UGO FOSCOLO: LE GRAZIE
Questo carme allegorico-didascalico rimasto incompiuto fu ispirato al Foscolo dal gruppo scultorio delle Grazie, al quale lavorava Antonio Canova. L'opera si propone di liberare gli uomini dalla loro materialità e di innalzarli dalla bassa natura originaria alla bellezza di un mondo ingentilito dalle arti e dalla poesia.
Il carme si divide in 3 parti o inni:
- nel primo dedicato a Venere, dea della bellezza, l'azione si svolge in Grecia ed è cantata l'origine divina delle Grazie e il passaggio progressivo degli uomini dallo stato primitivo alla civiltà.
- il secondo, dedicato a Vesta, dea dell'ingegno, tratta dei riti compiuti da tre sacerdotesse davanti all'ara delle Grazie nel tempio di Bellosguardo, in Italia (le tre Grazie sono tre amiche del Foscolo: Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti, Maddalena Bignami, cioè la musica, la poesia, la danza).
- il terzo, dedicato a Pallade, dea della virtù, si svolge nell'isola di Atlantide, sperduta nell'oceano e vietata agli uomini; in essa Pallade prepara un velo, simbolo delle arti, col quale le Grazie potranno difendersi dai pericoli dell'amore violento e brutale.
Non è facile formulare sul carme un giudizio; nè i critici sono stati concordi nel valutarlo anche se riconoscevano la grandezza dei certi episodi e la coerenza dello stile. Infatti c'è chi ha ritenuto che lo stato frammentario in cui il carme è giunto fino a noi comprometta l'unità lirica e la validità dell'insieme, e c'è chi pensa, che la poesia delle "Grazie" debba dirsi episodica, e che l'incompiutezza riguardi la struttura, dovendosi in esse considerare raggiunto un esito artistico altissimo, in cui l'ispirazione e l'espressione trovano un'armonizzazione perfetta.
Qualche critico vede nel carme il capolavoro del Foscolo e il termine ultimo del suo itinerario artistico; per esservi ogni antefatto umano totalmente trasfigurato in poesia, a differenza dei "Sepolcri" dove non tutto sembra risolto e trasportato sul piano dell'arte.
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UGO FOSCOLO: IL CARME DEI SEPOLCRI
Iniziato nel 1806, fu pubblicato a Brescia nel 1807: è in 295 endecasillabi sciolti e dedicato a Ippolito Pindemonte. Lo spunto occasionale a comporre il carme gli fu dato da una conversazione prima con Isabella Teotochi Albrizzi e poi con Pindemonte, il quale attendeva al poema "I cimiteri" in difesa del sentimento cristiano del culto delle tombe, che gli pareva violato da un editto napoleonico emanato a Saint-Cloud nel giugno del 1804 ed esteso all'Italia nel 1806. L'editto prescriveva che i morti fossero seppelliti non nelle chiese o nei conventi, ma solo nei cimiteri posti fuori città (motivo igienico) e che le lapidi funebri fossero tutte uguali e che su di esse, non fossero incisi titoli o altri segni distintivi.
Il Foscolo meditando su quanto il Pindemonte aveva scritto, sentì l'alto significato che il culto delle tombe aveva nella storia degli uomini e nella vita civile di un popolo.
Nell'esordio (1-22) il Poeta si chiede a che cosa giovino le tombe per colui che ha perduto, morendo, i beni della vita. Risponde che esse non giovano a nulla, che anzi, una "forza operosa" travolge ogni cosa e l'uomo stesso. Prevalgono la cupa concezione dell'Ortis, l'ateismo illuministico.
Ma se le tombe sono inutili ai morti esse giovano ai vivi per 4 motivi:
1) motivi di sentimento (23-90) attraverso le tombe si stabilisce una "corrispondenza di amorosi sensi" tra il morto e il vivo (Tomba Parini)
2) motivi di storia (91-150) le tombe sono testimonianze delle imprese dei popoli. Esse sono tanto più venerate quanto più i popoli sono liberi e grandi (come quello inglese); sono invece un fasto inutile per i popoli fiacchi e servi (come gli Italiani del "bello italo regno" voluto da Napoleone).
3) motivi morali (151-225) le tombe dei grandi incitano gli uomini di forte animo ad imprese audaci e magnanime (così le tombe di Maratona fecero per i Greci; così le tombe di Santa Croce ispireranno gli Italiani, quando essi sapranno uscire dalla servitù presente e inizieranno la lotta per la loro indipendenza e la loro libertà) (Alfieri)
4) motivi di poesia (226-295) le tombe ispirano i poeti, i quali rendono immortali gli eroi (le tombe dei re troiani, ispirarono Omero, che cantò gli eroi greci e il valore sfortunato di Ettore, simbolo di tutti gli eroi, che combattono e muoiono per la loro terra).
