QUESTA È UNA RACCOLTA DI NOTIZIE E FATTI STORICI, ADATTA PER RICERCHE SCOLASTICHE E PER ARRICCHIRE IL PROPRIO BAGAGLIO CULTURALE.
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

IL MAXIPROCESSO CONTRO LA MAFIA

Il 10 febbraio 1986 aveva inizio a Palermo, in un clima di grande tensione, il “maxiprocesso” contro la mafia, che vedeva 456 imputati, accusati di far parte dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra. La Corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfonso Giordano, pronunciò la sentenza dopo ventidue mesi di udienze e trentacinque giorni di camera di consiglio. Accogliendo la richiesta dei pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino, furono condannati all’ergastolo tutti i componenti della “cupola”, il massimo vertice di Cosa nostra (da Michele Greco a Filippo Marchese, da Salvatore Riina a Bernardo Provenzano e a Pino Greco). Si registrarono, inoltre, complessivamente condanne a 2665 anni di carcere, multe per 11 miliardi e mezzo di lire; 114 assoluzioni con diverse formulazioni (tra gli altri, anche nei confronti di Luciano Liggio, in carcere dal 1974). Il maxiprocesso era stato condotto sulla base delle indagini del “pool” antimafia, il nucleo di magistrati costituitosi per affrontare in maniera organica i procedimenti che riguardavano la mafia. Il consigliere istruttore Antonino Caponnetto e i giudici istruttori Giovanni Falcone , Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, grazie alle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta, avevano sostenuto che Cosa nostra era un’organizzazione sostanzialmente unitaria, con una direzione rigidamente verticistica e piramidale. Secondo questa tesi i membri della “cupola” erano i mandanti responsabili di tutti i delitti commessi dall’organizzazione. Mentre il processo era in corso, all’interno delle cosche mafiose siciliane si realizzarono ampi processi di ristrutturazione, testimoniati dalla generale crescita del numero di delitti gravi: nel 1987, su 1154 omicidi volontari commessi in tutta Italia, nel 695 (oltre il 60%) vennero compiuti nelle tre regioni meridionali a più alta densità mafiosa, ossia la Campania, la Sicilia e la Calabria. La situazione si presentava ancora più grave considerando la crescente penetrazione e diffusione della criminalità organizzata non solo in altre regioni del Sud, come la Puglia, ma anche nell’Italia centrale e settentrionale.

I LITTORIALI

Tra l’aprile e il maggio del 1940 si tenne l’ultima edizione dei littoriali, la guerra ormai incombeva e presto giunse a interrompere questo tipo di manifestazioni. La prima edizione dei littoriali della cultura e dell’arte si era svolta a Firenze tra il 22 e il 29 aprile 1934. Promotori dell’iniziativa erano stati Alessandro Pavolini e Giuseppe Bottai, che negli anni successivi assunsero rispettivamente i dicasteri della cultura popolare e dell’educazione nazionale. Lo scopo era quello di indire un certame annuale, nel quale i giovani più brillanti messisi in luce all’interno dei GUF (Gruppi Universitari Fascisti) potessero confrontarsi dibattendo temi di natura politica, culturale e artistica.

I littoriali della cultura vennero ad affiancarsi a quelli dello sport, che si svolsero dal 1932 al 1940, proponendosi come una sorta di olimpiadi del fascismo, e a quelli del lavoro, istituiti nel 1936, nei quali giovani operai, artigiani e contadini presentavano i loro “capi d’opera”. I littoriali della cultura rappresentarono un’importante occasione di dibattito e di riflessione per le generazioni interamente formatesi sotto il fascismo.

Tra i partecipanti alle varie edizioni dei littoriali si incontrano i nomi di Pietro Ingrao, Achille Corona, Riccardo Morbelli, Luigi Firpo, Luciano Anceschi, Giuliano Vassalli, Paolo Emilio Taviani, Luigi Preti, Alberto Lattuada, Michelangelo Antonioni, Franco Calamandrei, Renato Guttuso, Aldo Moro, Antonello Trombadori, Bruno Zevi, Giaime Pintor: intellettuali e uomini politici che più tardi rappresentarono, collocandosi all’interno di schieramenti diversissimi, alcune delle migliori energie dell’Italia postfascista.

