QUESTA È UNA RACCOLTA DI NOTIZIE E FATTI STORICI, ADATTA PER RICERCHE SCOLASTICHE E PER ARRICCHIRE IL PROPRIO BAGAGLIO CULTURALE.

RUDYARD KIPLING: IL LIBRO DELLA GIUNGLA

L'AUTORE
Figlio di inglesi, Rudyard Kipling nacque in India, a Bombay, nel 1865. Andò per la prima volta in Inghilterra a 6 anni, per studiare, e vi restò fino a 17; tornato in India cominciò a pubblicare racconti e poesie. La celebrità arrivò di colpo, fra il 1894 e il 1897, con Il libro della giungla, Il secondo libro della giungla e Capitani coraggiosi, libri che divennero famosi fra i ragazzi di tutto il mondo. Il capolavoro di Kipling è Kim, del 1901. E' la storia di un ragazzetto inglese, orfano di un soldato, che cerca i compagni del padre e gira l'India come discepolo di un "santo", un lama tibetano. Si dice che Kipling fu un autore "imperiale": in molte sue opere è presente il concetto della potenza inglese. Oltre a diversi volumi di versi, Kipling per il pubblico infantile scrisse Storie proprio così, Puck delle colline e Premi e fate. Nel 1906 ebbe la medaglia d'oro come miglior scrittore inglese e nel 1907 ricevette il premio Nobel per la letteratura.

LA TRAMA
Akela, capo dei lupi della giungla indiana, trova fra i cespugli un cucciolo d'uomo: un bambino nudo e bruno, che gli sorride quando lo vede. La legge della giungla impedisce alle belve di cacciare l'uomo, che è troppo pericoloso e pronto a vendicarsi. Inoltre Mowgli, come verrà chiamato il piccolo, ha un'aria inoffensiva: nessuno può avere paura di lui. Solo Shere Khan, la grande tigre, vorrebbe ucciderlo per divorarlo. La pantera Bagheera e l'orso Baloo glielo impediscono: Mowgli potrà vivere e crescere in libertà. Diventa amico di tutti gli animali: Kaa il pitone e Tabaqui lo sciacallo, Mang il pipistrello, Rikki-Tikki-Tavi la mangusta, che riesce a uccidere il cobra Nag, velenoso e tanto più forte. Solo Shere Khan resta nemica: ma sarà Mowgli con la sua intelligenza a vincere.

IL PROTAGONISTA
Mowgli è come un altro grande personaggio della giungla, Tarzan. Anzichè le scimmie, sciocche e chiacchierone, lo allevano i lupi. Akela gli spiega il significato di ogni rumore, dallo scricchiolio che fa il pipistrello grattando un ramo al tonfo dei pesci nell'acqua degli stagni. L'orso Baloo gli passa miele e noci, buoni da mangiare come la carne. Ma la sua maggiore amica è Bagheera, la pantera che sembra tutta nera ma, sotto i raggi del sole, mostra macchie trapuntate su una pelle di seta. Più tardi Mowgli vedrà anche i suoi simili, gli uomini: bambini che hanno paura di lui, pastori di bufali, cacciatori. Impara le loro abitudini e, diventato grande, tornerà a vivere con loro. Ma questa, conclude Rudyard Kipling, è una storia per gli adulti.

MOWGLI E LA TIGRE
Shere Khan disprezza Mowgli, lo chiama "ranocchio". Una tigre lunga più di tre metri, potente, terrore della giungla, non può temere un ragazzo. Voleva sbranarlo quand'era piccolo ma ha pazienza: verrà il momento in cui il cucciolo d'uomo finirà tra le sue zampe.
La legge della giungla ha insegnato a Mowgli che ci si deve controllare. Il nutrimento e la vita dipendono dal dominio di se stessi. Sfidare faccia a faccia la tigre significherebbe morire; bisogna saper fare dei piani. Entrando in un villaggio dopo gli anni passati con i lupi, Mowgli ha conosciuto Buldeo, un cacciatore che possiede un vecchio moschetto. Il governo indiano, viene a sapere, ha posto una taglia su Shere Khan: cento rupie a chi porterà la sua pelle. Buldeo prende in giro il ragazzo: "Perchè non ci provi tu?".

