QUESTA È UNA RACCOLTA DI NOTIZIE E FATTI STORICI, ADATTA PER RICERCHE SCOLASTICHE E PER ARRICCHIRE IL PROPRIO BAGAGLIO CULTURALE.
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PIRANDELLO FASCISTA

L’adesione di Luigi Pirandello al fascismo trovò le sue ragioni profonde nel sentimento di sfiducia da lui sempre ostentato verso i presupposti e, più ancora, verso le concrete realizzazioni dello Stato liberale democratico postunitario. All’interno della pagina pirandelliana e nella fitta corrispondenza epistolare frequenti furono i momenti in cui l’autore si abbandonò a invettive feroci contro i rappresentanti della politica italiana di fine Ottocento e inizio Novecento. E altrettanto frequenti furono le dichiarazioni di segno  evidentemente antidemocratico: “La causa di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? – proclamava un personaggio del Fu Mattia Pascal – La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza”. E, altrove, in un articolo del 1909, scritto per il giornale “La Preparazione”, Pirandello, osservando la negatività della situazione presente, affermava: “Chi può salvarci è l’Uno”, un individuo eccezionale le cui caratteristiche si condensavano nell’essere “un grande statista”, “un grande capitano”. Alla luce di questi presupposti, la comparsa di Mussolini poté apparirgli come lo sbocco di un lungo periodo di attesa. Il capo del fascismo veniva e essere colui che era riuscito a imporre, anche all’impetuosa e convulsa situazione italiana del dopoguerra, un ordine, una “forma”. Era “il formidabile creatore”, il “superbo animatore” della vita della nazione, secondo quanto il drammaturgo dichiarava al giornale “L’Impero” pochi giorni dopo la sua iscrizione al fascismo. In realtà, un’adesione tanto entusiastica avrebbe con il tempo dovuto scontrarsi con non poche delusioni e si sarebbe stemperata in un atteggiamento solitario e disincantato. Ciononostante Pirandello avrebbe continuato fino al momento della sua morte, avvenuta nel 1936, a farsi alfiere dell’Italia fascista durante le sue frequenti peregrinazioni in giro per il mondo, al seguito dei suoi personaggi teatrali.

I FASCI SICILIANI

Con il termine “fasci” si indicarono le organizzazioni proletarie sorte negli anni 1892-1893 in alcune località della Sicilia, dove la crisi economica aveva determinato una fortissima tensione sociale, e diffusesi rapidamente fino a costituire un grande movimento di massa. Ne facevano parte contadini, braccianti, mezzadri e, a seconda delle località, minatori, artigiani, piccoli commercianti e piccoli proprietari: un’ampia compagine sociale, dunque, a cui parteciparono anche molte donne e bambini. Capeggiato da uomini di orientamento socialista, come Nicola Barbato, Rosario Garibaldi Bosco e il deputato Giuseppe De Felice-Giuffrida, quello dei Fasci fu soprattutto uno spontaneo movimento popolare di protesta, che affiancava la battaglia contro l’eccessivo fiscalismo e la rivolta contro la tirannia dei “galantuomini”, nelle amministrazioni locali, alla richiesta di revisione dei patti agrari e alla rivendicazione di terre da coltivare. Affermatisi anche grazie all’atteggiamento liberale di Giolitti, che si limitò a garantire l’ordine senza impedire l’organizzarsi delle opposizioni, i Fasci siciliani furono duramente repressi (un centinaio furono le vittime) da Crispi, il quale tornato al potere nel dicembre 1893, presentò il movimento come una vasta cospirazione tesa a sovvertire lo Stato e nel 1894 fece eseguire circa duemila arresti e condannare a dure pene detentive i dirigenti.

ACHILLE LAURO E IL LAURISMO

Il 13 febbraio 1958 il governo sciolse per gravi irregolarità amministrative il consiglio comunale di Napoli, insediando un commissario. Si poneva così fine al predominio dell’armatore Achille Lauro, sindaco fino a poche settimane prima, allorché si era dimesso per partecipare alle elezioni politiche. Nelle elezioni del giugno 1952 la lista delle destre apparentate, con Lauro capolista, aveva conquistato il 40% dei voti, cioè la maggioranza relativa, e la maggioranza assoluta dei seggi. Lauro, in virtù delle sue fortune private, sembrava allora poter garantire una fruttuosa e corretta gestione del denaro pubblico, ma, dopo essersi fatto notare per i metodi spregiudicati usati in campagna elettorale per accaparrarsi i voti, gestì in modo assai personalistico i 35 miliardi della legge speciale su Napoli, approvata dopo la sua ascesa in Comune. La sua giunta si caratterizzò negli anni successivi per l’impulso indiscriminato dato al settore edilizio, che stravolse il volto della città con la sistemazione urbanistica di piazza Municipio e del rione Carità e la costruzione del villaggio Lauro, e per l’uso propagandistico dell’assistenza pubblica. Fin dall’esercizio del 1954 il bilancio del Comune presentò un considerevole deficit, derivante anche dall’aumento spropositato dei dipendenti pubblici. Nelle elezioni del 1956, la maggioranza laurina ottenne il 51,7%. Lauro come sindaco di Napoli poté contare sull’acquiescenza della DC, che, fallita la legge elettorale maggioritaria nel 1953, aveva necessità in Parlamento dei voti monarchici. Il suo ruolo nazionale fu però indebolito dalla scissione monarchica del 1954, mentre fu accolta con preoccupazione l’affermazione della lista del “comandante” nelle regionali sarde del 1957. Dopo le elezioni del 1960 Lauro ritornò a capo dell’amministrazione napoletana con una debole maggioranza, ma il consiglio comunale fu nuovamente sciolto, e nel 1962 conquistò la maggioranza la DC di Silvio e Antonio Gava.

