Rossini, giunto al culmine di una precoce e brillante carriera, cessò improvvisamente di produrre per il teatro e, circondato dalla venerazione dei musicisti contemporanei, si limitò a scrivere pezzi di musica sacra, vocale e da camera e composizioni scherzose. Morì a Passy, presso Parigi, il 23 novembre 1868, e la sua salma venne traslata nella chiesa di Santa Croce a Firenze nel 1887.
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IL NABUCCO
Con la prima rappresentazione alla Scala di Milano dell’opera in quattro atti Nabucodonosor, meglio conosciuta come Nabucco, Giuseppe Verdi (Parma 1813-Milano 1901) conseguì, dopo un esordio difficile, il primo di una lunga serie di trionfi di pubblico e di critica.
Il compositore parmense, che per le origini sociali modeste e le difficoltà finanziarie della famiglia si era visto negare l’ingresso al conservatorio di Milano, aveva incominciato a frequentare gli ambienti musicali milanesi negli anni in cui dominava il repertorio di Gaetano Donizetti e Giuseppe Saverio Mercadante. La sua prima opera comica, Un giorno di regno, tratta da un vecchio libretto di Felice Romani, aveva incontrato un clamoroso insuccesso.
Il Nabucco, tratto da un libretto di Temistocle Solera, narra come gli assiri, guidati dal re Nabucco (contrazione dell’originario Nabucodonosor), occupino Gerusalemme e conducano gli ebrei in cattività, ma come alla fine la vittoria arrida agli ebrei. La nota vicenda biblica consentiva a Verdi una lettura metaforica che trasferiva nella sofferenza e nella lotta degli ebrei quella degli italiani schiacciati dall’invasore austriaco.
In particolare il celebre coro del III atto, Va, pensiero, sull’ali dorate, coi suoi versi di trasparente attualità, “Oh mia patria sì bella e perduta!”, fu considerato un vero e proprio inno patriottico. Nell’anno successivo, con la prima alla Scala del dramma lirico in quattro parti I lombardi alla prima crociata, Verdi ripeté il trionfo del Nabucco, imponendosi come il maestro indiscusso della musica romantico-patriottica italiana.
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JOHANN SEBASTIAN BACH
Sino alla metà dell'Ottocento non c'era differenza tra musica classica e leggera. Mozart e Beethoven hanno scritto decine di melodie per balli e feste di paese. Sulla piazza del mercato di Lipsia c'è una targa che ricorda il "Caffè Zimmermann", dove nel Settecento un signore sulla quarantina dirigeva musiche da salotto. Era un uomo fiero e parsimonioso come certi contadini. S'era sposato due volte e aveva venti figli. Parliamo di Johann Sebastian Bach, uno dei più grandi compositori nella storia della musica.
Oggi, più di 200 anni dopo, le sue opere sono studiate dagli allievi di tutti i conservatori del mondo. E ogni giorno vengono eseguite in migliaia di sale da concerto. Eppure Bach si considerava poco più di un artigiano. Due dei suoi figli, Johann Christian e Carl Philipp Emanuel, per un certo periodo sono diventati più celebri del padre.
Bach nacque nel 1685 a Eisenach, da una famiglia che da quasi due secoli dominava la scena musicale della Turingia, regione della Germania centro-settentrionale. Veit Bach, il capostipite della dinastia era un fornaio ungherese: lo chiamavano il "mugnaio con la cetra". Orfano a 10 anni, era stato accolto dal fratello maggiore, Johann Christoph, organista che lo aveva mandato al ginnasio.
A 18 anni, finita la scuola, Johann Sebastian iniziò a fare il musicista di professione, come il nonno, il padre e il fratello. Presto scoprì che era un mestiere ricco di amarezze: all'inizio del Settecento gli artisti facevano fatica a sbarcare il lunario e a trovare un impiego. Il musicista, come un servo, indossava la livrea e mangiava al tavolo dei camerieri.
Nell'aprile del 1703 Bach ottenne il primo incarico alla corte di Weimar, con i compiti di "violinista e lacchè". Pochi mesi dopo si trasferì a Arnstadt, come organista e Kantor, cioè maestro di musica. Nel 1707, a 22 anni, andò a Muhlhausen dove compose i primi lavori, tra i quali la cantata Gott ist mein Konig (Dio è il mio re). L'anno dopo diventò organista e Kammermusikus del duca Johann Ernst, incarico che tenne per otto anni.
Nel 1716 a Weimar si liberò il posto di Kapellmeister, cioè direttore d'orchestra, uno degli impieghi più ambiti dell'epoca. L'anno dopo Bach accettò l'invito del principe Leopoldo di Kothen, dove trovò uno stipendio più che raddoppiato, il rango di "ufficiale di casa", l'alloggio a palazzo e un'orchestra di eccellenti musicisti. Proprio alla corte di Kothen Bach compose i primi capolavori strumentali: le Partite e le Suites inglesi e francesi per clavicembalo, Le Sonate e Partite per violino, i sei Concerti branderburghesi.