Quando il capo del villaggio gli offre di portare al pascolo le mandrie, Mowgli accetta. E' un lavoro poco divertente, perchè i bufali stanno immobili a pascolare, e se per caso fanno due passi si fermano subito. In aria volano nibbi famelici, pronti a buttarsi su un animale piccolo o, se sta morendo, anche su una belva. Mowgli si fa scortare dai suoi amici, i lupi: se Shere Khan si avvicina lo avvertiranno. Fratello Bigio, il figlio del capo Akela, viene a sapere dallo sciacallo Tabaqui che la tigre ha divorato un cinghiale e si è nascosta a dormire in un burrone asciutto, sovrastato da alti dirupi. E' il momento buono per agire.

Akela e Fratello Bigio dividono la mandria: da un lato tori e bufali, dall'altro vacche e vitelli. I due gruppi, spaventati, irrompono nel burrone. Shere Khan si sveglia di colpo. Le pareti rocciose scendono a picco, impossibile scalarle. Il terreno trema sotto il fragore degli zoccoli. La tigre sa che non può resistere a una carica di bufali e si prepara a combattere per la vita. Ma non ha più scampo. La mandria la schiaccia. Mowgli estrae il suo coltello e scuoia da solo la belva. Ha avuto la sua vendetta.

FRYDERYK CHOPIN

"Giù il cappello, signori: un genio". E' così che all'inizio dell'Ottocento i salotti musicali europei erano soliti accogliere il compositore polacco Fryderyk Chopin. Era l'epoca del Romanticismo: gli artisti si abbandonavano a slanci eroici, si lasciavano guidare dal sentimento e dalla nostalgia. La musica di Chopin racconta tutto questo: malinconie, passioni e il grido di libertà per un popolo oppresso.
Fryderyk nacque il 22 febbraio 1810 a Zelazowa Wola, un villaggio a dieci chilometri da Varsavia. Il padre Nicola, nato in Francia, si era trasferito in Polonia a 16 anni. Dopo aver fatto il contabile, era diventato insegnante di francese, lingua molto diffusa durante l'epoca napoleonica. A Zelazowa Chopin padre aveva trovato lavoro come istitutore in una famiglia nobile e si era sposato con Justine, governante del conte Skarbek.
Fryderyk ricevette le prime lezioni di pianoforte dalla madre. Poi studiò con Gregor Zywny, allievo di un allievo di Bach. Da bambino trascorse le vacanze a Szafarnia, nella pianura di Danzica. La vita dei contadini e il fascino dei suonatori di violino lasciarono nella sua memoria il ricordo indelebile delle tradizioni popolari e del folclore polacco.
Chopin diventò presto un brillante virtuoso. Sfoggiava una tecnica prodigiosa, una straordinaria agilità delle mani e delle dita. A sedici anni aveva già un aspetto signorile.
I contatti con la nobiltà polacca lo fecero conoscere al grande pubblico. A 19 anni s'innamorò della cantante Costanza Gladkowska, alla quale dedicò l'adagio di un concerto. Le scrisse in una lettera: "Racconto al pianoforte ciò che potrei confidare a te solo". Una frase che contiene l'essenza del musicista romantico: affidare alle note i propri sentimenti.

