QUESTA È UNA RACCOLTA DI NOTIZIE E FATTI STORICI, ADATTA PER RICERCHE SCOLASTICHE E PER ARRICCHIRE IL PROPRIO BAGAGLIO CULTURALE.
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LE CIVILTA' BARBARE: I GALLI

I Romani li chiamavano Galli, i greci Galati. Erano i Celti, rossi di capelli, svelti di mano, irascibili, passionali, fieri e crudeli, ma anche con l'arte nel sangue. S'affacciano alla storia nel primo millennio prima di Cristo. Da un nucleo di residenza originaria, tra la Boemia e la Germania meridionale, si diffondono a ovest: in Francia, nelle isole britanniche, in Spagna, in Italia, in Grecia, in Asia minore dove una regione, la Galazia, prende da loro il nome.

Ha scritto Diodoro Siculo: "Il loro aspetto era terribile. Sono alti di statura con muscolatura guizzante sotto la pelle chiara..Taluni ostentano baffi che coprono l'intera bocca e fanno da setaccio pe cui vi restano attaccati pezzi di cibo". E un altro storico latino, Strabone, ha aggiunto: "Tutta la razza gallica ha la passione della guerra: è irascibile, pronta alla battaglia, per il resto semplice e senza malizia..".

La storia la scrivono sempre i vincitori, ma non sempre sono attendibili. Con il saccheggio di Roma e quello di Delfi, agli occhi dei contemporanei i Galli sono diventati il simbolo della barbarie contro la perfezione del mondo della civiltà mediterranea. Purtroppo loro non hanno lasciato tracce letterarie (scrivere era vietato dai druidi per motivi religiosi), così non resta che affidarci alle fonti greche e romane. E alle ricerche archeologiche che hanno riabilitato i Celti.

I druidi erano i "filosofi morali", coloro che fissavano usi e costumi, vegliavano sull'osservanza dei riti religiosi, sull'amministrazione della giustizia, tenevano il catasto ma erano esenti dal servizio militare e dal pagamento dei tributi, come scriveva Cesare. La classe media era formata dai mercanti, da artigiani e anche da soldati professionisti. Gli schiavi venivano venduti o immolati nei sacrifici. I Galli credevano nell'immortalità dell'anima e in almeno 300 divinità diverse.

Vercingetorige ucciso in carcere
Quando Cesare conquistò la Gallia, questa arcaica società era al tramonto. La popolazione viveva in oppida, si era inurbata, ma i suoi capi erano sempre uomini potenti: come Vercingetorige che nel 52 a.C. mette assieme un esercito confederato e con la tecnica della "terra bruciata" dà scacco alle regioni romane. Alla fine, però, le forze in campo sono impari: Vercingetorige si chiude nella roccaforte di Alesia, ma Cesare espugna la città e cattura il nemico. Il giorno del trionfo di Cesare, il principe gallo viene fatto sfilare in catene per le strade di Roma, poi è assassinato nel Carcere Mamertino.

Abili scultori e padroni del sale
I Galli hanno lasciato capolavori straordinari che testimoniano la loro abilità nella lavorazione dei metalli. Ferro, bronzo, oro diventano armi, monili, gioielli. Erano lavorati a sbalzo, a martellatura, a fusione con stampi e poi cesellati, incisi a bulino. Famosa era la "torquis", collana in oro decorata con piccoli fiori stilizzati e linguette.
I Galli possedevano anche grandi quantità di sale che estraevano con perizia. Con il sale davano sapore ai cibi, lavoravano il cuoio e soprattutto conservavano gli alimenti. E proprio il fatto di avere sempre a disposizione delle razioni di cibo da portare nei loro spostamenti, spiega la loro grande mobilità.