Nel carme la poesia abbraccia l'antico e il moderno nella speranza che le miserie del presente possano essere riscattate dal passato e che le tombe dei grandi italiani, sepolti in Santa Croce, ispirino sentimenti di redenzione civile e morale, come avvenne ai Greci che trassero spirito di amor patrio dalle tombe di Maratona.
In questa trama Foscolo ha effettuato un volo pindarico cioè ha unito la storia antica con quella del suo tempo. Pindarici sono l'ispirazione, il tono e l'intento di accendere a nobili imprese gli animi sull'esempio delle grandi gesta del passato. L'atmosfera dominante è di ispirazione religiosa: ma è religiosità laica, che prende come oggetto di culto la storia, e avvicinandola al presente, restituisce ad esso i segni di una perenne modernità.
In questo mondo popolato di miti civili e di grandi personaggi, il poeta penetra con dignità sacerdotale, con l'intento di eternare la storia nel rito della poesia. Sotto la spinta di questa illusione il mondo di pensiero del Foscolo si allarga sempre più a una dimensione perenne in cui si esaltano gli elementi positivi quali la funzione purificatrice della bellezza, la corrispondenza d'amorosi sensi tra vivi e morti, il vincolo di solidarietà umana, la pietà per l'eroe vinto (Ettore).
Nei Sepolcri il Foscolo ha trovato veramente sè stesso come uomo e poeta: l'esasperazione dei sentimenti, gli sdegni impulsivi e gli abbandoni, le pose oratorie e l'enfasi verbale dell'Ortis sono un ricordo lontano. Il fine proposto era di scrivere un'opera che fosse un'audace guida degli animi intorpiditi; e tal fine tocca il segno, perchè la visione della vita espressa nel carme è resa più vitale e categorica dalla ragione poetica.
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UGO FOSCOLO: LE ODI
La medesima necessità, vissuta nei sonetti, di ordinare ed equilibrare il proprio animo, di mitigare dentro di sè la commozione poetica, di piegare l'esuberanza sua romantica alla misura classica e di cantarla con distaccata contemplazione artistica, ritroviamo nelle due odi:
- A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. Mentre il Foscolo si trova a Genova, assediata dagli Austriaci, la Pallavicini, cade da cavallo e rimane ferita: la sua bellezza minaccia di restare deturpata. Il poeta le augura una presta guarigione. La consola ricordandole che anche Diana, precipitata giù per le pendici dell'Etna dalle cerve impaurite, ritornò, più bella tra le sue ninfe.
- All'amica risanata. E' più matura della prima. Protagonista è una donna amata dal Foscolo, la Fagnani-Arese, che egli rappresenta tornante in società dopo una lunga malattia, ammirata nelle sale milanesi mentre canta accompagnandosi con l'arpa, e mentre danza. L'ode si solleva in un'aura di mito e di simbolo, e diventa chiara ed alta celebrazione della bellezza femminile ed insieme lirica tradizione della nuova religione del poeta: della Bellezza, conforto dell'uomo, e della poesia eternatrice: la bellezza della donna, cantata dai poeti, diviene immortale.
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ugo foscolo: la concezione della vita e dell'arte
Il Foscolo era nato in un periodo in cui la cultura europea era tutta impregnata dell'Illuminismo; ma in cui pure si avvertivano già i sintomi della nuova sensibilità romantica. Egli si era venuto formando attraverso gli Illuministi e concepiva perciò la vita in maniera rigidamente razionalistica e meccanicistica, che inaridì lentamente in lui quei sentimenti che egli aveva ereditato dalla natura. Il poeta si venne orientando verso un concetto pessimistico della vita, per cui tutto passa come travolto da una forza meccanicistica, che spazza via ogni ideale di vita, le più belle idealità dell'uomo svaniscono al contatto della realtà.
In questa cupa concezione vennero a cadere due grandi delusioni, che incupirono sempre più la visione che il Foscolo aveva del mondo: la cessione di Venezia all'Austria da parte di Napoleone, col trattato di Campoformio (17-10-1797), e l'amore deluso per la Teresa dell'Ortis. E' questa l'epoca delle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Jacopo si uccide perchè riconosce che la virtù è vana nel mondo e non può dare agli uomini la libertà; ogni ideale crolla miseramente a contatto della realtà materialistica, sorda e sempre uguale.