I FASCI SICILIANI

Con il termine “fasci” si indicarono le organizzazioni proletarie sorte negli anni 1892-1893 in alcune località della Sicilia, dove la crisi economica aveva determinato una fortissima tensione sociale, e diffusesi rapidamente fino a costituire un grande movimento di massa. Ne facevano parte contadini, braccianti, mezzadri e, a seconda delle località, minatori, artigiani, piccoli commercianti e piccoli proprietari: un’ampia compagine sociale, dunque, a cui parteciparono anche molte donne e bambini. Capeggiato da uomini di orientamento socialista, come Nicola Barbato, Rosario Garibaldi Bosco e il deputato Giuseppe De Felice-Giuffrida, quello dei Fasci fu soprattutto uno spontaneo movimento popolare di protesta, che affiancava la battaglia contro l’eccessivo fiscalismo e la rivolta contro la tirannia dei “galantuomini”, nelle amministrazioni locali, alla richiesta di revisione dei patti agrari e alla rivendicazione di terre da coltivare. Affermatisi anche grazie all’atteggiamento liberale di Giolitti, che si limitò a garantire l’ordine senza impedire l’organizzarsi delle opposizioni, i Fasci siciliani furono duramente repressi (un centinaio furono le vittime) da Crispi, il quale tornato al potere nel dicembre 1893, presentò il movimento come una vasta cospirazione tesa a sovvertire lo Stato e nel 1894 fece eseguire circa duemila arresti e condannare a dure pene detentive i dirigenti.

1955 - LA FIAT 600

Il 10 marzo la FIAT presentò al Salone dell’automobile di Ginevra una nuova utilitaria, la 600. Aveva quattro posti ed era stata lanciata attraverso un’imponente campagna pubblicitaria. Pur non essendo la prima utilitaria uscita dagli stabilimenti dell’industria torinese, la 600 fu immessa sul mercato a un prezzo contenuto, 590.000 lire, molto meno delle 17 mensilità di salario medio necessarie per acquistare una Topolino. Il prezzo di vendita, che lasciava alla FIAT un margine di utile assai ristretto, favoriva lo spostamento di risorse verso i consumi privati: si preparavano così le condizioni per indirizzare quote di reddito, che si sarebbero rese disponibili negli anni successivi, verso i consumi individuali. La rivoluzione dei consumi, agevolata peraltro dal diffondersi anche in Italia della vendita rateale, si realizzò in primo luogo come motorizzazione di massa. Non solo la FIAT avviò negli anni immediatamente seguenti la produzione della 500, una vettura destinata a incontrare uno straordinario favore tra i consumatori, ma si registrò nel contempo una forte espansione della produzione e della vendita degli scooter: nel 1956 la Piaggio produsse il milionesimo esemplare della Vespa. La decisione di Vittorio Valletta, presidente e amministratore delegato della FIAT, di investire 300 miliardi nella catena di produzione della 600, consentì il passaggio della produzione giornaliera da 624 a 839 vetture.

Ebbe un riflesso anche più ampio nell’economia italiana, dato che favorì il suo orientamento in favore dell’espansione dei beni di consumo durevoli: alla fine del decennio fu il settore degli elettrodomestici a conoscere un vero boom. Insieme con la 600, il 1955 portò la legge del 21 maggio, il piano decennale di costruzioni autostradali, che mutò radicalmente il volto del paesaggio e lo stile di vita degli italiani.

GUGLIELMO MARCONI

Guglielmo Marconi raccolse in sé una serie di caratteristiche eterogenee che fecero di lui via via un inventore e scienziato, un uomo d’affari, un diplomatico e uomo politico influente, un esperto militare, una figura di spicco degli ambienti mondani internazionali d’inizio Novecento. Nato a Bologna il 25 aprile 1874, da una famiglia benestante, fu attratto fin da giovanissimo dagli esperimenti sulle possibili applicazioni dell’elettricità e in particolare sulla possibilità di sfruttare per la telegrafia senza fili le onde elettromagnetiche, studiate dal fisico tedesco Heinrich Hertz. I primi risultati di queste sperimentazioni li ottenne nel 1894, in un laboratorio improvvisato nell’abitazione della famiglia. Non trovando il governo italiano disponibile a sostenere la prosecuzione in grande delle ricerche, si trasferì a Londra e da qui iniziò una serie di peregrinazioni tra Europa e America. Nel 1897 fondò il primo nucleo della società per lo sfruttamento commerciale della telegrafia senza fili che divenne poi la Marconi Company. Nel 1901 realizzò il primo collegamento intercontinentale tra Poldhu, in Cornovaglia, e San Giovanni di Terranova, sulla sponda americana dell’Atlantico. Nel 1909 gli fu assegnato il premio Nobel per la fisica. Il determinante impulso dato dalle sue ricerche allo sviluppo delle comunicazioni, in tutti i loro possibili ambiti di impiego civile e militare, mise in contatto Marconi con le più importanti autorità internazionali. Egli venne così a svolgere un ruolo determinante nella politica estera italiana. Nominato senatore nel 1912, fu un importante tramite nelle relazioni che intercorsero tra Italia e Gran Bretagna nel periodo compreso tra lo scoppio della prima guerra mondiale e l’ingresso dell’Italia nel conflitto al fianco dell’Intesa. Nel 1919 rappresentò l’Italia al tavolo della conferenza della pace. Nel 1923 si iscrisse al Partito fascista e negli anni del regime ricoprì varie cariche. Fu Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche e dell’Accademia d’Italia, collaborò all’impianto delle reti radiofoniche nazionali e della rete della Radio vaticana (inaugurata nel febbraio 1931), seguì i primi passi della televisione e delle sperimentazioni sugli impianti radar.