Attratti dal vino
Si dice che a chiamare i Galli in Italia sia stato Arrunte di Chiusi per vendicarsi di un torto ricevuto. Per convincerli, Arrunte fece balenare ai loro occhi una ricchezza che i Galli apprezzavano molto: il vino. Così almeno racconta lo storico Tito Livio. Allo stesso storico romano dobbiamo un'articolazione dei Celti i nvari gruppi etnici, dai Cenomani ai Boi, dagli Insubri ai Senoni.

Sono proprio i Senoni di Brenno, nel 390 avanti Cristo, a saccheggiare Roma. Da quella  incursione deriva una serie di racconti che sono stati definiti l'ultimo grande nucleo di tradizioni storiche e mitiche della città di Roma. Ecco dunque, tra realtà e leggenda, il plebeo Lucio Albinio che accoglie sul suo carro, dopo averne fatto scendere moglie e figli, le vergini Vestali che lasciavano Roma con un pesante fardello di oggetti sacri. Ecco i senatori che attendono la morte nelle loro case aperte, immobili al punto che i Galli li prendono per statue: ma quando tirano la barba a uno di loro, ed egli reagisce con un colpo di scettro, ne fanno una strage. Ecco le oche del Campidoglio che schiamazzando rivelano ai difensori l'assalto condotto furtivamente al colle..Sono racconti che s'apprendono sui banchi di scuola e tra essi spicca quello di Brenno che, di fronte alle proteste romane perchè usa una bilancia alterata per misurare il tributo, getta la spada sul piatto e grida: "Vae victis", "Guai ai vinti". Ma poi arriva il dittatore Marco Furio Camillo che mette in fuga gli invasori.

LE CIVILTA’ BARBARE: GLI OSTROGOTI

Abitavano a oriente del fiume Dnestr, pressappoco l’odierna Ucraina, e per questo li chiamavano “Goti dell’Est”. Erano più organizzati dei Visigoti e avevano un re, sia pure eletto dal’esercito. Attorno al 370, però, furono sconfitti e assogettati dagli Unni. Soltanto dopo la morte di Attila (453), gli Ostrogoti riconquistarono la loro indipendenza e con Teodorico giunsero al culmine della potenza.

Teodorico, per i servizi resi all’impero bizantino, ottiene dall’imperatore Zenone la concessione dell’Italia, allora in mano a Odoacre (il re degli Eruli che aveva fissato la sua capitale a Ravenna), e nella primavera del 489 varca le Alpi Giulie con 100.000 soldati. Dopo epiche battaglie sull’Isonzo e a Verona, Odoacre viene ucciso, Teodorico entra in Ravenna, è proclamato re e Bisanzio riconosce ufficialmente il titolo.

Lo stanziamento ostrogoto in Italia è a maglie molto larghe, essendo pochi gli invasori. La maggior densità è nella pianura padana, altri gruppi s’insediano in Dalmazia e in Campania. Il centro più importante resta Ravenna, già sede degli ultimi imperatori d’Occidente.

Teodorico favorisce i buoni rapporti fra la sua gente e gli italici-romani, ma mantiene ben distinte le funzioni: agli Ostrogoti quelle militari, ai Romani quelle amministrative. Vieta i matrimoni fra le due stirpi e conserva la diversità di culto, dato che gli Ostrogoti professano l’arianesimo.

Forse è proprio la mancata fusione fra i due popoli la causa principale del crollo del regno. La disgregazione comincia subito dopo la morte di Teodorico, avvenuta nel 526. Nove anni dopo, quando le armate di Giustiniano sbarcano in Italia per restituirla al diretto controllo dell’impero, gli Ostrogoti non possono contare sull’aiuto delle popolazioni italiche. Combattono per vent’anni con grande valore, ma alla fine devono soccombere. E scompaiono dalla storia italiana quasi senza lasciare traccia.