Il De Sanctis disse che l'attività della vita (la guerra, gli amori, le avventure) salvò il Foscolo dal cupo pessimismo dell'Ortis e diede inizio ad una fase di passaggio, nella quale il poeta va guarendo dal suo pessimismo. Egli si era arruolato nell'esercito napoleonico che impegnato nella campagna d'Egitto, è inseguito ed assediato dagli Austro-Russi. Incontra donne nobili e belle, ama riamato, combatte, deve difendersi ed è costretto a pensare meno agli ideali che svaniscono; il pessimismo si attenua: questo lento svanire del pessimismo è segnato dai Sonetti.
I Sonetti sono idealmente completati dalle Odi; in esse il poeta celebra già la sua riconquista della vita e canta la bellezza consolatrice dei mali degli uomini.
Si apre così il momento più significativo della concezione foscoliana: quello dei Sepolcri. Le Odi avevano espresso il suo riconciliarsi con la vita; ma alla vita egli ora deve dare un contenuto, una giustificazione, un fine.
Il Foscolo allora, pur ammettendo che gli ideali umani sono fantasmi che svaniscono nell'urto con la realtà, tuttavia li accetta, così come sono, come illusioni.
Noi ci illudiamo continuamente nella nostra vita: le illusioni sono la Patria, la Gloria, l'Amore, tutte cose belle alle quali il poeta si aggrappa tenacemente, perchè senza queste illusioni la vita sarebbe impossibile e si tornerebbe sempre nella situazione dell'Ortis, mentre queste illusioni danno almeno uno scopo alla vita, la rendono degna di essere vissuta o per lo meno sopportabile. Perciò l'uomo può illudersi di sopravvivere alla morte, di perpetuarsi, di eternare la sua opera a patto che egli rimanga nel ricordo dei suoi cari e dei posteri attraverso una tomba e (quando questa sarà distrutta dal tempo inesorabile) attraverso il canto dei poeti, che trionfa sul tempo. Il poeta ha finalmente trovato uno scopo alla vita: è bello illudersi di sopravvivere alla morte, è bello illudersi di eternare la propria opera e quindi è bello produrre per l'umanità le grandi opere dell'arte e della scienza e del pensiero, è bello sacrificarsi per un'ideale santo, come quello di Patria se in questo modo l'uomo può vincere la morte e realizzare una delle più nobili e sublimi illusioni della vita, quella della Immortalità. L'ultima opera di poesia, le Grazie, è sostanzialmente il canto della Bellezza consolatrice dei mali dell'uomo.
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ugo foscolo: i sonetti
Sono 12 e vengono distinti in due gruppi.
Gli 8 minori (1798-1801) sono documenti storici o personali e notazioni sentimentali del poeta. Vi si riconosce lo stesso stile dell'Ortis: il fraseggiare breve ed epigrafico, la intensa e volutissima faticosità del periodo, la stridente durezza dell'espressione.
I 4 del secondo gruppo (1802-1803):
- In morte del fratello Giovanni si fondono sapientemente i temi cari al Foscolo (l'esilio, la disperata coscienza del proprio destino avverso, la vana speranza del ritorno in patria, il timore della tomba illacrimata, l'invocazione alla morte come porto unico di quiete, il ricordo della madre e gli affetti familiari, la corrispondenza di amorosi sensi fra vivi e morti).
- A Zacinto ritornano ancora una volta il motivo dell'esilio e il pensiero doloroso della sepoltura non lacrimata; ma anche qui la passione che è presente in tutto il sonetto, è frenato in uno svolgimento di classica compostezza e di intima disciplina; e l'esilio, raffigurato nell'immagine favolosa di Ulisse, assume un tono quasi distaccato da ogni stato d'animo immediatamente autobiografico.
- Alla sera ricorrono i motivi ortisiani della morte simile alla notte, della morte come riposo, del nulla eterno, dell'universale distinzione di tutte le cose; ma la fremente passione del poeta si compone in una quiete serena, in solenne assorta meditazione, e si placa nell'ampio ritmo dell'endecasillabo.
- Alla musa di minore valore poetico dei tre, il Foscolo vi esprime la tristezza dell'inaridirsi, momentaneo, della sua vena di poeta. L'argomento suggestivo e romantico, che si prestava a sfoghi oratori, ad atteggiamenti ortisiani, è espresso con linguaggio temperato e con nitidezza classica.