ACHILLE LAURO E IL LAURISMO

Il 13 febbraio 1958 il governo sciolse per gravi irregolarità amministrative il consiglio comunale di Napoli, insediando un commissario. Si poneva così fine al predominio dell’armatore Achille Lauro, sindaco fino a poche settimane prima, allorché si era dimesso per partecipare alle elezioni politiche. Nelle elezioni del giugno 1952 la lista delle destre apparentate, con Lauro capolista, aveva conquistato il 40% dei voti, cioè la maggioranza relativa, e la maggioranza assoluta dei seggi. Lauro, in virtù delle sue fortune private, sembrava allora poter garantire una fruttuosa e corretta gestione del denaro pubblico, ma, dopo essersi fatto notare per i metodi spregiudicati usati in campagna elettorale per accaparrarsi i voti, gestì in modo assai personalistico i 35 miliardi della legge speciale su Napoli, approvata dopo la sua ascesa in Comune. La sua giunta si caratterizzò negli anni successivi per l’impulso indiscriminato dato al settore edilizio, che stravolse il volto della città con la sistemazione urbanistica di piazza Municipio e del rione Carità e la costruzione del villaggio Lauro, e per l’uso propagandistico dell’assistenza pubblica. Fin dall’esercizio del 1954 il bilancio del Comune presentò un considerevole deficit, derivante anche dall’aumento spropositato dei dipendenti pubblici. Nelle elezioni del 1956, la maggioranza laurina ottenne il 51,7%. Lauro come sindaco di Napoli poté contare sull’acquiescenza della DC, che, fallita la legge elettorale maggioritaria nel 1953, aveva necessità in Parlamento dei voti monarchici. Il suo ruolo nazionale fu però indebolito dalla scissione monarchica del 1954, mentre fu accolta con preoccupazione l’affermazione della lista del “comandante” nelle regionali sarde del 1957. Dopo le elezioni del 1960 Lauro ritornò a capo dell’amministrazione napoletana con una debole maggioranza, ma il consiglio comunale fu nuovamente sciolto, e nel 1962 conquistò la maggioranza la DC di Silvio e Antonio Gava.

 

L’OVRA

La riorganizzazione della polizia operata nel corso del 1927 da Arturo Bocchini, sotto l’attenta direzione di Mussolini, ebbe come perno centrale e fiore all’occhiello la costituzione dell’OVRA, un organo specificamente destinato alla repressione delle attività antifasciste, con modalità d’azione più snelle e sbrigative di quelle dei normali uffici di polizia. L’OVRA fu sempre volutamente circondata da un alone di mistero per sottolinearne l’immagine di onnipresenza e capillarità. La notizia della sua esistenza, per esempio, non fu mai data ufficialmente, ma si ebbe da un comunicato del capo del governo, pubblicato dal “Popolo d’Italia” all’inizio del 1931, in cui informava che erano stati ricevuti a Palazzo Venezia “gli alti funzionari dell’OVRA”. Non mancarono indecisioni nella determinazione del significato preciso della stessa sigla. Tra le interpretazioni accreditate, oltre quella, che è la più attendibile, di Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo, vi erano “Organo vigilanza reati antistatali” e “Opera volontaria repressione antifascismo”. Sembra, inoltre, che tale monogramma trovasse il consenso di Mussolini soprattutto per l’assonanza con il termine “piovra”, evocativo del ruolo che la polizia segreta doveva assumere all’interno della società italiana. L’azione dell’OVRA consistette nello stendere all’interno del paese, ma anche all’estero, una fitta rete di informatori e delatori, sulla cui attendibilità ed estrazione non veniva fatto alcun lavoro di filtro o di selezione, al fine di reperire notizie su qualsiasi opera di supposta opposizione al fascismo. Contro le persone così individuate l’OVRA si muoveva poi nella maniera più decisa, eseguendo perquisizioni, controlli, arresti ed estendendo la sua azione in taluni casi anche al di là dei confini nazionali.

 