La crudeltà di Teodorico
Teodorico (454-526) è stato il re più abile degli Ostrogoti, ma forse anche il più crudele. Apparteneva al nobile casato degli Amali e aveva trascorso gli anni giovanili a Costantinopoli come ostaggio, in garanzia di un trattato federativo stretto tra Ostrogoti e Impero. Più tardi, per l’aiuto prestato all’imperatore Zenone contro il rivale Basilisco, ottiene il permesso di stanziarsi in Italia con il suo popolo. Ed è proprio in Italia, con l’assassinio di Odoacre, che Teodorico si rivela barbaro di efferata crudeltà: dopo un assedio pluriennale di Ravenna, promette di lasciar salva la vita al rivale e invece lo uccide e stermina tutta la sua famiglia. Trent’anni più tardi, quando l’imperatore Giustino mette al bando l’eresia ariana, Teodorico fa uccidere alcuni esponenti del Senato (fra i quali Boezio) e costringe il papa Giovanni I a recarsi a Costantinopoli per chiedere la riammissione degli ariani, poi al suo ritorno lo fa incarcerare sino alla morte.

Totila, l’immortale che occupò Roma
Il suo vero nome era Baduila, ma lo chiamavano Totila, e cioè l'immortale. Era nato a Gualdo Tadino nel 552, un ostrogoto dell’ultima generazione dunque. Totila sale al trono nel momento più grave della guerra contro i bizantini. Uomo di notevoli capacità politiche e militari, riesce a recuperare agli Ostrogoti gran parte dei territori italiani perduti. Sa ottenere l’appoggio delle popolazioni locali con un atteggiamento conciliante del tutto nuovo. Rafforza l’esercito arruolando uomini poveri, affamati da una guerra ormai decennale, e nel 546 occupa Roma. Fallite le trattative di pace intavolate con Giustiniano, Totila nel 547 abbandona la capitale a Belisario, generale dell’esercito bizantino. Ma subito dopo, allestita una squadra navale, occupa la Sicilia, la Corsica e la Sardegna, compie incursioni contro la Dalmazia e le isole greche. Nel 552 si scatena la controffensiva bizantina guidata da Narsete. Totila è affrontato e sconfitto sull’Appennino umbro. Cade in battaglia, è la fine del regno ostrogoto.

LE CIVILTA’ BARBARE: I VANDALI

Sono due tribù – i Silingi e gli Asdingi – che abitano il corso superiore del Meno e la pianura della Pannonia. Germani che professano l’arianesimo (movimento religioso che nega la divinità nella persona di Gesù Cristo) e non hanno la forza di resistere agli Unni. Così attraversano il Reno e si stabiliscono in Spagna (Galizia e Andalusia). Siamo nei primi anni del Quattrocento e le due tribù si ricongiungono sotto la guida di re Gunderico. E’ lui a creare un embrione di Stato vandalo, fondato più sul sistematico saccheggio della regione che non su un’organizzazione politica e sociale.

Caso eccezionale fra le popolazioni barbariche, i Vandali si impadroniscono della tecnica delle costruzioni navali e della navigazione. Cominciano a compiere ardite azioni piratesche contro le isole Baleari e le coste africane.

Salito al trono Genserico (428-477), i Vandali si pongono l’ambizioso obiettivo di attaccare la più ricca provincia romana dell’Occidente, l’Africa. Sbarcano presso Tangeri nella primavera del 429 e occupano la Numidia e la Mauritania. Dopo la caduta di Cartagine, l’imperatore Valentiniano III firma con loro un trattato di pace. Ma i regolari scambi commerciali non pongono termine alle spedizioni piratesche. Vengono conquistate la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Viene assalita dal mare e saccheggiata la stessa Roma (455) e occupata la Sicilia (dal 468 agli inizi del VI secolo).

Dopo le persecuzioni contro il culto cattolico, la solidarietà germanica comincia a incrinarsi. Nel 530, l’ultimo re vandalo, Ilderico, è deposto e sostituito da Gelimero. L’imperatore Giustiniano interviene in difesa del sovrano deposto. Nel giro di tre anni tutte le terre occupate dai Vandali vengono riconquistate.