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ugo foscolo - le ultime lettere di jacopo ortis
Sono un romanzo epistolare a sfondo autobiografico.
Sono raccolte le lettere che Jacopo Ortis avrebbe inviato all'amico Lorenzo Alderani (Giovan Battista Niccolini), il quale le avrebbe pubblicate per rendere omaggio alla virtù dell'infelice amico, corredandole di una presentazione e di una conclusione e stabilendo le suture necessarie a colmare le lacune fra i vari gruppi di lettere.
La prima idea risale al 1796, quando Foscolo nel suo "Piani di studi" faceva cenno ad un romanzo dal titolo Laura, lettere, una storia d'amore e di morte, suggerita dalla sua esperienza amorosa con la Teotochi Albrizzi e dalla lettura del Rousseau "Jule, lettre de deux amants".
Successive esperienze letterarie, amorose, politiche, portarono alla redazione dell'Ortis, la cui stampa, cominciata a Bologna nel 1798, fu interrotta per la partecipazione del Foscolo alle vicende belliche contro gli Austro-Russi. L'opera fu continuata da Angelo Sassoli che pubblicò il romanzo nel 1799 col titolo di Vera storia di due amanti infelici. Solo nel 1802, sconfessando Sassoli, Foscolo pubblicò il romanzo, a Milano, poi ristampato a Zurigo e a Londra.
Jacopo, disperato per la sorte della patria, Venezia, ceduta da Napoleone all'Austria con il trattato di Campoformio (17-10-1797), si ritira sui colli Euganei (motivo politico). Qui conosce Teresa e si innamora (motivo amoroso); ma la fanciulla è promessa ad un altro. Jacopo peregrina per l'Italia (Ferrara, Bologna, Firenze, Milano, Genova, Ventimiglia) senza dimenticare Teresa, fremendo per la vista degli italiani vili e degli stranieri traditori, e ribellandosi contro la natura stessa, la quale sembra volere che sempre vi siano oppressi e oppressori. Ritorna da Teresa che si è sposata.
Dopo un'intensa lotta interiore, Jacopo si uccide.
Artisticamente l'Ortis non è riuscito: l'accensione troppo viva degli affetti cade spesso nel declamatorio. L'Ortis è uno sfogo; Foscolo è ancora lontano dalla serenità contemplativa necessaria all'arte. Nel libro, c'è un agitarsi di sentimenti che cercano una via e abbisognano di un'intima disciplina.
Tuttavia esso riveste una particolare importanza nella storia della nostra letteratura:
- sia per alcuni motivi interessanti (espressione della crisi dell'Illuminismo; incitamento all'amor di patria; il motivo dell'esule; il pensiero della morte; la considerazione del conforto che deriva a chi muore sapendo che la sua tomba non sarà dimenticata dai vivi, e della bellezza femminile che conforta l'umano vivere, gli affetti familiari);
- sia per pagine di valore artistico (descrizioni di paesaggi, notazioni di stati d'animo);
- sia perchè è il nostro primo libro romantico (il primo libro in cui il senso e la gioia della vita appaiono rosi alla radice, in un estremo rilassamento di fronte alla forza avversa della realtà).
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ugo foscolo - le ultime lettere di jacopo ortis - i miti della patria, della politica e della liberta'
Proseguendo nel suo vagabondare Jacopo perviene a Genova e poi a Ventimiglia, presso i confini d'Italia. Qui, sulle sponde del fiume Roja, contemplando lo spettacolo maestoso e orrido insieme delle Alpi si immerge in amare e desolate meditazioni, che dalla tragedia d'Italia si allargano al destino dei popoli e degli uomini tutti fino alle alterne e incessanti vicende del cosmo.
Partendo dal sensismo e dal materialismo settecentesco il Foscolo approda qui a una concezione pessimistica e fatalistica della vita: essa è soltanto movimento della materia, di essa si può soltanto descrivere la fenomenologia che lega, deterministicamente, le sensazioni alle idee più complesse, ma essa non ha un fine, un perchè, una causa.
Il moto perenne della materia, che tutto trasforma, non è dunque illuminato e giustificato da una luce razionale.
E, naturalmente, in questo mondo senza ragione e senza speranza si rilevano falsi e bugiardi tutti i grandi ideali degli uomini: la libertà, la giustizia, l'immortalità e così via.
Jacopo, che in una lettera precedente (15 maggio 1798) aveva ancora esaltato il valore delle illusioni, come sole capaci di dare un senso alla vita ("Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore"), arriva qui a vanificare ogni speranza e ad approdare alle soglie della morte.
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