Nel 1830 Chopin partì per un lungo viaggio. Fu una decisione sofferta, perchè a Varsavia c'era molta tensione. I polacchi insorsero contro re Costantino, fratello dello zar di Russia. Non era il clima ideale per un artista. Chopin era diviso tra l'amore per il suo popolo e il desiderio di fuggire. Alla fine gli amici lo convinsero: lasciò Varsavia il 2 novembre 1830. Si portò dietro una grande tristezza e una manciata di terra polacca.
Dopo una tappa a Dresda, Chopin si fermò otto mesi a Vienna. La lontananza gli procurava un'intensa malinconia. Un giorno di primavera, dopo una passeggiata al Prater (il grande parco sulla sponda destra del Danubio), annotò sul suo diario: "Neppure la musica oggi mi consola. Non so che cosa mi manca, e ho più di vent'anni". Le notizie dalla Polonia erano frammentarie. L'esercito si era ribellato al re Costantino, il Paese rimase isolato. Si scatenò la repressione russa. Nel settembre 1831 la lotta del popolo polacco si concluse con l'occupazione di Varsavia. Chopin era disperato, ma riuscì a comporre un capolavoro, La caduta di Varsavia, un canto d'amore per la patria.
Il 18 settembre 1831 Chopin era a Parigi, dove incontrò i musicisti Rossini, Berlioz e Liszt. Nei primi mesi visse di stenti. Poi arrivò il colpo di fortuna: un nobile lo presentò al barone Rotschild. In breve Fryderyk divenne celebre. Suonava nei migliori salotti e insegnava pianoforte ai rampolli della nobiltà. Ormai era ricco: vestiva con raffinatezza, si permetteva un maggiordomo e una carrozza.
Nel dicembre 1836 incontrò la scrittrice francese George Sand, della quale s'innamorò. Intanto si faceva strada la malattia: tubercolosi polmonare. I medici gli consigliarono di passare l'inverno in una località di mare. La coppia partì per l'isola spagnola di Maiorca, ma la tosse si faceva sempre più acuta e insistente, Chopin, tuttavia, trovò le energie per comporre la Polacca op.40 numero 1. Lo zar di russia, intuendone la forza rivoluzionaria, vietò di suonarla.
Nell'aprile 1848 il compositore era in Inghilterra e in Scozia. Risale a questo periodo l'unica fotografia di Chopin: si vede un musicista invecchiato, scavato dalla malattia. Al ritorno da Londra si trasferì in un alloggio in Place Verdome, forse la più bella piazza di Parigi. Morì il 17 ottobre 1849, all'età di 39 anni.

1858: LA MORTE DI RADETZKY

Radetzky, il boia. A generazioni intere di studenti italiani questo nome ricorda le sconfitte di Custoza e Novare, le durissime repressioni in Veneto e Lombardia, le forche austriache contro i nostri patrioti. Come si può dire per molti personaggi storici, è tutto vero: però non è tutto. Effettivamente questo soldato boemo dalla lunghissima vita, nato un quarto di secolo prima della Rivoluzione francese e morto a 92 anni nel 1858, fu il maggiore avversario dell'unità d'Italia. Visto invece con occhi viennesi fu un eroe nazionale, tanto da meritare alla sua scomparsa un onore mai reso nè prima nè dopo a un cittadino d'Austria: l'imperatore Francesco Giuseppe che, sciabola alla mano, si poneva alla testa del corteo funebre.

Johann-Joseph-Franz-Karl Radetzky, conte di Radetz, aveva 18 ani quando si trovò a combattere contro i turchi. Già promosso ad alti gradi nelle battaglie napoleoniche, fece tesoro delle sconfitte inizialmente subìte mettendo a punto una strategia che doveva invertire le sorti della guerra. Chi si fosse opposto frontalmente a un genio militare come Napoleone era destinato a perdere: meglio logorarlo, magari ritirandosi nel momento giusto per poi vibrare il colpo finale. Era la medesima tecnica adottata in Russia dal generale Kutuzov e descritta alla perfezione in "Guerra e pace". Solo che a Radetzky mancò un romanziere come Lev Tolstoj, capace di esaltarne i meriti.

Così pochi seppero che la vittoria di Lipsia contro Napoleone, preludio dello scontro decisivo a Waterloo fu dovuta proprio ai piani predisposti da Radetzky. Ugualmente si tende a ignorare che, nella veste di governatore per l'Alta Italia, il generale non solo aveva previsto le lotte del Risorgimento ma vedeva assai più lontano: un futuro dominio del mondo da parte dei russi e degli americani, al quale doveva opporsi un'unione europea. Inutile dire che, per Radetzky, alla base di ogni intesa doveva restare l'impero austro-ungarico: concetto che, ponendosi dal suo punto di vista, non può certo essergli rimproverato.

