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vittorio alfieri: le opere minori

Tra le opere minori alfieriane ricordiamo, nonostante essa sia piena di retorica, l'ode Parigi sbastigliata (saluto alla rivoluzione francese) condanna degli entusiasmi illuministici del cicisbeismo, della monarchia assoluta e disprezzo per il volgo costituiscono l'argomento delle 17 satire (in terzine) prive quasi sempre di valore poetico; tumultuosa polemica politica è il Misogallo, un insieme di prose e di poesie, dettate da odio antifrancese, da opposizione agli errori e alla crudeltà della rivoluzione e insieme da amore per l'Italia. Povera cosa, artisticamente, anche le sei Commedie, in endecasillabi sciolti. 4 di esse sono di argomento politico: L'uno (contro il governo monarchico) I pochi (contro il governo oligarchico) I troppi (contro il governo democratico) L'antidoto (cioè il rimedio; dove dimostra che il governo meno cattivo è una specie di monarchia costituzionale in cui si fondono le tre forme precedenti: esempi la Repubblica Veneta e la monarchia inglese). Le altre due commedie sono: Il divorzio, una satira contro il matrimonio alla moda, circondato da tante clausole - nomina del cicisbeo e piena libertà agli sposi - da essere in realtà un divorzio; e la Finestrina (soltanto una finestra aperta nel petto dell'uomo può far conoscere il suo vero cuore); queste due ultime commedie sono di argomento morale.

vittorio alfieri: le rime

Accanto alle tragedie vanno subito collocate le Rime per le quali l'Alfieri merita un posto di privilegio nella tradizione lirica del Settecento.
Si tratta di circa 300 componimenti (canzoni, odi, sonetti ecc). Nelle "Rime" il poeta traduce, in una autobiografia poetica, le sue esperienze umane, i suoi più segreti e contrastanti sentimenti, le sue meditazioni e le sue riflessioni sulla realtà contemporanea e sui miti della sua cultura, la sua sofferta e complessa visione del vivere. Si suole parlare di un petrarchismo alfieriano; ed in realtà sono continue nelle "Rime" le suggestioni petrarchesche. Ma l'Alfieri, dal Petrarca, trae soprattutto la lezione esemplare dell'esplorazione interiore e della trasposizione delle esperienze interiori sul piano della evocazione o della trascrizione poetica. E nell'imitare forme e motivi del Petrarca, l'Alfieri cala in essi la sua complessa e inconfondibile personalità. Giustamente è riconosciuta l'eccellenza dei sonetti che riflettono le più autentiche e segrete voci dell'interiorità del poeta. Molti sono di ispirazione amorosa per la contessa d'Albany: si configurano come un diario; l'amore non è inteso come galanteria, bensì come condizione fondamentale del vivere come sommo bene terreno, come conquista di una più alta ed autentica umanità. In altri sonetti troviamo il tema della malinconia; in un sonetto l'Alfieri disegna il proprio ritratto fisico e morale. Piuttosto fredde risultano invece le canzoni e le odi.

vittorio alfieri: saul

Il Saul è l'unica tragedia che si ispira alla Bibbia (primo libro dei Re). Saul, abbandonato da Dio e tormentato da uno spirito maligno non è più il re vittorioso. La sua ira è rivolta contro Achimelech, sommo sacerdote, accusato di aver unto re David (genero di Saul, in quanto sposo della figlia Micol). Perciò, anche per le esortazioni malefiche del ministro Abner, David è bandito. Tornerà nel momento della lotta contro i filistei, ma Saul non ne accetterà l'aiuto nè condividerà il suo piano di battaglia così Saul sarà vinto e attingerà la grandezza nel suicidio lasciandosi cadere sulla sua spada.

Il personaggio di Saul è il più riuscito dell'intero teatro alfieriano: personaggio potentemente umano e drammatico, nella sua intera grandezza e nella sua cupezza sconsolata, nella sua qualità di sovrano e insieme nella sua condizione di padre, che prega che Micol possa salvarsi non come sua figlia ma come moglie di David.
La scena finale del suicidio è quella in cui meglio si esprime la poesia dell'Alfieri: poesia del "forte sentire" del dolore e della morte come affermazione estrema della libera volontà.
E' poesia della solitudine: perchè Saul, come Mirra è solo, e le figure di contorno sono troppo inferiori al protagonista. Ma proprio tale solitudine potenzia l'umanità di Saul; ed è questa vanità che lo differenzia dagli altri tiranni alfieriani e ne fa un personaggio completo e mirabilmente delineato. Il medesimo Alfieri riconosceva che in Saul c'è "di tutto di tutto assolutamente"; e così ben coglieva quel carattere di "totalità" umana ed artistica che è proprio di questo suo personaggio.
Il Saul è l'espressione più compiuta del mondo interiore dell'Alfieri ed il suo capolavoro di poesia.