LA QUESTIONE DI TRIESTE

Il trattato italo-jugoslavo di Rapallo del 1920 aveva incluso nei territori sotto la sovranità italiana una popolazione di circa 500.000 slavi. In queste regioni il fascismo aveva condotto una politica di italianizzazione forzata, agendo con misure fortemente repressive. Le forze partigiane jugoslave negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale avevano occupato ampie porzioni di territorio italiano. Solo dopo delicate trattative con gli anglo-americani, nel giugno del 1945, gli jugoslavi si erano ritirati, sulla base di una spartizione provvisoria dei territori che assegnava al controllo degli Alleati la cosiddetta Zona A, comprendente Trieste, una parte del Carso, Gorizia e una fascia di territorio compreso tra il vecchio confine del 1915 e gli altipiani sulla sinistra dell’Isonzo. Sotto l’amministrazione jugoslava era invece la Zona B, comprendente la parte orientale della provincia di Gorizia, l’Istria (con la sola eccezione di Pola) e Fiume. Tra l’aprile e il luglio del 1946 la conferenza di Parigi per la definizione dei trattati di pace discusse il problema. Furono ascoltate la tesi italiana e la tesi jugoslava. Il ministro degli esteri francese Georges Bidault propose una soluzione di compromesso in base alla quale venne costituito il Territorio Libero di Trieste (TLT), ufficialmente creato il 16 settembre 1947, che doveva essere posto sotto la guida di un governatore designato dall’ONU. Non fu, però, possibile trovare un accordo tra le potenze per l’attribuzione di questa carica. Si mantennero quindi due amministrazioni: quella anglo-americana sulla città di Trieste e sugli immediati dintorni (Zona A) e quella jugoslava sul territorio istriano (Zona B). Nell’ottobre del 1954, in seguito ad accordi diretti tra Jugoslavia e Italia, gli Alleati passarono a Roma l’amministrazione di Trieste. La questione fu definitivamente risolta con il trattato italo-jugoslavo di Osimo (AN) nel novembre del 1975.

 

1945 – LA RESISTENZA

In tutti i paesi europei che nel corso della seconda guerra mondiale finirono sotto l’occupazione tedesca si organizzarono dei movimenti di liberazione nazionale che ricorrendo a forme di opposizione attiva e passiva diedero vita al fenomeno della resistenza. Tale lotta si caratterizzava da una parte come guerra di liberazione contro la dominazione e l’oppressione di eserciti invasori, dall’altra come proposta di ideali antitetici a quelli del totalitarismo nazista e fascista. All’interno del movimento di resistenza vennero quindi a confluire gruppi di differente ispirazione, in alcuni casi in contrasto tra loro, soprattutto nella determinazione degli obiettivi ultimi della lotta, che per alcuni dovevano limitarsi al ripristino delle situazioni precedenti l’occupazione, mentre per altri avrebbero dovuto portare all’avvio di vasti progetti di rinnovamento delle strutture politiche e sociali. Nello specifico della situazione italiana il CLN (Comitato Liberazione Nazionale), al quale parteciparono tutti i principali gruppi politici ricostituitisi dopo la caduta del fascismo, rappresentò il tentativo di superare le divisioni nella fase più delicata della lotta contro i nazifascisti. Sotto la direzione del CLN operavano le formazioni partigiane che nell’Italia centrosettentrionale impegnarono, a partire dall’autunno del 1943, i reparti nazisti in una costante azione di guerriglia. I raggruppamenti più importanti furono quelli organizzati dal PCI nelle Brigate Garibaldi e nei GAP (Gruppi di azione patriottica); nelle campagne operarono le SAP (Squadre di azione partigiana). I socialisti costituirono le Brigate Matteotti. Gli azionisti diedero vista ai gruppi di Giustizia e libertà. Accanto alle formazioni della sinistra operarono gruppi cattolici, e “autonomi”, composti da ex militari monarchici e badogliani. Alle soglie della liberazione nel 1945 la massa dei combattenti si componeva di oltre 200.000 unità. I caduti della guerra di resistenza italiana furono circa 70.000.

L’ALLUVIONE DI FIRENZE

Dopo 3 giorni consecutivi di pioggia intensa una terribile alluvione si abbatté sull’Italia il 4 novembre 1966.
Tra i centri più colpiti vi erano le principali città d’arte, Venezia, Firenze, Siena, intere regioni, come le Tre Venezie, nelle quali perì un centinaio di persone, l’Emilia Romagna e la Toscana. Danni ingenti si verificarono anche in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, in Lazio e in Sardegna.
Venezia fu coperta per ventitrè ore dalle acque, e il suo patrimonio artistico subì danni enormi. Firenze fu sommersa da tre metri d’acqua dell’Arno e rimase isolata dal resto del paese. Le acque avevano inondato negozi e magazzini, rendendo assai difficile la fornitura dei beni di prima necessità. Furono sfollate 12.000 persone, mentre una settantina persero la vita. Si temette per la sorte di Ponte Vecchio. Chiese, palazzi, musei, biblioteche erano gravemente danneggiati. Opere di straordinario valore rischiarono di andare perdute per sempre: il Crocifisso di Cimabue, la Maddalena di Donatello e molte altre. Il paese manifestò grande solidarietà: non solo furono raccolti da più parti fondi per gli aiuti immediati, ma centinaia di giovani si precipitarono a Firenze per cooperare alla salvezza dei beni conservati nei musei della città e delle migliaia di volumi della Biblioteca nazionale danneggiati dalle acque. Il governo assunse immediatamente misure di emergenza: la benzina fu aumentata di 10 lire e fu imposta un’addizionale del 10% sulle imposte dirette. Ma, come scriveva il “Corriere della sera”, sarebbero stati necessari interventi preventivi a difesa del territorio per poter evitare una situazione così drammatica: ancora una volta, l’Italia era stata colta “impreparata a difendersi dalle alluvioni”.

