la cultura italiana nell'eta' napoleonica
Il panorama letterario di quest'area appare scisso in aspetti contradditori.
Da un lato sopravvive la vecchia cultura accademica e cortigiana. Essa celebra i nuovi miti e i nuovi eventi, rispolvera l'antica mitologia, le risorse d'una consumata eloquenza per "abbellire" la realtà; è letteratura d'evasione fantastica, che elude i problemi reali della vita, costruendo per lo scrittore una torre d'avorio, o è servilmente adulatoria.
Dall'altro lato ci sono gli scrittori più seri che vivono la crisi del tempo fra Illusionismo e Romanticismo: avvertono il fallimento dell'astratto razionalismo illuministico e della sua promessa di una facile e rapida felicità per gli individui e per i popoli, reagiscono al materialismo e al sensismo, scoprono l'importanza della religione e delle forze irrazionali operanti nella storia, ricercano in essa il senso d'una continuità, di una tradizione e di una legge di progresso che ne regoli lo svolgimento, e proclamano il valore delle particolarità individuali e nazionali.
I nostri intellettuali migliori si sforzano di dare alla nostra cultura una maggiore impronta di italianità, conformemente al destarsi d'una coscienza nazionale che appare in contrasto con la politica napoleonica, nei più importanti stati europei. A Milano capitale del Regno Italico gli esuli napoletani della Repubblica Partenopea (Vincenzo Cuoco, Francesco Lomonaco) fanno conoscere e diffondono il pensiero del loro compatriota, il Vico, precursore della romantica concezione della storia, intesa come svolgimento organico e progressivo, ed assertore della centralità del sentimento e della fantasia nella creazione poetica.
Frattanto Alfieri comincia a diventare un maestro per le nuove generazioni; la sua polemica antifrancese, il suo incitamento alla libertà, la sua fede nei destini dell'Italia, che dalla memoria del passato glorioso si proietta nell'attesa d'un grande avvenire, sono un chiaro incitamento in senso nazionale ed unitario.
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l'eta' napoleonica in italia
Fra il 1796 e il 1815, l'Italia attraversò una delle sue epoche più travagliate della sua storia moderna: l'invasione delle armate rivoluzionarie francesi, delle guerre e dell'impero napoleonico. Queste vicende implicavano un'adesione o un ripudio in chi le viveva che coinvolgevano la sua concezione di vita, la sua coscienza morale e civile, i sentimenti e gli ideali più profondi.
La politica scendeva sulle piazze, fra le masse reclutava i nuovi eserciti rivoluzionari o controrivoluzionari, i nuovi generali, i nuovi re e imperatori; non v'erano più guerre d'eserciti ma guerre di popoli, che scendevano in campo in nome della libertà, della difesa delle loro tradizioni e del loro diritto alla vita.
Ma vi era ancora la violenza della ragion di stato: l'ancien régime riviveva nel dispotismo napoleonico, i grandi ideali di libertà, uguaglianza e democrazia mascheravano una spregiudicata politica di potenza. Nasce di qui il doloroso contrasto di quest'età, particolarmente avvertito in Italia. Le vecchie impalcature politiche, economiche, sociali crollavano sotto il vento impetuoso delle ideologie rivoluzionarie, ma queste, nell'urto con la realtà sembravano infrangersi, senza più riuscire ad acquistare un carattere di certezza e a costruire un mondo veramente nuovo, conforme alle loro promesse.
Così gli ideali di libertà e d'indipendenza politica italiana, vagheggiati fervidamente dai nostri patrioti, che spesso in nome di essi avevano combattuto accanto alle armate "liberatrici" dei Francesi, apparivano distrutti dalla prepotenza militare, dal cinismo politico e dal dispotismo di Napoleone. Sopravvivenza, in questa alternativa di speranze, illusioni, disinganni, un'ansia di libertà e di giustizia: si mutava in sentimento pessimistico (sfiducia nella realtà) magnanimo e combattivo, come vedremo nel Foscolo.
Nonostante il crollo degli ideali, i nostri uomini migliori comprendevano che l'esperienza napoleonica era stata positiva, in quanto stimolava il risveglio d'una coscienza nazionale italiana nel vivo della storia europea, e ridestava l'Italia da un sonno secolare, immettendola di nuovo nel vivo della storia europea. Comprendevano che la libertà non è un dono, ma deve essere consapevole e sofferta conquista d'un popolo, che in se stesso doveva trovare la forza per il riscatto. Maturavano così i germi del Risorgimento.
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