vittorio alfieri: mirra

Cecri, moglie di Ciniro, re di Cipro, ha offeso Afrodite (Venere) e la dea per vendetta ha ispirato nell'animo della loro figlia Mirra un'indomabile passione per il padre. Nè i genitori, nè la nutrice Euriclea sanno trovare spiegazione al fin troppo palese turbamento di Mirra, che non sembra causato dalle prossime nozze con Pereo. Dopo avere ancora una volta assicurata al padre la sua decisione di sposare Pereo, Mirra si appresta alle nozze, ma sviene durante i preparativi. Pereo, ormai sicuro di essere odioso a Mirra, si uccide, e Ciniro, sconvolto, interroga ancora la figlia. Nel corso del tempestoso colloquio Mirra si lascia sfuggire la confessione fatale uccidendosi subito dopo con la spada del padre.

La tragedia è tutta imperniata sull'incestuosa passione della fanciulla per suo padre. Da uno spunto così esile l'Alfieri ha saputo ricavare una tragedia ampia e complessa, interamente dominata dalla figura della protagonista: e va rilevato che il dramma si svolge tutto nell'anima di Mirra e si sviluppa tremendo e inesorabile in un'atmosfera di solitudine.
Mirra infatti è sola, vive sola, ritenendo una profanazione la vicinanza delle persone care, disdegnando di comunicare con tali persone e chiudendosi nel suo tormento, e muore sola dopo aver reso attoniti i suoi di fronte alla finale rivelazione dell'insano amore.

i motivi della tragedia alfieriana

L'argomento è vario: tragedie di ribellioni contro volontà tiranniche, di ambizione regale, di affetti domestici, di passioni intime.
Unico orientamento della scelta: i grandi popoli e i grandi personaggi dotati di alti sensi e di potenti passioni i quali sono per l'Alfieri i soli soggetti tragediabili, in quanto egli intende "che gli uomini debbano imparare in teatro ad essere liberi, forti, generosi, trasportati per la vera virtù insofferenti d'ogni violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei propri diritti, e in tutte le passioni loro ardenti retti e magnanimi".
Le più grandi tragedie dell'Alfieri sono quelle in cui il dramma si svolge tutto nell'interno della coscienza del protagonista: la Mirra e il Saul.

argomenti, composizione, struttura delle commedie alfieriane

Alfieri ci ha lasciato 19 tragedie. Gli argomenti furono tratti dall'antichità greca (fra questi Mirra) e romana (Virginia, Bruto I, Bruto II) dalla storia medievale (Rosmunda) dalla storia moderna (Filippo) e uno dalla Bibbia (Saul).

La tragedia veniva compiuta in 3 fasi (respiri) successive: ideazione (rapido cenno in prosa), stesura (la distribuiva nelle scene e negli atti), verseggiatura (poneva in versi quanto aveva scritto in prosa).
L'Alfieri:
- conservò le tre unità
- usò l'endecasillabo sciolto
- soppresse le lungaggini dei nunzi e dei confidenti
- concentrò l'azione su uno o due personaggi e svolse rapidissimi verso la catastrofe gli avvenimenti
- non ammise l'elemento amoroso, se non quando fosse la ragione stessa della vicenda tragica.

La lingua usata è generalmente quella della tradizione toscana, ma non senza innovazioni dettate dalla necessità dei tempi.

la tragedia prima dell'alfieri

La tragedia (canto del capro) è un genere fondamentale del teatro drammatico, caratterizzato dalla solenne narrazione di fatti gravi riguardanti pesonaggi importanti e dallo scioglimento luttuoso della trama, e alle dispute sul genere tragico nel secolo XVIII.
Le dispute divisero i contendenti in due campi: tragedia greca e a quella del nostro cinquecento o alla tragedia francese instaurata da Corneille e da Racine.

TRAGEDIA CLASSICA
- unità di tempo = nell'arco della giornata
  unità di luogo = nello stesso luogo, senza cambiare scena
  unità di azione = semplice e lineare
- intervento del soprannaturale = intervento di un Dio che scioglieva ogni problema
- partecipazione dei nunzi = messaggeri
- partecipazione dei cori = cantano

TRAGEDIA FRANCESE
- nega il soprannaturale
- nega cori e nunzi
- inseriva nelle scene degli antefatti = collega le scene
- elemento amoroso
- inseriva personaggi di alta dignità

Altra questione fu se nella tragedia si dovesse usare l'endecasillabo sciolto, misto ad altri versi.