Un politico astuto che odiava i Romani
Genserico è stato il più grande dei re vandali: stratega geniale in guerra, abile politico in pace, profondamente antiromano e persecutore dei cattolici. Ovviamente, anche crudele e spietato come tutti i barbari. E vendicativo. Proprio da una vendetta personale scaturisce il saccheggio di Roma nel 455. L’imperatore Valentiniano III aveva promesso sua figlia Eudocia in moglie al figlio di Genserico, Unerico. Era uno stratagemma per tenersi buono il barbaro che aveva già occupato mezza Africa. Ma dopo l’usurpazione imperiale di Petronio Massimo, per vendicarsi delle mancate nozze, Genserico attacca Roma e i Vandali fanno terra bruciata. Portano via anche molti prigionieri, comprese la stessa imperatrice Eudossia e le sue due figlie Placidia ed Eudocia (che poi sposerà davvero Unerico).

La potenza navale dei Vandali rappresenta un grave pericolo per l’Impero d’Occidente perchè i pirati di Genserico erano in grado di bloccare tutti i rifornimenti di grano che venivano dall’Africa. L’imperatore Maggioriano tenta di colpire i Vandali con uno sbarco in Africa (461) ma senza successo. Genserico, anzi, saccheggia di nuovo le coste italiane e greche e distrugge a Cartagine la flotta mandatagli contro dall’Imperatore d’Oriente.

Aspre persecuzioni contro i cattolici
Durissimo è l’atteggiamento dei Vandali verso i proprietari afro-romani sottoposti alla confisca dei beni, spesso esiliati quando non addirittura uccisi. E aspre le persecuzioni contro il clero cattolico la cui opera di proselitismo si temeva minasse la compattezza etnica e politica, oltre che religiosa, dei conquistatori.

Nonostante gli accordi stretti da Genserico con l’imperatore d’Oriente, accordi che portano a temporanee concessioni religiose alle popolazioni romanizzate, Unerico (477-484) riprende le persecuzioni anticattoliche. E ostile ai cattolici è anche il re Trasamondo (496-523) che accetta di entrare nella grande alleanza dei sovrani barbari promossa da Teodorico, re degli Ostrogoti, anche se poi, temendo per la propria autonomia, cerca di impedire che Teodorico eserciti la sua tutela sulla Spagna visigota. Ilderico (523-530) tenta un rovesciamento di politica, restaurando il culto cattolico e richiamando gli esiliati. Ma è troppo tardi perchè tra Vandali e cattolici si instaurino rapporti di reciproca fiducia. E poi il regno vandalo sta per finire.

LE CIVILTA’ BARBARE: I BRITANNI

Britannia è il nome celtico dell’Isola di Gran Bretagna. Quando vi giungono i Romani, nel primo secolo a.C., trovano una popolazione divisa: i Canti (nel Kent), i Regni (a Chichester), i Dumnonii (in Cornovaglia), i Siluri (nel Galles), i Caledoni (in Scozia) e i Briganti (a sud del Tamigi). Sono abili agricoltori e guerrieri indomiti. Hanno organizzazione politica e costumi religiosi molto simili a quelli della Gallia, strettamente legata alla Britannia anche durante le guerre galliche.

Dopo le campagne di Cesare (55-54 a.C.), l’isola è soggetta a un tributo annuo, ma rimane indipendente sino alla conquista compiuta da Claudio (43-48 d.C.) che costituisce a provincia la parte sud-orientale. Remota, di difficile accesso ed esposta alle invasioni del Nord, la Britannia costringe i Romani a lasciarvi una guarnigione di tre legioni più gli auxilia, gli aiuti (circa 50 mila uomini). A questa prima fase della colonizzazione va riferito l’ampliamento delle vie strategiche, con la conseguente sistemazione delle fortificazioni di frontiera: i due valli costruiti da Adriano e da Antonino Pio (dal 122 al 142).

La seconda fase della romanizzazione culmina nel IV secolo e stabilisce una struttura sociale ed economica basata sulla “villa”, intesa come azienda agricola.