 

I MILLE

Non si è mai potuto stabilire con precisione il numero dei volontari al seguito di Garibaldi al momento dello sbarco a Marsala. L’elenco ufficiale, compilato nel 1878, comprendeva 1088 uomini e una donna, Rosalia Montmasson, la moglie di Francesco Crispi, ma sembra che il numero effettivo fosse leggermente superiore. Per la maggior parte le “camicie rosse” erano lombardi (434, fra i quali un nutrito gruppo di 180 bergamaschi); le altre regioni più rappresentate erano il Veneto (194), la Liguria (156, quasi tutti genovesi), la Toscana (78, in grande maggioranza livornesi), la Sicilia (45, in maggioranza palermitani). Pochi erano i piemontesi, sia per la scarsa tradizione insurrezionale del Piemonte sia perché molti dei possibili volontari erano già stati assorbiti nell’Esercito regolare del Regno di Sardegna. Dal punto di vista sociale i Mille (termine che entrò in uso assai più tardi) riflettevano la composizione delle forze della sinistra: per metà erano professionisti e intellettuali, per l’altra metà artigiani e operai delle città. Era totalmente assente la componente contadina, che pure rappresentava la grande maggioranza della popolazione italiana. La maggior parte dei garibaldini aveva alle spalle una lunga esperienza di militanza cospirativa: alcuni erano veterani della guerra del 1848 e della difesa di Roma e di Venezia, molti avevano combattuto con i Cacciatori delle Alpi nella II guerra d’indipendenza. Alla fine della campagna l’esercito garibaldino arrivò a contare quasi 50.000 uomini. Molti volontari, circa 20.000, che non avevano fatto in tempo ad arrivare a Genova al principio di maggio, raggiunsero Garibaldi in successive spedizioni, organizzate prevalentemente dal Partito d’azione mazziniano, tra maggio e settembre. Altri 25-30.000 erano meridionali che si posero al seguito di Garibaldi durante la marcia da Marsala a Teano. Molto scarso fu invece l’effetto della leva obbligatoria proclamata in Sicilia il 14 maggio, che segnò uno dei più gravi fallimenti di Garibaldi dittatore.

1941 - RADIO LONDRA

Le trasmissioni di Radio Londra, che andavano in onda dopo la celebre sigla costituita dal segnale morse, composto da tre punti e una linea, corrispondente alla lettera V di “vittoria” ed evocativo del motivo di apertura della V sinfonia di Beethoven, iniziarono a essere indirizzate verso le nazioni soggiogate dall’occupazione nazista nell’autunno del 1939. Fin da quel momento, pur essendo l’Italia una nazione ancora non belligerante, venne costituita una redazione italiana. Il primo discorso rivolto al nostro paese fu letto il 22 dicembre 1939 dal colonnello Harold Stevens, che divenne poi una delle voci più note di Radio Londra. Con l’evolvere del conflitto l’impegno e le caratteristiche delle trasmissioni si modificarono: da un solo commento settimanale a cura del colonnello Stevens nel 1939 si passò nel 1940-1941 a una serie articolata di trasmissioni della durata di mezz’ora, mandate in onda più volte nel corso della giornata. Nel 1943 e 1944 furono realizzati due programmi di particolare importanza. il Fighters and workers programme (Programma per i combattimenti e i lavoratori), che ebbe come principale conduttore Umberto Calosso, veniva mandato in onda alle 6.30 e alle 17.30 per la durata di un quarto d’ora e dava notizie sulla situazione militare italiana, trasmettendo anche messaggi alle famiglie dei soldati fatti prigionieri. L’altra trasmissione, La voce di Londra, alle 16.30 e alle 22.30, mandava in onda per circa mezz’ora notiziari, commenti, sceneggiati radiofonici sui più importanti episodi del conflitto, interviste, ritratti di protagonisti politici e militari, messaggi speciali per le forze della resistenza.

Tra i collaboratori di Radio Londra impegnati nella conduzione delle varie rubriche vi furono Aldo Cassutto (un giornalista triestino che elaborava i testi del colonnello Stevens), Ruggero Orlando, Livio Zeno Zencovich, Umberto Limentani, Piero e Paolo Treves, Elio Nissim, John Joseph Marus (che, sotto le pseudonimo di Candidus, attaccava duramente le parole d’ordine della propaganda fascista).

 

1822 - IL CONGRESSO DI VERONA

Fra l’ottobre e il dicembre 1822 si svolse a Verona il congresso degli Stati europei per discutere di vari problemi: la situazione italiana dopo i moti del 1820-1821, e in particolare la questione della successione di Carlo Alberto al trono di Sardegna, l’opportunità di un intervento militare in Spagna per reprimere i costituzionalisti, i problemi aperti dalla proclamazione dell’indipendenza della Grecia. Al congresso parteciparono principi e sovrani di tutta Europa, accompagnati da ministri degli esteri, ambasciatori e plenipotenziari. Visto che in Italia l’ordine era stato ristabilito, si decise per il progressivo ritiro delle forze austriache dal Piemonte e dal Napoletano, e furono respinte le proposte di Carlo Felice di escludere dalla successione al trono sabaudo Carlo Alberto, reo di aver ceduto alle pressioni dei costituzionali. Venne però richiesto a Carlo Alberto di dare prova di fedeltà all’assolutismo: la prova fu data dal principe nel 1823 nei combattenti di Cadice contro i costituzionalisti spagnoli. Cadde definitivamente, per l’opposizione delle altre potenze, anche il progetto austriaco di una lega degli Stati italiani sotto il controllo dell’Austria, e fu respinta, per l’opposizione dei rappresentanti pontificio e toscano, la proposta del duca di Modena di istituire un ufficio centrale di polizia politica con sede a Verona. Riguardo alla Spagna, il congresso affidò alla Francia il compito di reprimere militarmente l’insurrezione e di ristabilire l’ordine legittimista. Più complessa si presentava la questione greca, per la quale mancava un accordo fra le potenze, e per la prima volta, contro il parere dell’Austria e della Prussia, venne approvata la proposta di riconoscere, almeno in questo caso particolare, il diritto all’indipendenza nazionale, escludendo il principio di intervento.