 

CAFIERO E L’ANARCHISMO

Nato a Barletta nel 1846 da una nobile famiglia di latifondisti, Carlo Cafiero abbandonò ben presto la carriera diplomatica, cui l’aveva condotto la laurea in giurisprudenza, per abbracciare la lotta rivoluzionaria.
Durante i numerosi viaggi in Europa, intrapresi a partire dal 1867, egli strinse saldi rapporti con Karl Marx e con Friedrich Engels, a Londra, e, in Svizzera, con l’anarchico russo Michail Bakunin, dal quale fu orientato verso l’anarchismo.
Tornato in Italia, Cafiero ebbe un ruolo di primo piano nel diffondere l’attività della prima Associazione internazionale dei lavoratori, nata a Londra il 28 settembre 1864 dall’incontro tra tendenze politiche socialiste e anarchiche. Nel 1871 Cafiero riorganizzò la sezione napoletana dell’Internazionale; l’anno seguente collaborò ai nove numeri del settimanale di ispirazione bakuniana “La Campana”. Accanto a Bakunin, in Italia tra il 1864 e il 1868, Cafiero condusse una vasta opera di propaganza anarchica, che ebbe il suo centro nelle zone più arretrate dal punto di vista economico e in particolare nell’Italia meridionale, dove si riteneva che le masse popolari fossero più disponibili a recepire l’idea anarchica di insurrezione.
Dopo il fallimento nel tentativo insurrezionale dell’Italia centrale e meridionale del 1874, Cafiero guidò, con Errico Malatesta, la fallita rivolta di Benevento del 1877, cui partecipò la sezione internazionalista Banda del Matese. Durante i diciassette mesi di carcere inflittigli in seguito a tale vicenda Cafiero scrisse il suo Compendio del Capitale di Marx, pubblicato nel 1879 da Enrico Bignami.
Colpito da infermità mentale agli inizi degli anni Ottanta, Cafiero morì nel 1892 nel manicomio campano di Nocera Inferiore.

IL BRIGANTAGGIO

La grande insorgenza sociale che ebbe luogo fra il 1861 e il 1865, comunemente nota con la definizione di brigantaggio, affondava le sue radici in territori dove il banditismo individuale e la formazione di bande brigantesche avevano un carattere endemico. L’esistenza di un esercito di braccianti senza terra e l’esosità dei patti agrari portavano nei periodi di crisi economicia e politica alla recrudescenza del fenomeno. La leva obbligatoria e gli inasprimenti fiscali aggravarono dopo il 1861 la crisi del Meridione, provocando una disperata guerriglia dei contadini contro il governo e i proprietari terrieri. Il dissolvimento dell’esercito borbonico (almeno 10.000 renitenti alla leva si dettero alla macchia) e il tentativo di Francesco II di Borbone di sfruttare il malcontento per orientarlo verso un progetto di restaurazione del Regno delle Due Sicilie, contribuirono nel 1861 a trasformare il brigantaggio in una vera guerra civile.

La prima grande rivolta armata scoppiò in Basilicata nell’aprile del 1861 e si estese nell’estate all’Irpinia, al Sannio, al Molise, all’Abruzzo, alla Puglia e alla Capitanata. La repressione condotta dal generale Cialdini nell’estate del 1861 riuscì in parte a domare la rivolta, ma nell’autunno l’insorgenza si estese a quasi tutto il Meridione continentale. Centinaia di bande, condotte per lo più da ex soldati borbonici, terrorizzarono per alcuni anni con saccheggi e omicidi intere province. Ogni giorno pervenivano al comando militare di Napoli da 60 a 100 rapporti su fatti di brigantaggio. Lo Stato intervenne in forma puramente repressiva: nel 1861 i soldati impiegati al Sud salirono da 15.000 a 50.000; nel febbraio 1864 erano addirittura 116.000. Nella sola Basilicata dal 1861 al 1863 vi furono 1038 fucilati, 2413 uccisi negli scontri e 2768 arrestati. Una vasta ed efficace offensiva venne condotta fra il 1863 e il 1864, quando dopo l’approvazione delle leggi speciali contro il brigantaggio si celebrarono 3600 processi, con oltre 10.000 imputati. Secondo le autorità militari, fra il 1861 e il 1865 furono uccisi in combattimento o fucilati 5212 briganti, oltre 5000 furono arrestati e circa 3600 si costituirono.

BENEDETTO CROCE

Filosofo, storico, critico letterario, uomo pubblico. Croce fu uno dei principali protagonisti della vita culturale italiana della prima metà del Novecento.