Incontrò maggior favore il tipo di tragedia, cui dette autorità la Merope di Scipione Maffei nella quale conciliano gli influssi francesi e quelli della tradizione classica: rispetto delle tre unità, senza coro stabile, senza nunzi e tutta scritta in endecasillabi sciolti.

vittorio alfieri: i trattati politici

Il trattato Della Tirannide, in due libri costituisce una prima chiave di interpretazione del teatro alfieriano basato in genere su un drammatico conflitto tra tiranno e tiranneggiato.
Nel primo libro si indica infatti l'origine della tirannide nel lusso, nello strapotere del clero e della milizia e nella viltà del volgo; nel secondo si afferma la necessità che l'uomo libero debba uccidere il tiranno o uccidersi, perchè la libertà non è un diritto ma l'essenza stessa dell'uomo senza la quale non ha significato la vita.

Nel trattato Del principe e delle lettere, in tre libri, il poeta affronta il problema del rapporto tra il principe e il letterato. Per lui lettere e potere politico non possono essere che naturali nemici: infatti il principe tende per sua natura a soffocare la libertà dei cittadini e a condizionarne la vita morale, mentre le lettere (come le intende l'Alfieri) hanno soprattutto il compito di promuovere nei lettori l'amore della libertà, la coscienza dei propri diritti, la responsabilità inalienabile del proprio destino. Severo è il giudizio dell'Alfieri sul fenomeno del mecenatismo, giudizio che non investiva solo i principi ma anche quei poeti (come Virgilio, Dante, Ariosto, Tasso) che in ogni tempo secondo lui si erano fatti cortigiani ed adulatori. Da quest'opera emerge esplicitamente la nozione che l'Alfieri aveva del letterato: questi si configura come un'eroe al quale spetta un'alta missione educativa, al di là di ogni lusinga e di ogni compromesso. Soprattutto maestro di libertà, il poeta, e non solo nei tempi di tirannide politica, ma in ogni tempo perchè in ogni tempo la libertà può essere insidiata e compromessa e rischia di essere ingannata o perduta se non è difesa con vigile coscienza da ogni minaccia.
Il trattato chiude con l'esortazione a liberare l'Italia dai barbari riprendendo il titolo posto dal Machiavelli all'ultimo capitolo del suo "Principe", per mostrare che in diversi modi si può ottenere lo stesso effetto: con gli scritti di "caldi e ferocissimi spiriti". In tal modo l'Alfieri inaugura la letteratura-azione, che troverà nel Foscolo il primo fervidissimo discepolo.

vittorio alfieri: la vita

La Vita ci dà la testimonianza diretta, oltre che delle vicende esteriori, anche di alcuni intimi travagli del poeta. L'opera è divisa in 2 parti e 4 epoche: la puerizia; l'adolescenza, cioè quando era all'Accademia di Torino; la giovinezza, che comprende 10 anni di vita irregolare e disordinata; la virilità che va dalla "Cleopatraccia" fino alla morte.

La Vita ci dà il "ritratto eroico" dell'Alfieri, l'immagine di una personalità tutta chiusa nella sua solitudine.
L'Alfieri domina sulla scena dalla prima all'ultima pagina, col suo amore per gli spettacoli più solenni e solitari della natura, quali i mari e i deserti: così sono anche i protagonisti e l'ambiente delle tragedie, di cui La Vita è come una preparazione alla lettura.
Essa è, dopo le tragedie, l'opera più significativa come storia della formazione interiore del poeta, più che opera di vera poesia. Ad esprimere questo stato d'animo concorre lo stile rapido e senza abbandoni, irto di "alfierismi" parole che il poeta inventa o deforma.

vittorio alfieri

Nacque ad Asti il 16 gennaio 1749. All'Accademia di Torino uscì col grado di porta-insegna del reggimento di Asti. Avuta dal re la licenza di partire dal reggimento, viaggiò per anni per divagare l'irrequietezza che lo tormentava interiormente. Tornato a Torino cominciò a scrivere prima in francese poi in italiano cose di poco conto finchè nel 1774 scrisse la sua prima tragedia Cleopatra. Dal 1776 al 1790 è un periodo importante della sua vita che comprende la composizione di tutte le tragedie. Agli inizi della rivoluzione inneggiò al movimento con l'ode Parigi sbastigliata, ma poi rimase deluso e nel 1792 si ritirò a Firenze dove morì l'8 ottobre 1803. In Santa Croce troviamo il suo movimento eretto da Canova.