Nel 1722 il musicista si trasferì a Lipsia, fiorente città commerciale e sede di un'antica università. Il suo nuovo incarico era quello di "direttore di musica" alla Scuola di San Tommaso, una delle cariche più prestigiose della Germania di quel tempo. I suoi doveri comprendevano 4 ore di insegnamento al giorno (compreso il latino) e l'allestimento musicale delle funzioni religiose. Doveva condurre una vita esemplare e non poteva lasciare la città senza il permesso del borgomastro.
Fu in questo periodo che nacquero le opere sacre più famose: le Passioni, gli Oratori, la grande Messa in si minore, una cinquantina di Cantate e sei Mottetti. Negli ultimi 8 anni di vita, Bach raggiunse le vette della creazione musicale. Nel 1742 fece un viaggio a Dresda, dove conobbe il conte Keyserlingk, un mecenate che gli commissionò le Variazioni Goldberg, dal nome del clavicembalista che doveva suonarle.
Cinque anni dopo andò a Berlino, dove il figlio Carl Philipp Emanuel era diventato clavicembalista di Federico il Grande. Il sovrano, buon compositore e ottimo suonatore di flauto, gli propose un tema sul quale improvvisare. Nacque l'Offerta musicale, che Bach fece stampare a proprie spese e offrì al re nel luglio 1747. E' anche l'anno in cui iniziò la composizione del capolavoro assoluto, l'Arte della fuga.
Nella primavera del 1749 Bach si ammalò e diventò cieco. Un chirurgo inglese lo operò più volte di cataratta, ma senza esito. Morì a Lipsia nel luglio 1750.
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ANTONIO VIVALDI
Immaginate di essere a Venezia all'inizio del Settecento. La città ha perso da tempo il ruolo di guida politica ed economica. Le sue bellezze, naturali e artistiche, continuano ad attirare visitatori da ogni parte d'Europa. E' soprattutto l'atmosfera musicale che attrae i viaggiatori. La gente improvvisa canti per le strade e sulla Laguna. I ricchi mercanti prendono lezioni di violino e ospitano gli artisti più celebri. Fioriscono le composizioni sacre e operistiche. Il cuore della musica, come nel tardo Cinquecento, è ancora la basilica di San Marco: nei giorni di festa, le funzioni religiose diventano veri e propri concerti.
Tra i musicisti più applauditi c'è Antonio Vivaldi, figlio di un violinista della cappella di San Marco. Nato a Venezia nel 1678, Vivaldi riceve le prime lezioni dal padre. Nel 1703 diventa sacerdote, ma l'anno successivo, a causa delle precarie condizioni di salute, viene dispensato dal celebrare la Messa e si dedica completamente alla musica.
Soprannominato il "prete rosso" per via dei rossi capelli, Vivaldi si afferma come compositore e maestro di violino al Conservatorio della Pietà, un'istituzione benefica che accoglieva ragazze povere e orfane, nella quale la musica era una parte importante dell'educazione. Le "Figlie della Pietà" erano abili nel suonare il clavicembalo, il violino, il violoncello, la viola d'amore, la tiorba e il mandolino. I loro concerti attiravano un gran numero di curiosi, richiamati dallo spettacolo di un'orchestra formata da ragazze giovanissime, che rimanevano però nascoste alla vista del pubblico da una fitta grata.
Vivaldi mantiene l'incarico al Conservatorio della Pietà per 36 anni: un lungo periodo che non gli impedisce di lasciare più volte Venezia per comporre e dirigere in altre città. Nel 1712 dà alle stampe una delle opere più celebri. L'estro armonico: dodici concerti per uno, due o quattro violini accompagnati da strumenti a corde e dal clavicembalo. Una raccolta che diventa modello per i musicisti dell'epoca.
Nonostante 40 opere e molta musica sacra, Vivaldi è noto soprattutto per le pagine strumentali. Componeva con grande facilità: era capace di abbozzare una sonata in pochi giorni, e si vantava di finire una partitura in un tempo minore di quello che serviva a uno scrivano per ricopiarla. I concerti per strumenti ad arco e a fiato, capolavori del Barocco italiano, rivelano un'inesauribile vena melodica e un ritmo vivace.
Nel 1725 Vivaldi pubblica la raccolta di concerti intitolata Il cimento dell'armonia e dell'invenzione. E' l'opera che contiene le Quattro stagioni, uno dei primi esempi di musica descrittiva, a imitazione della natura. Le Quattro stagioni godevano di grande fama già al tempo di Vivaldi. Si racconta che un giorno, il re di Francia, volendo ascoltare a tutti i costi la Primavera, costrinse un gruppo di nobili a improvvisare un'orchestra.
Nel 1728 il compositore dedica all'imperatore austriaco Carlo VI lo spartito della Cetra: una raccolta di musiche che gli frutta un buon contratto e un posto d'onore alla corte viennese. Dello stesso periodo sono le composizioni per flauto, archi e cembali, che contengono pagine famose come la Tempesta di mare, e Del cardellino e La pastorella.