Nato a Pescasseroli nel 1866, si formò alla scuola dello zio Silvio Spaventa e di Antonio Labriola; aderì per un breve periodo al marxismo, presto ridotto a canone di interpretazione storica nei saggi raccolti il Materialismo storico ed economia marxistica del 1900. I suoi contatti con Giovanni Gentile, che con Croce guidò la reazione contro il dominante positivismo, risalivano al 1896 e furono assai intensi fino al 1925, quando si interruppero bruscamente per il diverso atteggiamento assunto dai due pensatori di fronte al fascismo. L’attività intellettuale di Croce trovò uno strumento privilegiato nella rivista “La Critica”, da lui fondata nel 1903. Nel primo decennio del secolo completò la sua elaborazione filosofica: nel 1902 apparve l’Estetica; nel 1905, la Logica; nel 1909, la Filosofia della pratica.

Nominato senatore del regno nel 1910, Croce divenne ministro della pubblica istruzione nell’ultimo governo Giolitti. Simpatizzò inizialmente con il fascismo, apprezzandone la dichiarata volontà di restaurazione dopo la crisi politica e sociale del primo dopoguerra. Se ne allontanò solo nel 1925: alla sua iniziativa si deve la redazione di Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti. Negli anni della dittatura Croce divenne il punto di riferimento non solo dall’antifascismo liberale, ma anche dei giovani intellettuali che avvertivano il plumbeo clima della dittatura. Alla caduta del fascismo si adoperò per la salvezza della monarchia, cercando vanamente di indurre Vittorio Emanuele III all’abdicazione e il figlio Umberto alla rinuncia al trono. Fu ministro senza portafoglio nel II ministero Badoglio e nel I governo Bonomi, presidente del Partito liberale italiano fino al 1947 e senatore di diritto nella prima legislatura.

Morì a Napoli il 20 novembre 1952.

1925: LA BATTAGLIA DEL GRANO

Quando venne lanciata la “battaglia del grano”, annunciata il 14 giugno 1925, le importazioni di cereali oscillavano tra i 22 e i 25.000.000 di quintali e incidevano nella misura di 4 miliardi di lire, circa la metà del deficit della bilancia commerciale italiana. L’obiettivo dell’autosufficienza granaria venne visto come fattore di prestigio e dimostrazione dell’indipendenza della nazione di fronte all’ipotesi di una crisi nei rapporti tra l’Italia e il resto del mondo, dovuta sia a motivi economici, sia a possibili cause belliche. Si avviò attorno a questo tema una vasta propaganda condotta dal governo, autorità locali, giornali, scuole, sindacati, tecnici agrari e persino parroci delle campagne. Vennero istituiti concorsi nazionali e provinciali con l’assegnazione ai migliori agricoltori di premi consegnati personalmente dalle massime autorità.
Mussolini fu spesso presente a tali manifestazioni. Il 1931 fu poi l’anno dell’annuncio della “vittoria sul grano”: con una produzione di 81.000.000 di quintali, l’Italia per la prima volta coprì quasi per intero il suo fabbisogno di cereali. Obiettivo della battaglia era stato aumentare la produzione, mantenendo identica la superficie coltivata. Tale risultato fu, in parte, conseguito al Nord attraverso la massiccia introduzione di concimi chimici e macchine agricole. Al contrario, nel Mezzogiorno l’aumento dei rendimenti avvenne attraverso l’estensione delle zone coltivate a grano, seminato anche su terreni poco adatti a riceverlo, a scapito di altre coltivazioni più redditizie. Inoltre la diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli sui mercati internazionali a partire dal 1926 costrinse il governo a intervenire con successivi aumenti della tariffa doganale protezionistica. In tal modo, la “battaglia del grano” finì per introdurre nel settore agricolo gravi elementi di crisi, che comunque intaccarono solo in parte il valore propagandistico dell’iniziativa.

LA STAMPA DI FINE OTTOCENTO

A partire dagli anni Ottanta furono fondati e/o si affermarono in Italia alcuni importanti quotidiani che si rivolgevano a un pubblico di lettori reso più numeroso dai progressi dell’alfabetismo derivati dalla più estesa scolarizzazione. Questi giornali raggiunsero alte tirature ed ebbero un ruolo di primo piano contribuendo ad alimentare il dibattito politico-intellettuale e a dare un diverso volto al giornalismo dell’epoca. Tra le esperienze più significative si collocava Il Secolo di Milano, il cui proprietario era l’editore Edoardo Sonzogno. Fondato nel 1866, durante gli anni Novanta superò le 100.000 copie di tiratura, facendosi portavoce delle battaglie dei radicali guidati da Felice Cavallotti per la moralizzazione della vita pubblica. Sempre a Milano, Eugenio Torelli-Viollier creò Il Corriere della Sera, ispirato a un liberalismo moderato. Esso si distinse per l’ottima resa tecnica, dovuta anche alla modernità delle attrezzature tipografiche (fu introdotto, per esempio, l’uso delle rotative), e per la ricchezza delle informazioni, garantita dall’efficiente organizzazione redazionale. A Roma, oltre a giornali umoristici, letterari e mondani, quali Capitan Fracassa (1880) e Il Fanfulla (1870), che dopo il 1882 appoggiò la politica di Depretis, videro la luce quotidiani destinati a notevole fortuna: nel 1878 Il Messaggero e La Tribuna nel 1883, entrambi di orientamento radicale. Nell’Italia meridionale grande successo ebbero Il Corriere di Napoli, pubblicato dal 1888 sotto la direzione di Edoardo Scarfoglio, e Il Mattino, fondato da Scarfoglio nel 1891 insieme alla moglie, la scrittrice Matilde Serao, e divenuto ben presto il maggiore quotidiano del Mezzogiorno. Altre importanti iniziative editoriali furono il bolognese Il Resto del Carlino (1885), Il Secolo XIX di Genova (1885), Il Gazzettino di Venezia (1887), La Stampa, nata a Torino nel 1895 come continuazione della Gazzetta piemontese.