 

IL PIANO SOLO

Il piano SOLO fu predisposto nel 1964 dal comandante dei carabinieri, il generale Giovanni De Lorenzo, già capo del SIFAR dal 1953 al 1962, e fu così chiamato perché prevedeva il solo intervento dei carabinieri qualora una grave crisi politica avesse richiesto misure straordinarie per la difesa dell’ordine.

Il 26 giugno, giorno delle dimissioni del governo Moro, sembrò a De Lorenzo che il piano dovesse scattare. Convocò a Roma i capi delle tre divisioni dell’Arma e consegnò loro le copie del piano SOLO e li pose in allerta, riservandosi di comunicare il momento dell’azione. I tre comandanti ricevettero anche gli elenchi degli “enucleandi”, cioè delle personalità da arrestare e trasferire in Sardegna. Il piano prevedeva l’occupazione delle grandi città e dei loro luoghi strategici e la repressione delle eventuali reazioni del paese. De Lorenzo era, nell’estate 1964, in stretto contatto con il Quirinale. Antonio Segni, contrario al centrosinistra, era dal canto suo visibilmente preoccupato per la crisi economica e manifestava timori per l’ordine pubblico, nel caso si fosse composto un governo senza il PSI. Ciò che accadde effettivamente nell’estate 1964 non è però stato mai chiarito. Il piano SOLO fu rivelato dall’Espresso nel maggio 1967. Nel corso del processo intentato contro il settimanale romano da De Lorenzo (divenuto dal 1968 deputato, prima del PDIUM poi del MSI) emersero le prime risultanze sul tentato golpe e sulle deviazioni del SIFAR, sebbene il presidente del consiglio Moro opponesse una serie di “omissis”, si rifiutasse cioè in nome della sicurezza dello Stato di consegnare intere parti dei documenti richiesti dai magistrati. Dopo le elezioni del 1968 si formò anche una commissione parlamentare d’inchiesta. Gli “omissis” sono stati tolti solo alla fine del 1990, anche se è rimasto coperto da segreto l’elenco degli “enucleandi” e non sono stati chiariti i legami del piano SOLO con un’altra vicenda oscura, quella di Gladio.

 

LE TERMOPILI

Il patto di alleanza tra Atene e Sparta, nella Seconda guerra persiana, assegnava agli Spartani il comando supremo dell’esercito, com’era naturale data la loro perfetta e collaudata preparazione militare.
Le truppe persiane, passato l’Ellesponto su un ponte di barche, attraversata la Tracia (da tempo territorio persiano) e la neutrale Macedonia, si preparavano a invadere la Grecia da Nord, appoggiate da mille navi che si dirigevano verso l’istmo di Corinto.

Di fronte a questo attacco a tenaglia, ai generali spartani parve indispensabile difendere l’istmo, dove concentrarono il massimo delle forze, mentre al confine settentrionale della Grecia si limitarono a inviare poche centinaia di soldati.

Questi si concentrarono in una gola montuosa, il passo delle Termopili, che i nemici dovevano necessariamente attraversare per invadere la Grecia, e che per i Persiani significava un difficile ostacolo. Essi cercarono quindi di aggirarlo con uno stratagemma: individuarono un soldato greco che, in cambio di denaro, rivelò l’esistenza di un passaggio segreto grazie al quale i Persiani piombarono da Sud alle spalle delle truppe spartane.

Il comandante Leonida aveva due scelte: arrendersi e finire prigioniero con i suoi uomini, o resistere con la sicurezza di essere comunque sconfitto, data l’eccezionale superiorità numerica dei nemici. Senza esitare decise per la resistenza, sia perché l’educazione ricevuta a Sparta faceva coincidere la resa con la vigliaccheria, sia perché, impegnando i nemici in battaglia, avrebbe dato ai suoi alleati più tempo per organizzare la difesa.

Decisi, quindi, ad affrontare morte sicura, i 300 uomini di Leonida si batterono con eroico coraggio e furono tutti uccisi.

 

L’UOMO DI NEANDERTAL

L’Uomo di Neandertal è uno dei protagonisti della Preistoria in Europa.

Nel 1856 furono casualmente scoperti, in una valle della Germania che si chiama appunto Neandertal, un cranio e delle ossa che potevano essere attribuiti a un ominide della specie Sapiens. Studi accurati condotti anche su un centinaio di altri reperti molto simili (tra cui scheletri interi) permisero agli scienziati di individuare in quell’ominide caratteristiche fisiche così marcate da suggerirne la classificazione in una sottospecie separata: quella dell’Homo sapiens Neandertalensis.

L’Uomo di Neandertal era di statura inferiore a quella dell’uomo moderno. Il cranio era un po’ più grande del nostro, con la fronte bassa, il naso largo, il mento quasi assente, i denti sporgenti.