Comunque, Radetzky si considerava già un pensionato allorchè la situazione italiana impose il suo richiamo nel servizio attivo. Aveva 65 anni quando lo nominarono governatore militare, ben 82 quando sconfisse i piemontesi di Carlo Alberto e riconquistò Venezia dopo uno spietato assedio. Durezze d'animo che confermò nei processi di Mantova contro i patrioti, conclusi con una serie di impiccagioni.

Eppure i suoi biografi si sentono di affermare che questo soldato, promosso Feldmaresciallo già nel 1836, amava l'Italia. Soggiornava più che volentieri a Milano, dava feste grandiose, si riempiva di debiti per restare all'altezza del suo rango. Aveva avuto perfino 4 figli da un'italiana. Gli sentivano dire che a lui bastava "impiccare preti e avvocati", ossia gli esponenti di quella borghesia che lottava per la libertà mentre, a suo parere, operati e contadini volevano solamente starsene in pace.

Quale che sia in ogni modo il giudizio storico, fu Radetzky a ritardare di decenni la nostra unità nazionale. Già battuto nel 1848 a Custoza, il re Carlo Alberto tentò ancora la sorte a Novara, l'anno seguente. La sconfitta dei piemontesi fu rovinosa. Carlo Alberto abdicò a favore del figlio e, curiosamente, chiese proprio agli austriaci il lasciapassare per la fuga. In abiti borghesi, sotto il nome di conte di Barge, se ne andò in carrozza con un solo servitore. Morì pochi mesi dopo a Oporto, in Portogallo. Il suo successore, Vittorio Emanuele II, il 24 marzo 1849 concordò a Vignale (Novara) la pace con il Feldmaresciallo. I due si abbracciarono scambiandosi regali. Radetzky lasciò scritto che l'unico sistema per evitare altre guerre era quello di non infierire sul nemico vinto.

 

LE SETTE ANTICHE MERAVIGLIE DEL MONDO

Con il nome di "meraviglie del mondo" venivano designate nell'antichità 7 grandi costruzioni che suscitarono l'ammirazione universale oltre che per la loro bellezza anche per la loro grandiosità. Il primo a parlarne fu il greco Antipatro di Sidone nel secondo secolo avanti Cristo. Ed è appunto suo l'elenco di questi monumenti che gli antichi ritenevano le testimonianze più splendide dell'arte del loro tempo.
In epoca romana e cristiana si aggiunsero e si sostituirono altri monumenti come il palazzo di Ciro a Ecbatana, il Campidoglio e il Colosseo a Roma, il tempio di Adriano a Cizico, antica città dell'Asia Minore. Come ottave meraviglie sono ricordate Santa Sofia di Costantinopoli e la città di Roma.

Grande Piramide
La piramide di Cheope è l'unica delle "sette meraviglie" giunta intatta sino ai giorni nostri. Scrive Erodoto, a cui dobbiamo molte notizie sull'arte egizia, che alla costruzione di questa piramide avrebbero lavorato più di centomila uomini per vent'anni. Un lavoro immane: basta pensare che con i 2.300.000 blocchi di pietra della piramide si potrebbe fare un muro alto più di un metro e cingere con questo tutti i confini della Francia che hanno uno sviluppo di 2.384 chilometri.
Ancora oggi, in piena era tecnologica, la sua straordinaria mole, che si innalza sulla piana sabbiosa di Giza, vicino al Cairo, lascia stupefatti i visitatori che le si avvicinano, mentre gli scienziati si domandano come poterono gli antichi Egizi realizzare un'impresa che spaventerebbe il più audace e meglio organizzato dei nostri architetti. Privi di gru, senza strumenti di ferro o acciaio, gli Egizi di oltre 4.500 anni fa cavarono dai fianchi delle montagne e trasportarono sino a Giza qualcosa come 6 milioni di tonnellate di pietra, in blocchi, perfettamente tagliati e squadrati, pesanti fino a 15 tonnellate ciascuno.
La base della Grande Piramide è quadrata: ogni lato misura 230 metri e l'altezza, che in origine era di 145 metri, raggiunge i 135, poichè i blocchi del vertice non esistono più. Non a torto le è stato dato l'appellativo di "grande": ha detenuto il record di edificio più alto eretto dall'uomo fino al 1885, quando sorse il monumento a Washington (169,3 metri) nella capitale degli Stati Uniti.
La Grande Piramide era destinata a custodire la mummia e i tesori di un solo uomo, il faraone Cheope, ma nè l'una nè gli altri scamparono ai saccheggi e alle devastazioni dei ladri, che riuscirono a scoprire i passaggi interni e a raggiungere le tre piccole stanze nascoste nell'enorme massa di pietra.