ENRICO DE NICOLA

Il 28 giugno 1946 Enrico De Nicola venne eletto capo provvisorio della Repubblica Italiana, con 396 voti su 504 votanti, superando la prevista maggioranza di tre quinti dell’Assemblea costituente. Il 1° gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione, divenne presidente della repubblica fino all’11 maggio, quando cedette la carica a Luigi Einaudi, primo presidente eletto dal Parlamento.

De Nicola era nato a Napoli nel 1877. Eletto alla Camera dei deputati nel 1909, aveva ricoperto la carica di presidente dell’assemblea di Montecitorio dal 1920 al 1924. Nel 1921 si era impegnato nella definizione di un “patto di pacificazione” tra fascisti e socialisti e aveva offerto la sua mediazione per la formazione del governo Bonomi. Per due volte nel 1922 fu incaricato di formare un governo, ma non riuscì nell’intento a causa dei veti posti da popolari e giolittiani. In occasione delle elezioni del 1924, che segnarono il definitivo affossamento dello Stato liberale, in un primo momento aderì al listone fascista, dal quale ritirò la propria candidatura pochi giorni prima del voto, dichiarando di volersi ritirare dalla lotta politica. Fu nominato senatore nel 1929. Nella delicata fase attraversata dal paese dopo la caduta del fascismo e l’8 settembre 1943, De Nicola elaborò la soluzione di compromesso per la questione istituzionale che portò al ritiro di Vittorio Emanuele III e all’attribuzione della luogotenenza a Umberto di Savoia. Dopo l’esperienza di capo dello Stato ricoprì la carica di presidente del Senato nel 1951-1952. Fu presidente della prima Corte costituzionale istituita nel 1956. Morì a Torre del Greco (NA) nel 1959.

1834: LA GIOVINE EUROPA

Tra Svizzera, Francia, Belgio e Inghilterra (l’Europa liberale che si opponeva all’Europa della Santa alleanza di Austria, Russia e Prussia) si muoveva un variegato mondo di esuli politici, le cui file si erano fortemente ingrossate dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del 1831 in Italia e in Polonia. I polacchi in particolare, che avevano proclamato l’indipendenza del proprio paese nel gennaio 1831 e avevano dovuto precipitosamente fuggire nel settembre per sottrarsi alla durissima repressione dello zar Nicola I, vivevano problemi assai vicini a quelli dei perseguitati politici italiani, schiacciati dalla politica della Santa alleanza.
Nel generale riflusso della spinta democratica in Europa, nell’aprile del 1834 Giuseppe Mazzini progettò un’organizzazione di carattere sovranazionale, da opporre alla Carboneria ormai passata sotto il controllo di Filippo Buonarroti. In contrapposizione al cosmopolitismo delle antiche società segrete, Mazzini pensò a una Giovine Europa all’interno della quale ogni associazione nazionale (la Giovine Italia, la Giovini Polonia, la Giovine Germania, e successivamente la Giovine Svizzera) doveva operare in modo specifico per l’indipendenza del suo popolo. Non su una rivoluzione democratica europea sul modello giacobino né tantomeno sull’attesa della Francia liberatrice dovevano contare i patrioti europei, ma la nuova Europa doveva nascere dalla “missione particolare” che spetta a ogni uomo e a ogni popolo, missione che “mentre costituisce la individualità di quell’uomo e di quel popolo, concorre necessariamente al compimento della missione generale dell’umanità”. La Giovine Europa non conseguì significativi risultati politici e si dissolse in pochi anni, ma rimane un momento significativo della crisi, del cosmopolitismo illuminista e del trionfo dell’idea romantica della “missione nazionale”.