Per decine di migliaia di anni (da 200.000 a 35.000 anni fa) furono i Neandertaliani a popolare l’Europa e il Vicino Oriente, essendosi adattati a vivere in tutti i climi. Cacciatori nomadi, essi si cibavano soprattutto di carne e sapevano lavorare la pietra e il legno, con cui fabbricavano coltelli, raschietti e lance appuntite.

Di tutte le specie del genere Homo, quella di Neandertal fu la prima a seppellire i cadaveri ed è soprattutto per questo motivo che fra i suoi “contemporanei” l’Uomo di Neandertal può essere scelto come grande personaggio. Gli scheletri dell’Uomo di Neandertal sono stati trovati nelle caverne, rannicchiati (forse per poter scavare una fossa più piccola). Grazie a numerose testimonianze, gli studiosi hanno accertato che il rito funebre consisteva nel mangiare il cervello dei morti.

I Neandertaliani sparirono totalmente circa 30.000 anni fa, quando sul loro territorio furono sopraffatti da una nuova specie, quella dell’Uomo di Cro-Magnon (dalla località francese in cui nel 1868 fu rinvenuto il primo esemplare), già appartenente alla specie Sapiens Sapiens, molto più evoluto sia fisicamente sia culturalmente.

 

VITA PRIVATA DI AUGUSTO

Giulio Cesare non aveva figli maschi: perciò adottò il pronipote Ottaviano che, essendo nato a Roma nel 63 a.C., non aveva neppure vent’anni quando il padre adottivo fu assassinato. Da lui, Ottaviano ereditò un patrimonio enorme, di cui si servì anche per eliminare prima i nemici di Cesare, poi i propri, sino a rimanere, nel 31 a.C., padrone assoluto di Roma.

Il termine “Roma”, sinonimo di Impero romano, indicava allora un territorio estesissimo che comprendeva l’Europa occidentale e centrale, la penisola balcanica, il Vicino Oriente e l’Africa settentrionale. Il potere che a Ottaviano (ormai “Augusto”) derivava da questo dominio era praticamente illimitato: ma egli seppe esercitarlo con saggezza, senza opprimere le popolazioni sottomesse, anzi, valorizzandole per tutto ciò che costituiva l’identità di ciascuna.

La determinazione con cui Augusto liquidò i rivali era la medesima che applicò alla propria vita privata. Giovanissimo, aveva sposato Scribonia, da cui divorziò il giorno in cui nacque la sua unica figlia, Giulia; ma a 25 anni s’innamorò di Livia Drusilla, che apparteneva all’oligarchia senatoria sia per nascita sia per matrimonio, avendo sposato il senatore Claudio Nerone. Livia aveva già un figlio, Tiberio, e ne aspettava un altro, quando conobbe Augusto, il quale riuscì a farla divorziare e a ottenere uno speciale permesso per le nuove nozze.
Fu un matrimonio lungo (52 anni, sino alla morte di Augusto avvenuta nel 14 d.C.) e fortunato, ma senza figli, che Augusto avrebbe invece voluto anche per risolvere il problema della successione: infatti il comportamento scandaloso di Giulia costrinse il padre, che aveva fatto approvare leggi molto severe per quanto riguardava la morale pubblica e privata, a mandarla in esilio nell’isola di Ventotene, dove la donna morì ben presto.
All’allontanamento di Giulia non fu estranea l’ambiziosa Livia, che intendeva realizzare un piano preciso: poiché Roma in sostanza era divenuta una monarchia, dove il potere si trasmette per via dinastica, Augusto avrebbe potuto designare come successore uno dei suoi due figli. Ma Druso, che Augusto ammirava e apprezzava, morì molto giovane, e Tiberio non piaceva al patrigno per il carattere difficile e ombroso.
Tuttavia il rispetto e la considerazione che Augusto nutriva per la moglie erano tali che egli ne accettò il suggerimento, e dieci anni prima di morire adottò Tiberio, ormai quarantaseienne.
Durante il lungo regno, Augusto, benché abile stratega (come si era rivelato tra il 44 a.C. e il 31 a.C.), non partecipò quasi mai alle campagne di guerra, delegandole ai suoi generali come per sottolineare la sua estraneità ai conflitti e, al contrario, il suo impegno nell’edificare la pace.
Quando egli ancora era in vita, furono erette più di 80 statue per celebrare la sua gloria; quando morì, fu sepolto con grandissimi onori nella gigantesca tomba che lui stesso si era fatto costruire molti anni prima, il Mausoleo che ancora oggi si ammira non lontano dal Tevere.

 

NAPOLEONE BONAPARTE

Napoleone Bonaparte (fu lui a trasformare il cognome in Bonaparte, più facile da pronunciare per i francesi), nacque nel 1769 ad Ajaccio, in Corsica, l’isola che l’anno precedente era stata ceduta alla Francia dalla Repubblica di Genova.

Suo padre era un avvocato tutt’altro che ricco; la madre, Letizia Ramolino, dedicava tutte le energie all’allevamento degli otto figli.

Il secondogenito Napoleone a soli 10 anni fu inviato a studiare in Francia grazie a una borsa di studio. La sua formazione si realizzò nel collegio militare di Brienne, dove il ragazzo si mise in luce per l’eccezionale attitudine allo studio dell’arte militare e per la prodigiosa memoria.

Superato brillantemente l’esame finale, Napoleone passò alla scuola militare di Parigi. Anche qui si distinse al punto che a soli 16 anni fu nominato sottotenente: l’incarico gli rendeva un sia pur misero stipendio mensile, che egli inviava alla madre, nel frattempo rimasta vedova.