Statua di Giove
Era opera del grande scultore greco Fidia, il quale la modellò per il tempio di Zeus a Olimpia. La statua, gigantesca, era d'oro e avorio e sedeva su un trono aureo. Di questa statua ci resta soltanto una descrizione particolareggiata fatta dallo storico greco Pausania.

Mausoleo di Alicarnasso
Era una tomba monumentale, fatta costruire dalla regina della Caria, Artemisia, in onore del marito Mausolo, satrapo persiano.
Era alta circa 50 metri; le colonne, di stile ionico, erano 36 e sostenevano una piramide di 34 gradini, sormontata da una quadriga con le statue di Mausolo e Artemisia. Tutta la costruzione era in marmo; dovunque c'erano statue e altorilievi, opera dei maggiori artisti del tempo: Scopa, Timoteo, Briasside e Leocare. Il nome di mausoleo passò poi a indicare qualsiasi monumento sepolcrale. Alicarnasso era un'antica città dell'Asia Minore, patria dello storico Erodoto. Oggi si chiama Bodrum. Il Mausoleo nel 1400 e nel 1500 fu poco per volta demolito per ricavare materiale per altre costruzioni. Alcuni frammenti si trovano al British Museum di Londra.

Giardini pensili di Babilonia
E' difficile ricostruire questa meraviglia che sorgeva a Babilonia e di cui non restano che minimi e imprecisi avanzi. Si sa che questi giardini erano a forma di tempio-torre, con terrazze sovrapposte, cariche di alberi e fiori. Un'enorme serra fiortia fatta costruire da Nabucodonosor per la sua sposa, una principessa della Media. Lo storico Erodoto descrive la Babilonia di Nabucodonosor come la capitale "che sorpassava in splendore ogni città del mondo conosciuto".

Faro di Alessandria
Di fronte ad Alessandria d'Egitto, nell'isoletta di Faro, fu innalzato nel 285 a.C. il più grande faro conosciuto nell'antichità. L'architetto Sostrato lo rivestì di splendidi marmi e lo innalzò, si dice, fino a 122 metri sul mare. Al suo vertice, un immenso braciere diffondeva un bagliore visibile a grande distanza. Il faro resistette oltre 1500 anni: fu distrutto da un terremoto nel 1375.

Tempio di Diana
Il tempio sorgeva ad Efeso, città dell'Asia Minore: fu costruito su una altro tempio distrutto dal fuoco appiccatovi da un pazzoide, Erostrato, il giorno della nascita di Alessandro Magno.
Il nuovo tempio era lungo 129 metri e conteneva 127 colonne alte 18 metri. Gli scavi hanno portato alla luce numerosi frammenti.

Colosso di Rodi
Era una gigantesca statua dedicata al dio Sole. Fu costruita verso il 290 a.C. dallo scultore Carete di Lindo, in bronzo, con intelaiatura interna in ferro. Le fonti antiche affermano che raggiungeva i 70 cubiti o i 105 piedi romani (32 metri) di altezza. E' poco verosimile la tradizione secondo la quale il Colosso sorgeva all'ingresso del porto con le gambe divaricate, in modo che le navi vi passassero sotto. Questa statua ebbe vita breve: nel 224 a.C., una sessantina di anni dopo la sua inaugurazione, fu distrutta da un violento terremoto che devastò l'intera isola di Rodi. Il Colosso si spezzò all'altezza delle ginocchia e si abbattè al suolo finendo a pezzi. I frammenti rimasero lì per secoli, finchè nel 653 d.C. il sultano Muàwiyah li fece trasportare in Siria, dove furono in gran parte fusi e poi venduti a un ricco mercante ebreo.