Nel 1741 Vivaldi lascia Venezia per ritornare a Vienna, dove muore a 63 anni per una banale infiammazione. Un viaggio misterioso, una fine in miseria: viene sepolto senza cerimonia in un cimitero che non esiste più. Pochi anni fa si è scoperto il suo nome nel registro del duomo di Santo Stefano. C'era una scritta: "Funerale dei poveri, due soli tocchi di campana".
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FRYDERYK CHOPIN
"Giù il cappello, signori: un genio". E' così che all'inizio dell'Ottocento i salotti musicali europei erano soliti accogliere il compositore polacco Fryderyk Chopin. Era l'epoca del Romanticismo: gli artisti si abbandonavano a slanci eroici, si lasciavano guidare dal sentimento e dalla nostalgia. La musica di Chopin racconta tutto questo: malinconie, passioni e il grido di libertà per un popolo oppresso.
Fryderyk nacque il 22 febbraio 1810 a Zelazowa Wola, un villaggio a dieci chilometri da Varsavia. Il padre Nicola, nato in Francia, si era trasferito in Polonia a 16 anni. Dopo aver fatto il contabile, era diventato insegnante di francese, lingua molto diffusa durante l'epoca napoleonica. A Zelazowa Chopin padre aveva trovato lavoro come istitutore in una famiglia nobile e si era sposato con Justine, governante del conte Skarbek.
Fryderyk ricevette le prime lezioni di pianoforte dalla madre. Poi studiò con Gregor Zywny, allievo di un allievo di Bach. Da bambino trascorse le vacanze a Szafarnia, nella pianura di Danzica. La vita dei contadini e il fascino dei suonatori di violino lasciarono nella sua memoria il ricordo indelebile delle tradizioni popolari e del folclore polacco.
Chopin diventò presto un brillante virtuoso. Sfoggiava una tecnica prodigiosa, una straordinaria agilità delle mani e delle dita. A sedici anni aveva già un aspetto signorile.
I contatti con la nobiltà polacca lo fecero conoscere al grande pubblico. A 19 anni s'innamorò della cantante Costanza Gladkowska, alla quale dedicò l'adagio di un concerto. Le scrisse in una lettera: "Racconto al pianoforte ciò che potrei confidare a te solo". Una frase che contiene l'essenza del musicista romantico: affidare alle note i propri sentimenti.
Nel 1830 Chopin partì per un lungo viaggio. Fu una decisione sofferta, perchè a Varsavia c'era molta tensione. I polacchi insorsero contro re Costantino, fratello dello zar di Russia. Non era il clima ideale per un artista. Chopin era diviso tra l'amore per il suo popolo e il desiderio di fuggire. Alla fine gli amici lo convinsero: lasciò Varsavia il 2 novembre 1830. Si portò dietro una grande tristezza e una manciata di terra polacca.
Dopo una tappa a Dresda, Chopin si fermò otto mesi a Vienna. La lontananza gli procurava un'intensa malinconia. Un giorno di primavera, dopo una passeggiata al Prater (il grande parco sulla sponda destra del Danubio), annotò sul suo diario: "Neppure la musica oggi mi consola. Non so che cosa mi manca, e ho più di vent'anni". Le notizie dalla Polonia erano frammentarie. L'esercito si era ribellato al re Costantino, il Paese rimase isolato. Si scatenò la repressione russa. Nel settembre 1831 la lotta del popolo polacco si concluse con l'occupazione di Varsavia. Chopin era disperato, ma riuscì a comporre un capolavoro, La caduta di Varsavia, un canto d'amore per la patria.
Il 18 settembre 1831 Chopin era a Parigi, dove incontrò i musicisti Rossini, Berlioz e Liszt. Nei primi mesi visse di stenti. Poi arrivò il colpo di fortuna: un nobile lo presentò al barone Rotschild. In breve Fryderyk divenne celebre. Suonava nei migliori salotti e insegnava pianoforte ai rampolli della nobiltà. Ormai era ricco: vestiva con raffinatezza, si permetteva un maggiordomo e una carrozza.
Nel dicembre 1836 incontrò la scrittrice francese George Sand, della quale s'innamorò. Intanto si faceva strada la malattia: tubercolosi polmonare. I medici gli consigliarono di passare l'inverno in una località di mare. La coppia partì per l'isola spagnola di Maiorca, ma la tosse si faceva sempre più acuta e insistente, Chopin, tuttavia, trovò le energie per comporre la Polacca op.40 numero 1. Lo zar di russia, intuendone la forza rivoluzionaria, vietò di suonarla.
Nell'aprile 1848 il compositore era in Inghilterra e in Scozia. Risale a questo periodo l'unica fotografia di Chopin: si vede un musicista invecchiato, scavato dalla malattia. Al ritorno da Londra si trasferì in un alloggio in Place Verdome, forse la più bella piazza di Parigi. Morì il 17 ottobre 1849, all'età di 39 anni.
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