Allo scoppio della Rivoluzione prestava servizio col suo reggimento a Auxonne, ma compì la prima azione militare di rilievo durante l’assedio di Tolone: in questo porto del Mediterraneo era scoppiato un moto controrivoluzionario, e gli abitanti avevano chiesto l’aiuto della flotta inglese (1793). Per espugnare la città, il giovane sottotenente suggerì una tattica, imprevedibile per i nemici, che faceva largo uso dell’artiglieria. Il successo dell’impresa contribuì ad accelerare la sua carriera: fu nominato generale di brigata a 24 anni.

Nel 1795 represse a cannonate l’insurrezione dei monarchici che volevano abbattere la Convenzione, intervento che gli valse la riconoscenza di Barras, un influente membro del Direttorio. Costui, anche per intercessione della bella Giuseppina Beauharnais, donna del gran mondo, affidò a Bonaparte il comando dell’armata d’Italia. Giuseppina e Napoleone si sposarono il giorno prima che egli partisse per l’Italia: la donna vide soddisfatta la sua ambizione quando, pochi anni più tardi, il marito la incoronò imperatrice dei Francesi.

Il matrimonio durò sino al 1810: in quell’anno Napoleone, nella doppia speranza di avere un erede e di ottenere la neutralità dell’Austria, sposò Maria Luigia d’Asburgo, dalla quale ebbe effettivamente un figlio, Napoleone II, soprannominato “L’Aiglon” (“L’Aquilotto”, nomignolo affibbiatogli dai nemici del padre, in contrapposizione all’aquila simbolo del potere di Napoleone), che morì giovane.

Gli ultimi anni di Napoleone furono tragici: la ritirata di Russia, la sconfitta di Lipsia, il disastro di Waterloo, l’esilio, contribuirono forse alla sua morte precoce.

 

ALESSANDRO MAGNO

Alessandro nacque dal matrimonio di Filippo II con la principessa Olimpiade. Non era che uno dei numerosi figli del re macedone, ma l’unico legittimo: il padre lo allevò nella prospettiva che gli succedesse sul trono, da una parte abituandolo a esercitare il potere, dall’altra procurandogli il miglior maestro che il mondo greco potesse offrire, il grande filosofo Aristotele. Perciò nella personalità del giovane erano presenti al tempo stesso una certa crudeltà barbarica e un profondo rispetto per la cultura, come risultò evidente quando distrusse completamente Tebe, lasciando intatta solo la casa del famoso poeta Pindaro.

Legatissimo alla madre, Alessandro ne prese le parti quando Filippo la lasciò per sposare un’altra donna, e si narra che fosse d’accordo con Olimpiade quando questa fece strangolare il marito durante una banchetto. Secondo la tradizione, Alessandro era bello, biondo, chiaro di carnagione, con un occhio azzurro e uno nero. Coltissimo, da ragazzo sognava di portare ai popoli dell’Oriente la civiltà greca di cui era fervido ammiratore; ma quando divenne re, quell’aspirazione divenne prima sete di conquista, poi culto di sé, al punto che pretendeva di essere adorato come un dio.

Durante i dieci anni della guerra di conquista in Asia, il progetto di Alessandro si trasformò: ammaliato da quelle culture, volle creare un unico immenso Stato, dalla forte impronta orientale. Egli impose il proprio dominio, ma al tempo stesso incoraggiò le diverse popolazioni a mantenere la loro identità. Allo scopo di fondere il mondo greco con quello persiano, lui stesso sposò prima Rossana, principessa di una lontana regione asiatica, poi Statira, figlia dell’imperatore Dario. In occasione di quest’ultimo matrimonio, pretese che fosse celebrato anche quello di 80 suoi ufficiali con altrettante giovani aristocratiche persiane.

Fondato il nuovo impero, Alessandro, stimolato dall’ansia di conoscere, si spinse con i suoi uomini nelle terre più lontane mai raggiunte dagli Occidentali: con intuizione veramente moderna, diede ordine al suo ammiraglio Nearco, che compiva lo stesso percorso navigando lungo le coste dell’Oceano Indiano, di annotare usi e costumi delle genti locali.

La morte precoce di Alessandro contribuì a farne un mito: l’audacia senza limiti, l’energia estrema, la volontà di superare ogni orizzonte, lo resero una figura inimitabile.

SANDRO PERTINI

Nato a Stella (SV) il 25 settembre 1896, Alessandro Pertini si laureò in legge e in scienze politiche e sociali. Dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, Pertini si iscrisse al PSI nel 1918. Oppositore del fascismo, fu tra gli organizzatori della fuga di Filippo Turati. Vennero poi l’esilio in cui si adattò a ogni mestiere, il rientro in Italia con il carcere e il confino, il reciso rifiuto della domanda di grazia inoltrata al duce dalla madre, l’amicizia in carcere con Gramsci. Dopo l’evasione dalle carceri tedesche a Roma nella primavera 1944, raggiunse il Nord e rappresentò il PSI nel CLNAI. Dopo la liberazione fu nel 1945 segretario del PSI e a lungo direttore del “Lavoro” di Genova. Assertore dell’autonomia del PSI, nel 1948 fu contrario alla formazione della lista del Fronte popolare, ma operò sempre per l’unità della sinistra. Presidente della Camera dal 1968 al 1978, Pertini fu eletto presidente della repubblica l’8 luglio da una maggioranza assai vasta. Fin dal suo discorso di insediamento proclamò di volere essere il presidente dell’unità nazionale. Richiamandosi di continuo alla Costituzione e al nesso inscindibile tra giustizia e libertà, ricordò i “patrioti” con cui aveva condiviso “le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della resistenza”. Per l’Italia intravedeva una funzione di pace: “si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai”. Pertini, in un momento di grave crisi per il paese e le sue istituzioni, seppe divenire un punto fermo di riferimento e conquistare l’affetto degli italiani, al di là delle sue singole scelte. Morì a Roma il 25 febbraio 1990.