I Romani cominciano a evacuare l’isola nel 410 e da allora la Britannia viene invasa da Angli, Sassoni e Luti che arrivano dal continente. Una parte dei Britanni si rifugia nell’Armonica, che da allora prende il nome di Bretagna. La Britannia romana lentamente scompare e anche il cristianesimo, introdotto all’inizio del III secolo, va declinando. La regione verrà poi convertita al cristianesimo nel secolo VI.

La regina Bondicca sola contro Roma
Bondicca è il nome latino della regina degli Iceni. Era una donna giovane, bella e coraggiosa. Fu lei, attorno al 60 d.C., a ribellarsi agli invasori Romani e a tentare la riconquista dell’isola. Il suo popolo, gli Iceni, abitava insieme con i Trinovanti il territorio a nord dell’estuario del fiume Tamigi. Scintilla della ribellione furono gli abusi e le crudeltà compiute dalle legioni di Svetonio Paolino. Bondicca raccolse accanto a sè un pugno di valorosi e diede battaglia. Vinse i primi scontri, infiammò di libertà una fetta dell’isola. Ma da Roma arrivarono altre regioni e fu lo stesso Svetonio Paolino a soffocare la rivolta. Bondicca, piuttosto che consegnarsi al nemico, si tolse la vita.

L’usurpatore Carausio imperatore per tre anni
Aurelio Carausio, un romano di umili origini che era riuscito a diventare prefetto della flotta della Manica, nel 286 d.C. viene incaricato di dare la caccia ai pirati franchi e sassoni che saccheggiano le coste dell’isola. Carausio, che è un abile ammiraglio, distrugge le navi nemiche. Ma poichè è anche sfrenatamente ambizioso, subito dopo la vittoria si ribella a Roma: occupa la Britannia e il nord della Gallia. E nel 293 si proclama imperatore, dopo aver sconfitto le truppe di Massimiano. Diocleziano finge di riconoscerlo ufficialmente, ma intanto prepara un tranello. Che scatta quando l’usurpatore viene ucciso da Allecto, un suo ufficiale al quale è stato fatto credere che avrebbe potuto sostituirlo. Nel 296 l’autorità imperiale è ristabilita da Costanza Cloro e la Britannia da allora viene amministrata sotto forma di quattro province separate.

Le terme di Bath
La cultura romana dominò, senza soffocarla, l’antica tradizione celtica. Benchè la provincia non riuscisse a esprimere un vero e proprio stile romano-britannico, apporti indigeni sono ritrovabili in molte espressioni artistiche e artigianali. Tra i più significativi resti architettonici vanno ricordati il tempio di Claudio a Camulodunum (Colchester) e nella città di Bath (l’antica Aquae Salis) il grande edificio termale e il tempio di Sul, dea delle sorgenti calde assimilata a Minerva. Notevoli anche le decorazioni (famosi i mosaici di Lullingstone) delle dimore di campagna.

LE CIVILTA’ BARBARE: GLI ERULI

Sono passati oltre 400 anni dalla nascita di Gesù. L’Impero romano d’Occidente, nel quale si sono succeduti oltre 80 imperatori, sta recitando in modo inglorioso le sue ultime battute. I barbari attaccano da ogni parte le frontiere dell’impero. Arrivano dal Nord, dall’Est, dall’Ovest. Ci sono i Visigoti, i Vandali, gli Alani, i Burgundi, i Franchi (i Galli), i Goti, gli Unni. Alcuni di questi popoli non vengono nemmeno citati nelle frettolose note storiche dei libri di testo. Qualcuno ha sentito parlare dei Rugi, degli Sciri e dei Turcilingi? Eppure c’erano anche loro a scorrazzare nella Penisola italica, ormai diventata terra di conquista. Dalle Alpi, originari della lontana Scandinavia, scendono anche gli Eruli. Un popolo che era già stato protagonista, alcuni secoli prima (nella seconda metà del 200), dell’invasione della Grecia, dove aveva messo a ferro e fuoco tutto il territorio. Un gruppo si era spinto fino in Spagna. Predatori e cacciatori, come pochi altri, avevano saccheggiato tutte le coste della Gallia e della Spagna.