FRANCESCO CRISPI

Francesco Crispi (Ribera, Agrigento, 1818 – Napoli 1901) fu uno statista molto discusso giù dai contemporanei, anche per la varietà degli atteggiamenti politici assunti nella sua lunga vita.
Fu infatti personaggio di spicco fra i democratici siciliani attivi nelle cospirazioni mazziniane, poi segretario di Stato di Garibaldi in Sicilia dopo l’impresa dei Mille, da lui sollecitata e favorita, quindi deputato della sinistra al Parlamento, anticlericale e sostenitore del suffragio universale, poi ancora monarchico e autorevole rappresentante della sinistra moderata al potere.
Appartenente a una famiglia della borghesia commerciale, fu il primo uomo politico meridionale a occupare la presidenza del consiglio. Gli anni dei due primi governi di Crispi (agosto 1887 – febbraio 1891) furono segnati da importanti decisioni in tutti gli ambiti della vita nazionale:
- in politica estera, con il potenziamento della scelta a favore della Triplice alleanza, l’inizio della guerra commerciale con la Francia e l’avvio, dopo la sconfitta di Dogali (26 gennaio 1887), di una decisa politica coloniale per risollevare l’”onore militare” dell’Italia intensificando le conquiste in Etiopia;
- in politica economica, con la svolta in senso protezionistico;
- in politica interna, Crispi si impegnò in un’opera legislativa senza precedenti nella storia dello Stato unitario. Suoi obiettivi prioritari furono il rafforzamento dell’apparato centrale dello Stato e del potere esecutivo e la creazione di un’amministrazione efficiente, in grado di andare incontro anche ad alcuni bisogni fondamentali della popolazione.
La carriera politica di Crispi, improntata a metodi autoritari, come dimostrò la dura repressione dei Fasci siciliani, fu solo in parte compromessa dallo scandalo della Banca romana. Il suo declino fu causato dagli esiti della politica coloniale, e in particolare dallo scacco subito in Etiopia con l’eccidio di Adua (marzo 1896).

LA LEGGE DELLE GUARENTIGIE

Ispirata al principio cavouriano della separazione dello Stato dalla Chiesa (“libera Chiesa, in libero Stato”), la legge, divisa in due parti, “Delle prerogative del Sommo Pontefice e della Santa Sede” (articoli 1-14) e “Relazioni della Chiesa con lo Stato in Italia” (articoli 15-19), consta di 20 articoli: i primi otto relativi alle prerogative del papa, dal 9 al 13 alla libertà di comunicazione della Santa Sede con i fedeli del mondo, con il clero e con i governi stranieri, dal 14 al 19 alle relazioni tra la Chiesa e lo Stato in Italia. L’art. 20 abroga ogni disposizione di legge precedente e contraria. Nella sostanza la prima parte sancisce l’immunità dei luoghi residenziali del pontefice (i palazzi del Vaticano e del Laterano e la villa di Castelgandolfo), assegna alla Santa Sede una dotazione di 3.225.000 lire, pari a quella a cui godeva al tempo del potere temporale, assicura l’inviolabilità della persona del pontefice, gli attribuisce onori sovrani e il diritto di tenere guardie armate, gli consente il libero esercizio del potere spirituale, la piena facoltà di comunicare in Italia e all’estero e la facoltà di ricevere e inviare ambasciatori. La seconda parte riconosce l’indipendenza del clero da ogni controllo regio, abolendo il giuramento dei vescovi al re e ogni restrizione al diritto di riunione dei membri del clero. Respinta da Pio IX il 15 maggio 1871, la legge, nonostante il mancato riconoscimento del papa e l’assenza di rapporti diplomatici tra le due parti, rimase in vigore fino al concordato del 1929.

 

LUIGI EINAUDI

Luigi Einaudi, il primo capo dello Stato eletto dal Parlamento repubblicano, era nato a Carrù (CN) il 24 marzo 1874. Laureatosi in legge, nel 1902 era già docente di scienza delle finanze all’università di Torino. Due anni dopo passò a insegnare la stessa materia alla Bocconi di Milano ed ebbe l’incarico di economia politica e legislazione industriale presso la scuola di ingegneria del Politecnico milanese. Nell’ottobre del 1919 Francesco Saverio Nitti lo nominò senatore del Regno. Collaboratore del “Corriere della sera”, lasciò la prestigiosa testata quando il fascismo costrinse al ritiro la direzione Albertini. Dal 1908 al 1935 fu direttore della rassegna mensile “La Riforma sociale”, anch’essa chiusa per volere del regime. Dette quindi vita alla “Rivista di storia economica”. Dopo il 25 luglio 1943 fu chiamato a rivestire la carica di rettore dell’ateneo torinese e riprese a collaborare al “Corriere”. All’annuncio della firma dell’armistizio, l’8 settembre, riparò in Svizzera, dove l’università di Ginevra gli offrì una cattedra. Rientrato in Italia, dal 5 gennaio 1945 fino all’elezione a presidente della repubblica fu governatore della Banca d’Italia. Eletto nelle file del PLI alla Costituente, nella veste di vicepresidente del consiglio e di ministro del bilancio del IV ministero De Gasperi fu l’artefice della politica economica tesa a stabilizzare la lira attraverso una severa stretta creditizia. Il suo settennato al Quirinale si caratterizzò per un’estrema correttezza istituzionale. Morì a Roma il 30 ottobre 1961. Dopo i funerali di Stato la sua salma venne traslata nel cimitero di Dogliani (CN).