CERVANTES: DON CHISCIOTTE

L'AUTORE
E' uno dei massimi nomi della letteratura mondiale: nato presso Madrid nel 1547, morto nella capitale spagnola nel 1616, quarto dei 7 figli di un modesto chirurgo, trascorse i suoi anni giovanili in una famiglia ambigua, costretta a trasferirsi di città in città tra povertà e scandali che minacciavano di travolgerla. Aveva 20 anni, quando, partito per l'Italia, si arruolò come soldato di ventura. Nel 1571 partecipò alla grande battaglia navale di Lepanto, rimanendo con una mano storpiata.
Dopo altre guerre per la cristianità, fu catturato dai Turchi e rimase prigioniero ad Algeri per 5 anni. I suoi amici pagarono un riscatto e Cervantes tornò libero; ma per un fallimento fu incarcerato a Siviglia: qui nel 1597, cominciò a scrivere il suo immortale romanzo, il Don Quijote, in cui manifestò tutto il suo genio letterario. Lo scrittore vede il mondo come un grande affresco sul quale si intrecciano le vicende umane alla ricerca di una felicità che sfugge.
Con Don Quijote intendeva porre in ridicolo i libri di cavalleria e coloro che come lui vivevano di sogni e illusioni, ma la sua critica, per quanto pungente, non è mai una condanna in assoluto.

LA TRAMA
Lettore di romanzi di avventure, Alonzo Quijada decide di seguire le orme dei suoi eroi in terra di Spagna. Denominatosi Don Chisciotte della Mancia e recuperato un vecchio cavallo che chiama Ronzinante, assolda un povero contadino di nome Sancho Panza e lo nomica suo scudiero. Don Chisciotte incomincia le peregrinazioni "per raddrizzar torti" e per conquistarsi le simpatie di una contadinotta del vicinato, Dulcinea. Don Chisciotte e Sancho Panza vengono sistematicamente presi a bastonate. I due incontrano anche una vera duchessa che si diverte alle loro spalle. Don Chisciotte viene affrontato da un amico che, travestito da cavaliere, vuole vincerlo in duello per farlo rinsavire: viene battuto e, secondo i patti della sfida, torna al suo paese.

L'EROE
Don Chisciotte della Mancia comincia le sue avventure alla stessa età in cui Cervantes comincia a scrivere il libro: 50 anni. E' lungo, scavato, secco, ha come armatura delle corazze malandate che gli battono sulle ossa. Ronzinante, il suo cavallo, è scheletrico come lui. Ha come scudiero Sancho Panza, un povero contadino, combattuto tra l'affetto verso il suo padrone e un realistico buonsenso che lo spingerebbe ad abbandonarlo. Don Chisciotte, al contrario di quanto potrebbe apparire ad un lettura superficiale, non è personaggio comico, ma l'eroe di una tragedia: un uomo che rifiuta la realtà chen non gli piace, per rifugiarsi in un mondo di fantasia. E Sancho Panza, in fondo, capisce il suo padrone e lo aiuta perchè le cose di questo mondo non piacciono nemmeno a lui.

GLI STATI UNITI D'AMERICA

Nel corso di 100 anni, a partire dal XVI secolo, oltre 3 milioni di europei emigrarono nell'America settentrionale. I più numerosi furono i coloni inglesi, che verso la metà del XVII secolo avevano costituito lungo le coste dell'Atlantico 13 colonie con un milione e mezzo di abitanti. In quelle a Nord - Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island, Connecticut - erano sviluppati industria e commercio (cantieri navali, fabbriche tessili, distillerie di bevande alcoliche). Nelle quattro colonie centrali - New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware - chiamate "le colonie del pane" la popolazione era dedita all'agricoltura e all'allevamento. Nelle cinque colonie meridionali - Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina, Georgia - vi erano estese piantagioni di tabacco e cotone, con grandi fattorie. La manodopera era fornita a prezzi bassissimi dagli schiavi negri e dai contadini poveri immigrati dall'Europa che lavoravano anni per rimborsare i debiti contratti per il pagamento del viaggio.