L’OVRA

La riorganizzazione della polizia operata nel corso del 1927 da Arturo Bocchini, sotto l’attenta direzione di Mussolini, ebbe come perno centrale e fiore all’occhiello la costituzione dell’OVRA, un organo specificamente destinato alla repressione delle attività antifasciste, con modalità d’azione più snelle e sbrigative di quelle dei normali uffici di polizia. L’OVRA fu sempre volutamente circondata da un alone di mistero per sottolinearne l’immagine di onnipresenza e capillarità. La notizia della sua esistenza, per esempio, non fu mai data ufficialmente, ma si ebbe da un comunicato del capo del governo, pubblicato dal “Popolo d’Italia” all’inizio del 1931, in cui informava che erano stati ricevuti a Palazzo Venezia “gli alti funzionari dell’OVRA”. Non mancarono indecisioni nella determinazione del significato preciso della stessa sigla. Tra le interpretazioni accreditate, oltre quella, che è la più attendibile, di Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo, vi erano “Organo vigilanza reati antistatali” e “Opera volontaria repressione antifascismo”. Sembra, inoltre, che tale monogramma trovasse il consenso di Mussolini soprattutto per l’assonanza con il termine “piovra”, evocativo del ruolo che la polizia segreta doveva assumere all’interno della società italiana. L’azione dell’OVRA consistette nello stendere all’interno del paese, ma anche all’estero, una fitta rete di informatori e delatori, sulla cui attendibilità ed estrazione non veniva fatto alcun lavoro di filtro o di selezione, al fine di reperire notizie su qualsiasi opera di supposta opposizione al fascismo. Contro le persone così individuate l’OVRA si muoveva poi nella maniera più decisa, eseguendo perquisizioni, controlli, arresti ed estendendo la sua azione in taluni casi anche al di là dei confini nazionali.

 

LA QUESTIONE DI TRIESTE

Il trattato italo-jugoslavo di Rapallo del 1920 aveva incluso nei territori sotto la sovranità italiana una popolazione di circa 500.000 slavi. In queste regioni il fascismo aveva condotto una politica di italianizzazione forzata, agendo con misure fortemente repressive. Le forze partigiane jugoslave negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale avevano occupato ampie porzioni di territorio italiano. Solo dopo delicate trattative con gli anglo-americani, nel giugno del 1945, gli jugoslavi si erano ritirati, sulla base di una spartizione provvisoria dei territori che assegnava al controllo degli Alleati la cosiddetta Zona A, comprendente Trieste, una parte del Carso, Gorizia e una fascia di territorio compreso tra il vecchio confine del 1915 e gli altipiani sulla sinistra dell’Isonzo. Sotto l’amministrazione jugoslava era invece la Zona B, comprendente la parte orientale della provincia di Gorizia, l’Istria (con la sola eccezione di Pola) e Fiume. Tra l’aprile e il luglio del 1946 la conferenza di Parigi per la definizione dei trattati di pace discusse il problema. Furono ascoltate la tesi italiana e la tesi jugoslava. Il ministro degli esteri francese Georges Bidault propose una soluzione di compromesso in base alla quale venne costituito il Territorio Libero di Trieste (TLT), ufficialmente creato il 16 settembre 1947, che doveva essere posto sotto la guida di un governatore designato dall’ONU. Non fu, però, possibile trovare un accordo tra le potenze per l’attribuzione di questa carica. Si mantennero quindi due amministrazioni: quella anglo-americana sulla città di Trieste e sugli immediati dintorni (Zona A) e quella jugoslava sul territorio istriano (Zona B). Nell’ottobre del 1954, in seguito ad accordi diretti tra Jugoslavia e Italia, gli Alleati passarono a Roma l’amministrazione di Trieste. La questione fu definitivamente risolta con il trattato italo-jugoslavo di Osimo (AN) nel novembre del 1975.

 

IL MODERNISMO

Il complesso e vario movimento culturale (ma con importanti implicazioni politiche) definito modernista, in quanto esprimeva l’esigenza di rinnovare il cattolicesimo tramite gli apporti del pensiero moderno e un coinvolgimento diretto nei problemi posti dalle trasformazioni del mondo contemporaneo, fu fatto conoscere in Italia da alcuni importanti periodici, fondati da ecclesiastici vicini ai nuovi orientamenti di pensiero. La personalità più originale del modernismo italiano, Ernesto Buonaiuti, a cui si devono importanti opere di storia del cristianesimo, fondò e diresse personalmente a Roma la “Rivista storico-critica delle scienze teologiche” (1905-1910) e “Nova et vetera” (1908). Quest’ultima, subito sconfessata dal Vaticano, esprimeva le aperture al socialismo avanzate da Buonaiuti nelle Lettere di un prete modernista (1908). Buonaiuti collaborò anche a “Studi religiosi” (1901-1907), la rivista che sotto la direzione del prete Salvatore Minocchi fu la principale protagonista della diffusione in Italia del modernismo dell’irlandese George Tyrell e dei francesi Maurice Blondel, Lucien Laberthonnière e Alfred Loisy. Espressione del modernismo laico milanese fu invece la rivista “Il Rinnovamento”, fondata nel 1907 da Tommaso Gallarati SCotti e altri giovani aristocratici lombardi, che si ispiravano alle idee di Vincenzo Gioberti e si proponevano di formare la “coscienza critica” dei lettori, anche nella prospettiva di un rinnovamento in senso democratico dei rapporti fra gerarchie ecclesiastiche e fedeli. Attivo collaboratore del gruppo milanese fu Antonio Fogazzaro, lo scrittore che nel romanzo Il santo, pubblicato nel 1905 e condannato nel 1906 dalla Chiesa, manifestò la sua adesione agli ideali rappresentati nella figura del prete modernista. Nel 1907 la Chiesa condannò ufficialmente il modernismo, giudicato un indirizzo di pensiero contrario alla dottrina cattolica, con un decreto del Sant’uffizio e con l’enciclica di Pio X Pascendi dominici gregis; nel 1910 fu imposto il giuramento antimodernista ai sacerdoti.