Gli Eruli furono poi sottomessi dagli Ostrogoti, per passare poi con essi sotto il dominio degli Unni. Dopo la morte di Attila recuperarono la loro indipendenza stabilendosi sulle rive del Danubio e fondando un forte regno. Vinti dai Longobardi, si dispersero unendosi ad altri popoli. Nel sesto secolo scompaiono dalla storia come popolo indipendente. Erano famosi per la velocità nella corsa, molto fieri, coraggiosi, amanti della libertà. Più di altri rimasero fedeli alle primitive costumanze germaniche. Un loro capo di nome Sinduald nel 566 sconfisse i Goti. Alcuni storici sostengono che gruppi di Eruli si stabilirono nelle vallate tridentine. Ma non ci sono riscontri precisi.

Odoacre, re degli Eruli
Odoacre, viene indicato in alcune fonti storiche come il re degli Eruli. Ma sembra che fosse uno sciro. Nato nel 434, entrò al servizio dell’impero. Quando le milizie barbare, che formavano la maggior parte dell’esercito romano, pretesero un terzo delle terre d’Italia, ottenendone un rifiuto, Odoacre prese la testa della rivolta. Gli insorti lo proclamarono re e tra questi gli Eruli gli furono i più fedeli. Ma arrivarono in Italia i Visigoti, che costrinsero l’esercito di Odoacre a ritirarsi a Ravenna. Mentre per tutta l’Italia infuriava la lotta fra barbari, i Visigoti assediarono la città di Ravenna. Dopo tre anni, costretto dalla fame, Odoacre negoziò la resa con Teodorico, re dei Visigoti. Dopo la promessa di avere salva la vita e di conservare una piccola parte del potere, aprì le porte della città. Teodorico entrò a Ravenna da trionfatore il 5 marzo del 493. Ma non mantenne le promesse. Dopo dieci giorni Teodorico fece uccidere Odoacre, re degli Eruli e tutti i suoi familiari, compresi la moglie e il figlio.

L’ultimo imperatore romano
Gli Eruli hanno contribuito a mettere la parola fine all’Impero romano d’Occidente. Facevano parte delle milizie di Odoacre, che a Pavia sconfisse l’esercito imperiale comandato da Oreste e depose il giovane imperatore Romolo Augusto. Una sorte ironica volle dare a questo ragazzo, destinato ad essere l’ultimo imperatore di Roma, il nome del primo. Romolo Augusto, che poi la storia ha chiamato “Augustolo”, cioè “Augusto il piccolo” per distinguerlo dal grande, venne confinato nel Castel dell’Uovo a Napoli con una ricca pensione. L’impero romano d’Occidente scompare non solo di fatto, ma anche di nome. Le aquile romane hanno smesso di volare e comincia il Medioevo. Era l’anno 476.

La fine dell’impero di Roma
La maggioranza degli storici sostiene che la fine dell’Impero romano fu provocata soprattutto da due fatti: il cristianesimo e la pressione dei barbari che calavano dal Nord e dall’Oriente. Non è proprio così. Il cristianesimo non distrusse nulla. Si limitò a seppellire un cadavere: quello di una religione in cui ormani non credeva più nessuno e a riempire il vuoto che esso lasciava. Una religione conta non in quanto costruisce dei templi e svolge certi riti, ma in quanto fornisce una regola morale di condotta. Il paganesimo questa regola l’aveva fornita. Ma quando Gesù Cristo nacque, essa era già in disuso, e gli uomini, consciamente o inconsciamente, ne aspettavano un’altra. Non fu il sorgere della nuova fede a provocare il declino di quella vecchia, anzi il contrario. Tertulliano lo scrisse apertamente. Per lui tutto il mondo pagano era in liquidazione. E quanto prima lo si sotterrava, tanto meglio sarebbe stato per tutti.