Nel XVIII secolo le colonie americane godevano di una certa libertà politica e amministrativa, ma non avevano libertà economica, perchè la madrepatria, dove regnava l'autoritario Giorgio III (1760-1820), imponeva che i prodotti fossero esportati solo in Inghilterra e non permetteva che si avviassero attività in concorrenza con quelle delle imprese inglesi, dalle quali esclusivamente dovevano essere importati i manufatti.

LA PROTESTA DEL TE'
In seguito all'imposizione di forti tasse da parte del re senza la prevista consultazione dell'Assemblea locale delle colonie, preposta al compito, scoppiarono i primi contrasti. Nel 1770 a Boston soldati inglesi spararono sui dimostranti. Nel 1773, sempre a Boston, un gruppo di appartenenti a una società patriottica salirono su tre navi inglesi fingendosi pellirosse e scaricarono in mare 342 casse di tè. Nonostante alcuni tentativi di soluzione pacifica, operati da una delegazione inviata a Londra con a capo Beniamino Franklin e da una riunione dei rappresentanti di tutte le colonie a Filadelfia (1774), nel 1775 a Lexington e a Concord volontari americani aprirono il fuoco sulle truppe della guarnigione britannica (1775): era la guerra. Giorgio III inviò in America un esercito che si scontrò con le truppe degli insorti comandate da George Washington, alle quali si aggiunsero rinforzi francesi, spagnoli e olandesi. Dopo alcuni anni di combattimenti dall'esito incerto, le sorti volsero decisamente a favore dei ribelli. Giorgio III dovette dichiararsi vinto e firmare la pace di Versailles (1783) con la quale riconosceva la completa indipendenza delle 13 colonie americane. Solo tra gli insorti la guerra era costata 70 mila morti.

UNA STORICA COSTITUZIONE
La Costituzione degli Stati Uniti, i cui padri principali furono Washington e Franklin, venne approvata definitivamente nel 1787. Il suo valore storico è grandissimo, perchè sancì alcuni principi alla base di tutti gli Stati democratici che nei due secoli successivi si sono andati formando. Il più importante è quello della divisione dei poteri: quello legislativo affidato a un Congresso (Senato e Camera dei rappresentanti); quello esecutivo a un presidente eletto ogni quattro anni; il potere giudiziario ai tribunali dei singoli Stati e a una Corte Suprema confederale.

Per i tempi la Costituzione americana fu un evento paragonabile solo alla successiva Rivoluzione francese, ma nonostante la sua forte carica democratica, all'inizio non fu uguale per tutti. Ne furono esclusi i negri e i pellirosse. I negri, benchè 5000 avessero combattuto valorosamente contro gli inglesi, continuarono a essere importati come schiavi fino al 1808 e si dovette attendere la conclusione della guerra civile tra Nordisti e Sudisti (1865) perchè ottenessero i diritti civili dei bianchi. Fino allora, nel conteggio della popolazione, 5 negri contavano come 3 bianchi ed erano i loro padroni a rappresentarli politicamente. I pellirosse furono gradualmente sterminati dai pionieri che si spingevano sempre più verso Ovest alla conquista di quelle immense terre incolte, ma fertili.

LE GRANDI CIVILTA': I PERSIANI

L'impero persiano fu il più vasto di tutti gli imperi dell'Antico Oriente. Esso si stendeva sulle terre comprese tra il Mar Egeo, il Mar Nero, il Caucaso, il Mar Caspio, l'Indo, l'Oceano Indiano, il deserto d'Arabia, l'Egitto e il Mediterraneo per un'ampiezza di 7 milioni di chilometri quadrati, con 15/20 milioni di abitanti. I re Ciro, Cambise e Dario, della dinastia degli Achemenidi, furono gli artefici di questa espansione tra il 550 e il 490 a.C. Un territorio così vasto fu conquistato grazie alla forza dell'esercito, ma soprattutto all'uso del cavallo direttamente montato dal cavaliere senza l'imgombro del carro da guerra. Era un modo di combattere sconosciuto agli altri popoli, che permetteva una maggior rapidità nei movimenti.