 

CLEOPATRA, REGINA D’EGITTO

“La sua bellezza non era di quel genere incomparabile che afferra istantaneamente gli altri, ma il suo fascino era irresistibile, e all’attrattiva della persona e della parola si aggiungeva una forza di carattere che ne pervadeva il discorso e il gesto, e che lasciava ammaliati coloro che le stavano vicino. Era una delizia anche solo sentire il suono della sua voce…”.

Così Plutarco, uno storico greco vissuto tra il I e il II secolo d.C., rappresenta Cleopatra, la regina la cui personalità colpì poeti grandissimi come Dante, che la cantò nella Divina Commedia, Shakespeare, che le dedicò la tragedia Antonio e Cleopatra, e altri ancora. Cleopatra (nata nel 70 a.C.) fu regina d’Egitto perché, secondo la tradizione, aveva sposato il fratello Tolemeo XIII, ma si sentiva soprattutto greca, in quanto erede del più grande e antico regno ellenistico. Intelligente e colta, era detestata dalla casta dei sacerdoti, che vedeva minacciato da lei il proprio ascendente sul faraone dodicenne: fu allontanata dal trono, ma all’arrivo in Egitto di Cesare (49 a.C.) ottenne che questi, con la forza delle armi, le restituisse il potere.

Da quel momento ella strinse con Cesare un rapporto non solo personale, ma anche politico, in quanto sperava di essere aiutata nella realizzazione di un unico grande Stato, comprendente anche Roma e i suoi territori, in cui i popoli orientali e quelli occidentali godessero di uguali diritti.
Fu questa sua ambizione a renderla odiosa quando Cesare la condusse con sé a Roma, oltre alle abitudini stravaganti che ella aveva portato con sé: un serraglio, lussi senza limiti, pretese scandalose.
Morto Cesare, Cleopatra fece ritorno in Egitto, dove ben presto giunse, in qualità di governatore, Marco Antonio, che era stato il miglior generale di Cesare e il suo difensore. I due, che si sposarono ed ebbero tre figli, concepirono un progetto ardito: creare in Oriente una monarchia universale che si opponesse a Roma. Quando la sconfitta di Azio stroncò il loro disegno, Antonio si trafisse con una spada; Cleopatra si fece mordere da un serpente velenoso.

 

1945 – LA RESISTENZA

In tutti i paesi europei che nel corso della seconda guerra mondiale finirono sotto l’occupazione tedesca si organizzarono dei movimenti di liberazione nazionale che ricorrendo a forme di opposizione attiva e passiva diedero vita al fenomeno della resistenza. Tale lotta si caratterizzava da una parte come guerra di liberazione contro la dominazione e l’oppressione di eserciti invasori, dall’altra come proposta di ideali antitetici a quelli del totalitarismo nazista e fascista. All’interno del movimento di resistenza vennero quindi a confluire gruppi di differente ispirazione, in alcuni casi in contrasto tra loro, soprattutto nella determinazione degli obiettivi ultimi della lotta, che per alcuni dovevano limitarsi al ripristino delle situazioni precedenti l’occupazione, mentre per altri avrebbero dovuto portare all’avvio di vasti progetti di rinnovamento delle strutture politiche e sociali. Nello specifico della situazione italiana il CLN (Comitato Liberazione Nazionale), al quale parteciparono tutti i principali gruppi politici ricostituitisi dopo la caduta del fascismo, rappresentò il tentativo di superare le divisioni nella fase più delicata della lotta contro i nazifascisti. Sotto la direzione del CLN operavano le formazioni partigiane che nell’Italia centrosettentrionale impegnarono, a partire dall’autunno del 1943, i reparti nazisti in una costante azione di guerriglia. I raggruppamenti più importanti furono quelli organizzati dal PCI nelle Brigate Garibaldi e nei GAP (Gruppi di azione patriottica); nelle campagne operarono le SAP (Squadre di azione partigiana). I socialisti costituirono le Brigate Matteotti. Gli azionisti diedero vista ai gruppi di Giustizia e libertà. Accanto alle formazioni della sinistra operarono gruppi cattolici, e “autonomi”, composti da ex militari monarchici e badogliani. Alle soglie della liberazione nel 1945 la massa dei combattenti si componeva di oltre 200.000 unità. I caduti della guerra di resistenza italiana furono circa 70.000.