LE CIVILTA' BARBARE: I VISIGOTI

I Visigoti sono germanici (uno dei due rami dei Goti) che nel IV secolo si convertono all'arianesimo (seguivano le teorie dell'eretico Ario che negava la divinità di Gesù Cristo), soprattutto per impulso del loro vescovo Ulfila. Sono organizzati in una rudimentale monarchia sulla quale ha grande influenza la famiglia dei Balti. Nel 376, spinti dagli Unni, i Visigoti lasciano l'antica Dacia romana, passano il Danubio e si insediano nella Mesia Inferiore.

L'imperatore d'Oriente li considera federati. Ma nel 395 il nuovo re Alarico mette a sacco la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia e la Grecia. L'imperatore Arcadio gli concede il titolo di dux e di magister militum, ma la tregua dura solo tre anni. Alarico e le sue orde invadono l'Italia, devastano Roma, portano via Galla Placidia (sorella dell'imperatore Onorio) e scendono in Calabria con l'intenzione di passare in Africa. Ma la flotta allestita a Reggio viene distrutta da una tempesta. Alarico muore a Cosenza. Il suo successore Ataulfo sposa Galla Placidia. Ma nuovi contrasti con Ravenna lo spingono verso la Spagna. Il suo successore, Wallia, riporta i Visigoti al nord dei Pirenei. Qui trovano la loro prima sede stabile e fondano un vasto Stato con capitale Tolosa, primo regno romano-barbarico impiantato nei territori dell'impero. Un secolo più tardi i Franchi sconfiggeranno i Visigoti e cancelleranno il regno di Tolosa. E dopo i Franchi, nel 711, ci sarà l'invasione degli arabi. Gruppi di Visigoti superstiti si rifugeranno sulle montagne delle Asturie, mantenendosi indipendenti sino al tempo della riconquista. Ma ormai non erano più barbari.

LE CHIESE A VOLTA DELL'ARTE VISIGOTA
I Visigoti, i più antichi federati dell'impero romano, insediandosi in Paesi profondamente romanizzati come l'Aquitania e la Spagna, cercarono di mantenere in vita le istruzioni amministrative e ne accettarono i sistemi di vita e la cultura in tutti i suoi aspetti. Gli artisti locali affondavano quindi le radici nelle tradizioni tardo-romane e bizantine. Ma c'è anche un'arte visigota. Per esempio, alcune chiese a volta costruite in pietra da taglio, per lo più a pianta cruciforme. Navata centrale e transetto hanno la medesima altezza e larghezza e s'intersecano, formando uno spazio quadrato, la crociera, delimitata da 4 archi e spesso sormontata da una torre. Una caratteristica dell'architettura visigota è l'uso dell'arco a ferro di cavallo. Tra i monumenti più significativi, le chiese di San Juan de Banos, San Pedro de la Mata (presso Toledo) e San Pedro de la Nave (Zamora).

PER 3 GIORNI ALARICO UMILIO' LA GRANDE ROMA
A 25 anni Alarico era già un re potente e acclamato. Prima aveva servito l'esercito romano a capo di un reparto goto. Poi il suo popolo lo aveva incoronato. Lui era un forte condottiero, ma anche un furbo politico. S'inserisce subito nel conflitto esploso fra la parte occidentale e quella orientale di un impero decadente. Invade i Balcani, dà ai Visigoti l'orgoglio di una ritrovata identità. Viene in Italia e si ferma minaccioso alle porte di Roma. L'imperatore Onorio invano tenta di venire a patti. Alarico penetra nella città e per 3 giorni la saccheggia. E' l'anno 410. Il "sacco di Roma", benchè non così grave come le fonti antiche lo dipingono, suscita profonda impressione fra i contemporanei, infrangendo il mito della "città eterna".
Alarico muore, in maniera piuttosto misteriosa, lo stesso anno, mentre risale verso il nord dell'Italia. Il suo corpo, secondo lo storico goto Giordane, viene sepolto nel letto del fiume Busento, presso Cosenza. A lui è dedicata una celebre ballata di A. Von Platen, tradotta dal Carducci: "La tomba nel Busento".