L'immenso impero fu governato con una certa moderazione nei confronti dei vinti, grazie alla suddivisione in province (satrapie) alle quali era concesso di mantenere la propria struttura sociale, la lingua, la religione. Un satrapo (governatore), scelto tra i nobili persiani le amministrava per conto del re e riscuoteva i tributi, mantenendo stretti contatti con il governo centrale. I tributi erano fissati in prodotti naturali o in metalli o in moneta, a seconda delle possibilità e degli usi locali. La Media, ad esempio, dove era molto sviluppato l'allevamento, doveva dare ogni anno 3000 cavalli, 4000 muli, 100.000 percore. L'Egitto, paese agricolo, doveva fornire grano in quantità proporzionata al raccolto. La più povera Armenia doveva consegnare 3000 polli.

LA RETE STRADALE
L'impero aveva 4 capitali: Ecbatana, Susa, Babilonia e Persepoli, in continuo rapporto tra di loro, grazie alla rete stradale che i re avevano fatto costruire. La più importante era la Via Regia da Susa a Sardi, lunga 2700 chilometri. I corrieri la percorrevano a cavallo in una settimana, avvicendandosi alle stazioni di posta distribuite lungo il percorso. Ce n'era una ogni 25 chilometri. Le strade erano in terra battuta e livellata. Questa efficiente rete permetteva di trasmettere gli ordini con rapidità, di spostare facilmente gli eserciti, di far funzionare il servizio postare di Stato, di incrementare i commerci, favoriti anche dall'introduzione della moneta.

IL DENARO
Il darico d'oro e il siclo d'argento furono le monete coniate dall'impero persiano. Le prime monete di cui si ha notizia sono quelle emesse da Creso, re della Lidia, una regione dell'Asia Minore, tra l'VIII e il VII secolo a.C.: erano di grossa pezzatura e servivano per pagare lo stipendio annuo alle truppe, per offerte ai templi e per acquistare oggetti preziosi. I persiani adottarono questo strumento e coniarono monete più piccole leggere, facilmente trasportabili. Poco alla volta l'uso della moneta sostituì il baratto nelle transazioni commerciali, favorendo gli scambi delle merci, semplificando la contabilità e uniformando i sistemi di valutazione.

ZARATUSTRA IL PROFETA
I Persiani in origine erano politeisti e adoravano le forze della natura: Mitra (il sole), Ma (la luna), Zam (la terra) e così via. Tra il VII e il VI secolo a.C. si diffuse la predicazione di un profeta, Zaratustra o Zoroastro, che proponeva una nuova fede in un Dio unico, Ahura Mazda, spirito del bene e creatore del mondo. Ahura Mazda - secondo Zaratustra - è in lotta con Ahriman, lo spirito del male, un duello eterno, a cui deve partecipare anche l'uomo, libero di scegliere tra il bene e il male. Chi sceglie il bene avrà la ricompensa eterna; chi sceglie il male la dannazione. Il comportamento degli uomini deve perciò essere improntato alla pratica della verità, della giustizia, dell'amore per i deboli, della fedeltà. Così è scritto nell'Avesta, il libro sacro che contiene il pensiero del profeta.

ANNUSARE LA TERRA
I sovrani persiani, detti i Re dei re, avevano un potere assoluto. Ritenevano di essere ispirati dalla divinità nel giudicare e nel governare e le loro decisioni erano indiscutibili. Davanti al re dei re anche i nobili, gli ufficiali, gli ambasciatori, i principi dei Paesi tributari dovevano fare atto di venerazione, prostrandosi fino ad "annusare la terra". Dai resti dei fastosi edifici pubblici emerge il desiderio di esaltare e celebrare la potenza del re: la figura del sovrano, era sempre scolpita in alto, in posizione dominante, attorniata da soldati e sudditi di dimensioni più piccole per far risaltare maggiormente l'immagine del re.

LA CONQUISTA DI ALESSANDRO
L'impero persiano incominciò a vacillare dopo la sconfitta del re Serse nella guerra contro i Greci (479 a.C.). Nei successivi 150 anni furono sperperate risorse e ricchezze e la compattezza dello Stato andò affievolendosi. L'impero crollò definitivamente sotto la spinta dell'esercito macedone di Alessandro Magno nella seconda metà del IV secolo a.C.