L’ALLUVIONE DI FIRENZE

Dopo 3 giorni consecutivi di pioggia intensa una terribile alluvione si abbatté sull’Italia il 4 novembre 1966.
Tra i centri più colpiti vi erano le principali città d’arte, Venezia, Firenze, Siena, intere regioni, come le Tre Venezie, nelle quali perì un centinaio di persone, l’Emilia Romagna e la Toscana. Danni ingenti si verificarono anche in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, in Lazio e in Sardegna.
Venezia fu coperta per ventitrè ore dalle acque, e il suo patrimonio artistico subì danni enormi. Firenze fu sommersa da tre metri d’acqua dell’Arno e rimase isolata dal resto del paese. Le acque avevano inondato negozi e magazzini, rendendo assai difficile la fornitura dei beni di prima necessità. Furono sfollate 12.000 persone, mentre una settantina persero la vita. Si temette per la sorte di Ponte Vecchio. Chiese, palazzi, musei, biblioteche erano gravemente danneggiati. Opere di straordinario valore rischiarono di andare perdute per sempre: il Crocifisso di Cimabue, la Maddalena di Donatello e molte altre. Il paese manifestò grande solidarietà: non solo furono raccolti da più parti fondi per gli aiuti immediati, ma centinaia di giovani si precipitarono a Firenze per cooperare alla salvezza dei beni conservati nei musei della città e delle migliaia di volumi della Biblioteca nazionale danneggiati dalle acque. Il governo assunse immediatamente misure di emergenza: la benzina fu aumentata di 10 lire e fu imposta un’addizionale del 10% sulle imposte dirette. Ma, come scriveva il “Corriere della sera”, sarebbero stati necessari interventi preventivi a difesa del territorio per poter evitare una situazione così drammatica: ancora una volta, l’Italia era stata colta “impreparata a difendersi dalle alluvioni”.

 

I SETTE FRATELLI CERVI

I Cervi, una famiglia contadina di Campegine, in provincia di Reggio Emilia, da sempre antifascisti, dopo l’8 settembre 1943 ospitarono nella loro cascina soldati sbandati e prigionieri stranieri in fuga: li accoglievano, li nutrivano, li curavano, trovavano i collegamenti perché raggiungessero i partigiani. Il 26 novembre 1943 la milizia repubblichina circondò la cascina sparando: i sette fratelli e il padre risposero con le bombe a mano e con un fucile mitragliatore. Allora i fascisti incendiarono stalla e abitazione; perché le mogli e i figli si salvassero, i Cervi si arresero. Vennero imprigionati a Reggio, ma quando (il 27 dicembre) il segretario del fascio di un paese vicino venne giustiziato in un’azione partigiana, i sette fratelli Cervi furono fucilati.

Dieci anni dopo, Italo Calvino ne scrisse questo ricordo.
”Qui, da questo filare comincia la terra dei sette fratelli. Questa piana, sono state le braccia dei sette fratelli a lavorarla; questi canali, questa vigna, ogni cosa qui intorno, l’hanno fatta i sette fratelli; e questa è la loro fattoria, quella è la loro stalla, la famosa stalla razionale, orgoglio dei sette fratelli, e le bestie famose per il latte e per il peso; ed ecco l’ala della casa che fu incendiata quella notte, ecco le finestre da cui i fratelli risposero al fuoco dei fascisti, ecco il muro contro il quale furono messi in fila a mani alzate, dopo che Gelindo aveva salutato le donne e detto che resistere non si poteva più e che conveniva arrendersi per poi cercare di scappare, e Aldo aveva detto che stessero tutti tranquilli, che avrebbe preso lui la responsabilità di tutto e così anche se lo fucilavano restavano sei di loro a far andare avanti la campagna: la storia dei sette fratelli Cervi si è svolta tutta qui.
Era una famiglia numerosa, come quelle che voleva il duce; ma nelle intenzioni di Mussolini le famiglie numerose dovevano essere allevamenti di disperati, di bestie da macello; questa invece era una delle ultime famiglie patriarcali.
Che i Cervi fossero contro il fascio, il duce, l’impero e tutto il resto non era un mistero, perché non lasciavano passare occasione per dirlo e predicarlo ai quattro venti; ma erano anche quelli che la sapevano lunga su tutti gli avvenimenti nazionali e internazionali, passati e presenti e anche futuri.
Le idee politiche non se le erano trovate già in testa nascendo, i sette Cervi; ci erano arrivati ragionando e discutendo e leggendo, a poco a poco.
Dopo l’8 settembre quell’avamposto di una società futura che era stata la famiglia Cervi ora assume un altro significato, ideale: diventa un avamposto di fratellanza internazionale nel cuore della guerra più crudele. Un centinaio di stranieri si fermarono alla fattoria dei Cervi nei mesi dal settembre al novembre 1943: inglesi, sovietici, un aviatore americano ferito, un tedesco disertore.
I Cervi furono tra i primi ideatori e sperimentatori delle nuove forme di lotta, particolarmente per quel che riguarda le azioni di squadra in pianura, di cui allora non si supponevano i grandi sviluppi futuri. Come prima erano i pionieri di nuove tecniche agricole, così ora sperimentarono i metodi di guerriglia, misurandosi nelle più varie esperienze di lotta partigiana, dalle azioni di sabotaggio all’attività clandestina nei centri abitati.
Tutto quello che il popolo italiano espresse di meglio nella Resistenza: lotta contro la guerra, patriottismo concreto, nuovo slancio di cultura, fratellanza internazionale, inventiva nell’azione, coraggio, amore della famiglia e della terra, tutto questo fu nei Cervi. Perciò in questi sette veri volti di intelligenti contadini emiliani riconosciamo l’immagine della nostra faticosa, dolorosa rinascita”.
(da Italo Calvino, I sette fratelli, in “Patria indipendente”, n.24 del 20 dicembre 1953)