LE CIVILTA' BARBARE: GLI UNNI

Lo studio degli Unni pone alcuni problemi ancora insoluti. Per esempio, la loro sede d'origine e il loro  ceppo etnico. Secondo una delle tesi più accettate, gli Unni arrivavano dalle steppe dell'odierno Turkestan. La forza militare, che si basava sulla cavalleria armata di arco e sull'organizzazione in orde mobili, consente loro di spingersi a Occidente. Nella seconda metà del IV secolo, condotti da Balamir, passano il Don sbaragliando Eruli e Ostrogoti e raggiungono la valle del Danubio. E qui le orde si disperdono. Un primo tentativo di riunire gli Unni avviene intorno al 425 per opera di Rua. Ma è solo con Attila, nipote di Rua, che le tribù situate tra il Danubio e il Volga si riorganizzano in una potente macchina da guerra. Attila dapprima sconfigge Teodosio II, infliggendo a Bisanzio un duro trattato di pace e un pesante tributo (477), poi si rivolge contro l'imperatore d'Occidente Valentiniano dal quale pretende un alto tributo e la sorella Onoria in sposa.
A quel punto la sontuosa capitale-accampamento di Attila nella piana pannonica diventa un centro politico e diplomatico come Roma o Costantinopoli. Le ricchezze si accumulano, si incrociano le ambascerie, vi si parla ogni sorta di lingue, dal latino al greco, al goto. Ma nel 450 i due imperi si accordano per non pagare più i tributi. Gli Unni, guerrieri dediti alla razzia, dilagano sino alla Loira. Ormani però si avvicina la battaglia finale, sta per sfaldarsi l'effimera confederazione di popoli di cui gli Unni - con la loro aristocrazia militare e l'invincibile cavalleria - rappresentano la minoranza egemone.

ATTILA MALVAGIO SOLO NELLA LEGGENDA
E' stato definito il "flagello di Dio", si è detto che dove passavano i suoi cavalieri non cresceva più l'erba. Alcune saghe germaniche lo vogliono assassinato dalla moglie Gudrun, implacabile vendicatrice dei familiari. Nei "Nibelunghi" Crimilde esorta Attila a sterminare i Burgundi per punire gli assassini del suo primo marito, Sigfrido. Ma la figura di Attila in questo poema è severa e dignitosa. Corneille e Werner trassero dalla storia di Attila altre due tragedie e Verdi un melodramma.
Ricondotta alle sue effettive proporzioni storiche, la figura di Attila si propone come quella di un politico abile, buon condottiero, certo anche uomo del suo tempo e quindi senza troppi scrupoli. Ben diverso, però, dal feroce barbaro della leggenda. Fu anche colto, duro ma non malvagio e capace di gesti generosi.

L'INCONTRO CON PAPA LEONE
Lo scontro frontale fra le forze romane al comando del generale Ezio e gli Unni avviene in Francia, ai Campi Catalaunici, presso Troyes, nel 451. Le sorti della battaglia restano a lungo incerte. Poi Attila si ritira, ma è ancora forte: le sue orde dilagano nell'Italia settentrionale e distruggono Aquileia. Giunto al Mincio, improvvisamente Attila, evita di proseguire verso sud. Perchè le epidemie gli stanno decimando le truppe? Perchè teme di trovarsi la strada sbarrata dall'imperatore d'Oriente, Marciano? Oppure la misteriosa decisione è frutto dell'incontro che Attila ha avuto sul Mincio con Papa Leone I? Certo il pontefice è andato incontro al terribile re unno: i due si sono parlati a lungo alla fine Attila si è ritirato. Morirà l'anno dopo sotto la sua tenda.